Aggiornamenti dalla Palestina, tra violazioni della «tregua» ed evoluzioni diplomatiche

Il 21 novembre scorso è stata decretata la “tregua” in Palestina, dopo intensi giorni di bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza in nome dell’operazione Pilastro di Difesa e la risposta delle brigate al-Qassam (braccio armato di Hamas) con lancio di razzi nel sud di Israele. Tuttavia mai come in questa situazione il termine “tregua” è improprio. Mettendo da parte il fatto che lo stato di guerra nella regione è all’ordine del giorno ininterrottamente, di fatto, dal 1948, anche se ci si sofferma sui recenti sviluppi della questione, il cessate il fuoco è rimasto solo una dichiarazione d’intenti.

Il blog Occupied Palestine ci informa che Israele ha violato ad oggi ben 16 volte la tregua a Gaza: le forze armate di Tel Aviv hanno ucciso 2 palestinesi, ne hanno feriti 50 e si sono inoltre rese protagoniste dell’arresto di 13 pescatori palestinesi e del sequestro delle loro imbarcazioni a largo delle coste di Gaza (Infopal).

Ma come ricordavamo qui la questione palestinese non si riduce alla striscia di Gaza ed allo scontro Israele-Hamas.

Giovedì scorso c’è stato l’avvenimento, da alcuni definito epocale, del riconoscimento della Palestina da parte dell’Assemblea Generale Onu come Stato osservatore. Gli entusiasmi si sono smorzati però con la pronta risposta di Israele a questo avanzamento diplomatico dell’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Abu Mazen: l’ampliamento degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, riprendendo con 3.000 nuove unità abitative il progetto di espansione E1 nella zona di Gerusalemme Est.

Di oggi è la notizia (la riporta Le Monde secondo indiscrezioni di Haaretz) che Parigi e Londra (accompagnate da Stoccolma) sarebbero pronte a minaccaire Israele con sanzioni diplomatiche e a ritirare le proprie rappresentanze in Israele per esprimere il proprio disappunto rispetto alla suddetta intensificazione dell’occupazione. Per ora in realtà non è stato deciso nulla di tutto questo. Gli ambasciatori francese e britannico sono semplicemente stati convocati per questa mattina presso le rispettive sedi dei ministeri degli esteri nelle due capitali europee. Un portavoce del Quai d’Orsay smentisce la possibilità di un ritiro della propria ambasciata in Israele, affermando che la Francia preferisce altri metodi per protestare.

Nel frattempo stamane Moshe Feiglin, deputato del partito di governo Likud (e candidato alla sua leadership come successore di Netanyahu) ha assaltato con 25 coloni israeliani la moschea di Al-Aqsa (sempre a Gerusalemme Est) tentando di profanarla con la collaborazione dell’esercito israeliano (fonte: Infopal).

Ma lo scontro continua anche a livello simbolico, a quanto ci rivela il blog Electronic Intifada. In una classica mentalità da divide et impera, lo Stato israeliano sta apponendo sui passaporti di coloro che vogliono entrare nella West Bank (e che una volta entrati potranno circolare esclusivamente in quest’area) nuovi timbri, recanti la dicitura “Valido solo per Giudea e la Samaria” al posto della vecchia “Valido solo nell’Autorità Palestinese”. Un ulteriore segno (con forte impronta nazionalista e religiosa) di diconoscimento della presenza palestinese nei territori da essa occupati.

 

Vi ricordiamo che su questa nostra pagina (Come seguire le ultime dalla Palestina) potete trovare i riferimenti per restare aggiornati sull’evoluzione degli avvenimenti in Palestina.

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