A colloquio con il leader curdo del PYD, partito politico siriano

Lorenzo Giroffi

Il Parlamento europeo di Bruxelles per due giorni ha ospitato una conferenza che si è occupata della questione curda in Turchia, con accenno a quella siriana. First Line Press vi proporrà un dossier dettagliato della due giorni e delle recenti vicende nel Kurdistan turco.

La giostra del Parlamento europeo propone una panoramica d’interessanti convegni, ma anche la palese sensazione che tutto ciò non incida realmente sulle politiche internazionali, ma che sia solo un lavatoio di coscienze. Tuttavia offre incredibili possibilità d’incontri ed occasioni di approfondimento. Così, in una pausa della conferenza, mi sono intromesso in un appuntamento concesso, il giorno dopo la chiusura dei lavori, ad una ricercatrice di un’organizzazione britannica, da Salih Muslim, leader di uno dei più influenti partiti curdi in Siria: il PYD (Democratic Union Party). Parliamo di Siria, quindi solo una sfumatura della questione curda, che sempre di più si apre a nuove scissioni: come  se le sospinte rivoluzionarie stessero frammentando anziché unire. Nell’opposizione al regime di Bahsar Al-Assad, i partiti politici curdi stanno acquisendo credibilità e controllo politico come mai prima, in buona parte osteggiando il lavoro di lotta armata dell’esercito di liberazione.

Nell’Ottobre del 2011, dopo i primi mesi di guerra civile, tutte le componenti politiche curde siriane si sono raccolte nel consiglio nazionale curdo, ma il PYD si è rifiutato di farne parte. Il motivo è riconducibile al fatto che l’assemblea non ha voluto attendere un’elezione popolare. Si è costituita tramite diretta osmosi politica. Tale procedura non è piaciuta al PYD, così il suo leader:

“Nessuno ha votato i rappresentanti di questo Consiglio. Se non attuiamo noi per primi certi meccanismi, non potremo mai iniziare un percorso democratico”.

Il Consiglio nazionale curdo siriano ha l’appoggio della leadership politica del Kurdistan iracheno, contestata dall’ala più radicale della lotta curda. Massoud Barzani, presidente della regione autonoma  curda in Iraq, al momento, nelle politiche commerciali, è uno stretto collaboratore del Governo turco. La Turchia, che in Patria segrega i curdi, arrestando, reprimendo ed imponendo un’egemonia culturale turcofona, intrattiene però commercialmente rapporti con i curdi iracheni, affinché questi ultimi non cerchino alleanze pericolose con i curdi turchi. D’altra parte per i leader curdi dell’Iraq tale rapporto è un’opportunità per bypassare il Governo centrale e ricavare introiti dalle proprie materie.

Salih Muslim sta compiendo un giro in molti Paesi europei. First Line Press l’ha già seguito quando ha presenziato un appuntamento al Parlamento inglese (nel prossimo dossier sulla questione curda troverete anche questo).

È terminata la repressione dei curdi in Siria? La lenta liberazione politica

In una mattinata che cerca di dimenticare la neve della notte, Bruxelles, in un edificio del centro, mi preserva quest’incontro. Nella sede del PYD. Foto di guerriglia e martiri; libri di storia, d’intrecci arabi- curdi, musulmani-cristiani e dottrine di Ocalan; televisore enorme sintonizzato sul canale curdo; la statua di un’aquila su di un pugno (simbolo del Kurdistan); zollette di zucchero ed immancabile té in un bicchiere dai fianchi larghi. Muslim è stato in carcere per molti anni, ha subìto torture dal regime che assolutamente non riconosceva componenti politiche curde. Quest’uomo ha la consapevolezza della lotta sulla pelle e la sincerità di chi conosce le conseguenze degli anni di repressione.

“Il PYD oggi è molto più forte, con un consenso in ascesa ed ambizioni politiche sempre maggiori. Dopo gli anni di repressione è  normale che oggi ogni apertura governativa sia vista con sollievo, ma ciò non va confuso con un’alleanza curdi-Assad: noi l’abbiamo sempre combattuto questo regime”.

Il chiaro riferimento è al decreto di Marzo 2011, che ha concesso la cittadinanza agli ajanib e maktumin: curdi in Siria che non avevamo, o solo in parte, alcun diritto di riconoscimento, con tutte le relative conseguenze (clandestini senza voto, privi di assistenza sanitaria,senza la possibilità di uscire dai confini nazionali, negazione dell’istruzione). Questo provvedimento ha concesso la cittadinanza a molti curdi siriani. Lo stesso Muslim ne ha beneficiato, anche se tanti ajanib nel Paese continuano a denunciare il mancato riconoscimento ed a definire il decreto una pura farsa. Nonostante la cordiale disponibilità, il leader del PYD sembra già nuotare in una serie di risposte a metà strada, pronte a modellarsi al compromesso.

“Il nostro è un partito che di sicuro si oppone ad un certo tipo di capitalismo. L’agenzia nazionale che gestisce le risorse petrolifere del Paese speriamo possa rimanere tale anche dopo il regime, ma noi non siamo contrari a prescindere ad investitori esteri. Al momento l’unica cosa estera che rigettiamo è il paventato intervento armato NATO”.

La progettualità del PYD sembra però voler mantenere il focus sulla realtà.

“Sappiamo che non possiamo fidarci del regime e che la sua ritirata dai territori abitati e controllati dai curdi non è un segnale di collaborazione, ma solo frutto d’interessi, perché per Assad oggi sarebbe dispendioso aprire un fronte anche contro i curdi siriani. Inoltre il regime conosce bene la composizione delle nostre formazioni. Noi non ospitiamo estremisti islamici o mercenari dalla Turchia, anche per questo ci lascia perdere”.

La situazione siriana ha sicuramente uno snodo fondamentale nel suo Kurdistan, ma Salih Muslim non vuole fare proclami.

“Noi siamo una parte del popolo siriano, il quindici per cento di tutta la popolazione. Personalmente mi auguro che quando finalmente cadrà il regime potremo osservare comunque una Siria unita. Di federazioni o confederazioni ne parleremo quando tutti i partiti siriani saranno eletti democraticamente. Io vorrei che i curdi in Siria fossero culturalmente (con libertà di uso della propria lingua) ed amministrativamente autonomi, ma comunque parte del Paese. In tutto questo processo di democratizzazione però il PYD si tiene assolutamente lontano dall’esercito di liberazione e non sono un caso gli scontri con esso. Alcune loro milizie arrivano nel nostro territorio urlando di voler liberare il territorio dalle truppe del regime, ma le nostre zone sono già libere: ci siamo noi. L’esercito di liberazione vuole intromettersi, ma noi abbiamo già il controllo. In qualche modo ci siamo già sbarazzati del regime, senza l’intromissione di milizie di estremisti islamici, come invece è composto l’esercito dei ribelli. Noi siamo stati sempre contrari al tipo di lotta armata al regime proposta dall’esercito di liberazione ed anche alla chiamata dell’intervento internazionale. Siamo a favore della gestione diretta del territorio ed alla protezione del suo popolo”.

 

Il Kurdistan tocca Iran, Iraq, Turchia e Siria: i curdi possono trovare un fronte comune?

I curdi ed il Kurdistan restano un forte enigma internazionale. Un popolo così vasto e variegato, senza uno Stato, ma che s’interfaccia ai Paesi in cui risiede (Iraq, Iran, Turchia e Siria) in maniera differente.

“Noi, ribadendo quanto detto prima, siamo curdi siriani, quindi non abbiamo relazioni politiche, ma solo di amicizia, con gli altri partiti Kurdistan iraniano, iracheno e turco. Naturalmente le idee di Abdullah Öcalan  hanno ispirato anche il PYD, però poi il nostro programma e le nostre linee sono state modellate in altra maniera. La cosa imprescindibile per noi sono solo i diritti dei curdi”.

Una dichiarazione che ripercorre la sua malizia politichese, in cui si barrica per non rischiare audaci parallelismi con la lotta armata del PKK in Turchia, di cui Ocalan è un faro e la guerriglia senza compromessi un caposaldo essenziale.

Seppur la Sira sia  la parte del Kurdistan più pulsante, al momento non sembra poter trovare possibili ponti con gli ancora oppressi curdi in Turchia. La questione curda in Siria forse sta trovando una strada da percorrere per un’emancipazione. C’è bisogno di tempo per capire come la rivoluzione ed un eventuale rovesciamento del regime possano ridisegnare le azioni della politica dei partiti curdi in Siria, storicamente repressi ed ora ad amministrare i primi pezzi di territorio al nord del Paese.

Per un quadro più complesso consigliamo di seguire First Line Press per il resoconto della due giorni al Parlamento europeo di Bruxelles.  

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