A due anni dalla cacciata di Mubarak

Andrea Leoni

“La rivoluzione non si fa in due giorni e neanche termina in due anni” è questa l’aria che si respira a piazza Tahrir, insieme alla sabbia quando va bene o ai lacrimogeni quando va meno bene. Certo è che in pochi vedono quei famosi diciotto giorni come l’inizio e la fine, qui al Cairo la rivoluzione è solo iniziata.

Ieri ricorreva l’anniversario delle dimissioni di Hosni Mubarak, era l’11 febbraio e molti lo ricordano come un giorno di festa, la gente usciva in strada, erano in milioni. Le trattative tra diplomazie e opposizioni, infatti, si concludevano con il discorso di Omar Suleyman, il vice, che comunicava come da quel momento gli affari dello Stato sarebbero stati diretti dall’Esercito. Era l’11 febbraio 2011, il Rais destituito fugge (a Sharm el-Sheikh, peraltro) ma qui, a distanza di due anni, si continua a morire in piazza. Alla caduta del tiranno seguono avvenimenti che marcano una continua rivoluzione: delle elezioni regolarmente svolte, l’approvazione di una nuova Costituzione e un referendum ma anche le stragi di Port Said (dell’anno scorso e di quest’anno), la strage di Suez pochi giorni fa, ma anche i notevoli scontri di piazza ad Alessandria, a Tanta o al Cairo. Come quelli di ieri.

A piazza Tahrir, il clima è disteso e se nella mattinata era stato allestito un campo da calcio per il “torneo dei martiri”, partite che non si interrompevano neanche al passaggio di rumorosi motorini in mezzo al campo, nel susseguirsi della giornata le azioni degli attivisti si fanno decise ma non degenerano in scontri. Subito viene bloccato l’accesso dell’ufficio presidenziale Mogamma (per il secondo giorno di fila) dove si registrano un paio di tafferugli che vengono magistralmente sedati dai più anziani, nel pomeriggio invece i famosi black block riescono a interrompere le corse della metropolitana del centro.

Nel frattempo le manifestazioni impazzavano in tutta Cairo, una di queste si avvia decisa con slogan contro Morsi e polizia a casa di Gaber Salah, meglio conosciuto con il soprannome di “Gika”, assassinato dalla polizia di uno Stato cui lui stesso aveva dato la fiducia. La sua faccia è su tutti i muri del Cairo e lui è uno dei simboli delle nuove proteste antigovernative ma anche di come la cosiddetta primavera a cui lui stesso aveva fatto parte è stata tradita. “Il tiranno da buttar giù è Morsi e farà la stessa fine di Mubarak” dicono i manifestanti e son molto decisi a far cadere il “nuovo tiranno”.

L’illusione di una democratizzazione del Paese è ben lontana: l’esercito continua ad avere privilegi che non vogliono perdere, sempre più ragazzi vivono per strada e l’aumento della benzina come quello della vita impazza, il turismo (una delle principali fonti di guadagno degli egiziani) è ai minimi storici. E’ cresciuta la criminalità e sono venuti fuori nuove problematiche sociali come quella delle molestie sessuali (che talvolta diventano veri e propri stupri) in piazza Tahrir. C’è chi dice che gli stupratori siano gente pagata per impaurire e per scoraggiare le donne a scendere in piazza, ma ciò viene smentito quando una donna si imbatte in qualsiasi vicolo del Cairo.

Le luci del giorno svaniscono, la giornata invece non finisce pacificamente proprio quando alcune centinaia di attivisti si recano davanti al Palazzo presidenziale, che sembra essere il nuovo epicentro delle proteste, il tutto degenera in scontri verso le 8 di sera: lancio di pietre da una parte e gas lacrimogeni dall’altra. 

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