10 informazioni-chiave per capire cosa sta succedendo in Centrafrica

Mentre Papa Francesco chiedeva la fine delle violenze in Centrafrica nel messaggio di Natale dal suo loggiato della basilica di San Pietro, Bangui ha vissuto un sanguinoso 25 dicembre. 

Sono scoppiati combattimenti in diversi quartieri della capitale e poi si sono spostati, nel corso della giornata, verso l’aeroporto dove sono di stanza i militari francesi dell’operazione Sangaris e la forza africana, la Missione Internazionale di Sostegno al Centrafrica (Misca). Almeno cinque soldati ciadiani sono stati uccisi.

 

  • 1  La situazione si sta degradando nonostante le truppe francesi

Venti giorni dopo l’inizio dell’intervento francese in Centrafrica, la situazione sul posto è precaria. Amnesty International ha calcolato che più di 1 000 persone sono morte dal 5 dicembre.

A Bangui un quarto della popolazione è stato costretto a fuggire. Nell’intero paese gli sfollati sono più di 600 000. 70 000 persone si sono rifugiate nei paesi vicini, tra cui la Repubblica Democratica del Congo e il Camerun.

Human Rights Watch lamenta che la situazione sanitaria si sta degradando e che si assiste a un’escalation di atrocità: la malaria e la malnitruzione si sviluppano a velocità record.

Il 19 dicembre, Samantha Power, ambasciatrice americana presso l’ONU ed esperta delle problematiche riguardanti i genocidi nei conflitti del XX secolo, si è recata a Bangui, allarmandosi per una situazione “pre-genocidaria”.

 

  • 2  Il paese è immerso nel caos politico

Relegato nell’ombra dai media occidentali, il Centrafrica ha vissuto una serie di colpi di stato e di capricciosi dirigenti fin dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1960.

L’ultima prodezza: quella di Michel Djotodia, il 23 marzo 2013. A 64 anni, rovescia il presidente in carica François Bozizé e prende il suo posto grazie al sostegno della Seleka (« coalizione », in lingua sango), un movimento ribelle che lui stesso aveva fondato nell’estate precedente e che scioglie una volta al potere.

Primo presidente musulmano del Centrafrica dal 1960, si sforza di mantenere la presa sugli ex-ribelli della Seleka, presto accusati di atrocità contro la popolazione.

In risposta, vengono istituiti alcuni gruppi di autodifesa, spesso cristiani. Ed è nel contesto dei violenti scontri che ne sono derivati che Parigi annuncia la sua intenzione di intervenire militarmente per stabilizzare la situazione. Nominata il 5 dicembre dalla risoluzione ONU 2127, l’operazione Sangaris viene lanciata il giorno stesso.

 

  • 3  L’operazione Sangaris durerà più del previsto

Durante un discorso trasmesso al telegiornale delle 20, François Hollande aveva promesso che l’intervento francese, battezzato Sangaris dal nome di una farfalla locale, non avrebbe dovuto inizialmente superare i sei mesi.

Dopo dieci giorni dopo, in seguito alla morte di due soldati francesi a Bangui -Nicolas Vokaer e Antoine Le Quinio – il discorso ufficiale sulla durata dell’intervento si sviluppa e si trasforma in “da sei mesi a un anno”.

1 600 soldati francesi si trovano attualmente in Centrafrica agli ordini del genarale Francisco Soriano. Spiegamento di forze minore rispetto all’operazione Serval in Mali (4 500 uomini nel momento maggiore d’impegno, 2000 attualmente).

Sostenuti da 3 700 uomini della Misca, devono far fronte alle diverse milizie del paese.

 

  • 4 Due fazioni e una moltitudine di milizie si affrontano

La Seleka. Eterogenea, questa coalizione ufficialmente dissolta ha servito il potere al generale Bozizé nel marzo 2013. Facendo causa comune con miliziani sudanesi, ciadiani e libici, ha fatto parlare di sé a causa della repressione e dei saccheggi. Uno degli obiettivi dell’operazione Sangaris è quello di disarmare circa 15 000 ex-combattenti della ribellione al potere ma secondo modalità discutibili.

Gli « anti-balaka ». Letteralmente « anti-machete » in lingua sango, gli anti-balaka sono decine di migliaia. Tra loro, alcune milizie di auto-difesa formatesi nella macchia, vecchi membri delle forze di sicurezza del presidente deposto François Bozizé e giovani disoccupati di fede cristiana. Human Rights Watch ha osservato in questi campi la presenza di numerosi bambini soldato.

 

  • 5  La crisi non si riassume con un conflitto tra cristiani e musulmani

I media, per parlare degli scontri tra le milizie, utilizzano talvolta scorciatoie che evocano un confronto tra “cristiani e musulmani”. Secondo i capi religiosi citati da Le Monde, la situazione è più sfaccettata.

 

Non tutti gli anti-balaka sono cristiani, non tutti i cristiani sono anti-balaka; vale lo stesso per gli ex-Seleka e i musulmani,

 

spiegano i vescovi.

 

Luc Ravel, vescovo dell’esercito francese, dal canto suo assicura:

 

nessuno mi parla di “somalizzazione”, i cristiani dicono che se arrivassero gli shabab (jihadisti somali), questi non avrebbero successo.

 

Tra i cinque milioni di abitanti del Centrafrica, si conta l’80% di cristiani e il 15% di musulmani. Nel suo rapporto, Human Rights Watch dimostra che le tensioni non sono esclusivamente religiose: sono spesso il risultato di realtà più complesse sul terreno.

Gli incidenti tra gli allevatori e gli agricoltori illustrano bene questa situazione: gli Mbororo, per esempio, sono nomadi musulmani che si possono ritrovare in numerosi paesi dell’Africa Occidentale e Centrale. Spostano grandi mandrie da una zona di pascolo all’altra e ció crea conflitti con gli agricoltori sedentari (per lo più cristiani Gbaya).

I soldati francesi e quelli della Misca vengono accusati di schierarsi con l’una o l’altra delle due fazioni.

 

  • 6  I soldati inviati sul posto aggravano le tensioni

Indignati per la morte di tre di loro, avvenuta domenica 22 dicembre in seguito ad un diverbio con dei soldati francesi, alcuni ex-ribelli della Seleka hanno manifestato nelle strade di Bangui per chiedere la partenza dell’esercito francese.

Ampiamente rappresentati all’interno delle forze della Misca (850 su 3 700), i ciadiani sono tacciati d’ambiguità dagli anti-Balaka. Idriss Déby, loro presidente, è fortemente sospettato di aver armato e finanziato la Seleka prima dell’inizio delle operazioni nei primi giorni di dicembre… con l’obiettivo preciso di disarmarla.

Scambi di fuoco fratricidi tra soldati ciadiani e burundesi della Misca hanno infiammato la crescente sfiducia dei centrafricani verso i soldati di stanza nel loro paese.

Il compito dei soldati dislocati in Centrafrica è molto meno facile da affrontare in un contesto geopolitico così esplosivo.

 

  • 8  Paesi instabili intorno al Centrafrica

Molti paesi confinanti col Centrafrica stanno vivendo una grande instabilità economica e politica: Repubblica Democratica del Congo (RDC), Ciad, Uganda e Sudan (Darfur).

La presenza di stranieri all’interno delle milizie centrafricane si spiega parzialmente col fatto che il Centrafrica è servito spesso da retro-base a diverse ribellioni.

Si sospetta che nella RCA si nasconda anche Joseph Kony, ugandese, leader dell’Esercito di Resistenza del Signore e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra.

 

  • 9  Anche se c’è bisogno di pace, il paese è ben lungi dall’uscire dai guai  

Mezzo secolo dopo l’indipendenza, il Centrafrica rimane incancrenito dalla povertà: secondo la classifica relativa al 2013 del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, occupa la 180˚posizione.

Se resta ancora da conoscere chi governerà il Centrafrica, numerosi elementi dovrebbero giocare in favore di una lunga instabilità: Human Rights Watch rileva, per esempio, che più del 70% dei bambini in età scolare non puó più frequentare la scuola dal colpo di stato del marzo 2013.

 

La scuola Liberté di Bossangoa, per esempio, ospita attualmente nelle sue classi circa 4000 sfollati di fede musulmana

 

  • 10  Un anno fa Hollande non voleva nemmeno sentir parlare di un intervento

La Francia non è del tutto estranea a questa instabilità. Già nel 1979 intervenne per rovesciare Jean-Bedel Bokassa, che si era proclamato imperatore. Qualche mese dopo, Le Canard Enchainé riveló lo scandalo dei diamanti offerti a Valery Giscard d’Estaing dallo stesso Bokassa.

Ufficialmente disposto a rompere con le pratiche della Françafrique, François Hollande aveva rifiutato, proprio un anno fa, di rispondere alla richiesta di aiuto di François Bozizé (ex-presidente che sarebbe stato rovesciato qualche mese dopo) e aveva dichiarato:

 

Se siamo presenti in Centrafrica, non è per proteggere un regime ma per proteggere i nostri cittadini espatriati e i nostri interessi; in nessun circostanza per intervenire negli affari interni di un paese, ossia la Repubblica Centrafricana. Quei tempi sono finiti.

 

È passato un anno da questi bei discorsi e le truppe francesi da allora sono state impiegate sul suolo centrafricano per «ripristinare la stabilità interna». La Françafrique ha la pelle dura.
 
 
Charlotte Cieslinski    26 dicembre 2013

Traduzione e adattamento per concessione da Le Nouvel Observateur/Rue89

Titolo originale: 10 infos-clés pour comprendre ce qui se passe en Centrafrique

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