Aggiornamenti sulla Palestina

Andrea Leoni

Scioperi della fame all’interno delle carceri, assalti alle moschee, scontri violenti e matrimoni negati è la solita quotidianità di un territorio che non ha pace e che cade sotto i riflettori dei media troppo marginalmente.

Abbiamo per questo chiesto un parere a Michele Giorgio voce autorevole su Medio Oriente e questione palestinese, dove peraltro vive, a Gerusalemme, e giornalista del Manifesto.

Alcuni giornali e alcuni opinionisti internazionali hanno parlato, come anche gli stessi media israeliani, di terza intifada. La lotta del popolo palestinese si è fatta molto sentire ultimamente e soprattutto con gli scioperi della fame, ma qual è la situazione ora in Palestina?

Chiaramente non è semplice rispondere alla domanda perché quello che accade in Palestina, è un po’ sotto gli occhi di tutti nonostante non arrivi sempre sui grandi mezzi di informazione. Sicuramente attraverso i social network, attraverso i siti e giornali anche come il mio, il Manifesto, le news comunque arrivano, la situazione è abbastanza chiara per chi segue i Territori occupati Palestinesi costantemente: Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Sicuramente quello che sta avvenendo è la continuazione di un progetto da parte dell’occupazione israeliana che riguarda la confisca della terra, l’estensione di colonie, la negazione di diritti fondamentali per le popolazioni sotto occupazione. Questa politica di negazione di diritti e di confisca anche delle terre palestinesi avviene sempre, che ci sia una rivolta palestinese aperte (anche con un certo grado di violenza) sia che invece questa resistenza avvenga nella maniera più pacifica. Nelle ultime settimane abbiamo visto molte iniziative di resistenza popolare: quelle organizzate dai Comitati popolari palestinesi, che si sono risolte sempre con l’intervento della polizia, dell’esercito israeliano che in qualche caso ha usato anche maniere forti. Poi, sono intervenuti anche i coloni a dar man forte alle forze di sicurezza per metter fine a questi tentativi, quasi sempre molto pacifici, non violenti da parte dei Comitati popolari palestinesi. È notizia di un paio di giorni fa, di questo matrimonio che i palestinesi avevano organizzato tra due persone che vivono da una parte all’altra del muro e la reazione della polizia è stata molto dura, tant’è vero che è stato impedito ai partecipanti che venivano da una parte all’altra della barriera di prender parte a questa funzione, che sarebbe dovuta avvenire nei pressi del check point di Isma quindi alle porte di Gerusalemme. Questo dimostra che anche quando ci sono iniziative molto pacifiche, la reazione è sempre molto forte, un po’ perché non si vuole lasciare spazio ai palestinesi per credere che queste iniziative possano raggiungere qualche risultato, dall’altro lato perché evidentemente si ha il timore da parte delle forze di occupazione, da parte di Israele, che queste iniziative non solo possano moltiplicarsi, ma addirittura anche raccogliere sempre più consensi a livello internazionale. Qui arriviamo ad un punto fondamentale, al di là di quello che accade in Palestina di grave o meno grave ogni giorno, la situazione rimane molto preoccupante ma quello che noi dobbiamo notare è che và sicuramente considerato nel corso degli ultimi anni e che di pari passo ad un sostegno sempre più ampio che Israele riuscirebbe ad ottenere da parte di governi e Stati in particolare quelli occidentali (tanto per fare un nome dei governi ultimi italiani, di qualsiasi colore destra, centro o sinistra). Però di pari passo a questo sostegno ampio che Israele riceve a livello più alto da parte dei governi, bisogna dire che invece la società civile internazionale, chiamiamo così il mondo dell’attivismo, dell’impegno internazionale sia di nuovo avvicinato in maniere netta e consistente alla causa palestinese. Io che vivo qui e lavoro qui da diversi anni, posso dire che non si vedevano tanti attivisti, tanti volontari, tante persone interessate e che spesso si mobilitano con i social network o il lavoro dei siti o di giornali online come il vostro a sostegno dei diritti del popolo palestinese per la causa della giustizia internazionale in terra di Palestina. Quindi dobbiamo considerare che queste iniziative popolari di carattere nonviolento stanno riscuotendo un forte sostegno da parte della comunità internazionale, della gente come noi, della gente comune, gente che crede nella giustizia, nei diritti, e questa cosa evidentemente spaventa le autorità israeliane che, a me pare abbastanza chiaro, abbiano avuto l’ordine di spegnere sul nascere queste iniziative per evitare che possano allargarsi e diventare sempre di più strumento di lotta dei palestinesi, proprio perché è uno strumento di lotta molto efficace è, a mio avviso, decisamente più efficace anche della lotta armata (che i palestinesi hanno condotto negli anni passati, che non aveva raccolto sicuramente questo consenso internazionale).

Hanno avuto grande risalto mediatico, da un punto di vista anche internazionale, gli scioperi della fame (soprattutto ultimamente) che sono portati avanti dai detenuti palestinesi. Qual è l’impatto della protesta nella società palestinese e qual è l’importanza della partecipazione degli stranieri a queste proteste?

Sicuramente gli scioperi della fame all’interno delle carceri, che oramai vanno avanti da oltre un anno, hanno avuto un grosso impatto sulla scena internazionale però soprattutto direi sui Territori palestinesi perché, molte delle mobilitazioni che abbiamo visto negli ultimi tempi e abbiamo raccontato con cura, e dobbiamo sicuramente ricordare quelle che sono state le proteste fuori dalle carceri israeliane, in particolare quelle nei Territori occupati palestinesi, in Cisgiordania quindi. Migliaia di persone che ogni settimana e talvolta più volte in una settimana, in questi ultimi due mesi (gennaio e febbraio) hanno manifestato a sostegno dei diritti dei detenuti, ma soprattutto hanno manifestato a sostegno dei detenuti in sciopero della fame, facciamo il nome di Samer Issawi solo per nominare il detenuto più famoso che oramai digiuna da oltre duecento giorni. Partecipano a fianco della lotta di questi detenuti contro la detenzione amministrativa: cioè la misura cautelare, definiamola così con un termine soft giuridico da parte di Israele, che è quella di detenere una persona per un certo numero di mesi e di rinnovare talvolta anche più volte questa detenzione amministrativa sulla base di semplici sospetti o di misure appunto cautelari, senza mai portare questa persona davanti a un giudice: senza mai che questa persona venga giudicata, processata ed eventualmente condannata. Quindi è sicuramente una detenzione del tutto illegale. Intorno a queste figure come Samer Issawi, ma anche come i precedenti prigionieri politici palestinesi, c’è stata una mobilitazione nazionale degli altri prigionieri e quella popolare. Anche in questo Israele guarda con preoccupazione a ciò che può portare questa lotta, tra l’altro c’è da ricordare che ci sono state anche prese di posizione da parte delle istituzioni come l’Unione Europea (anche se in modo blando e a mezza bocca) che ha criticato Israele. Bisogna dire che i centri per i diritti umani hanno ampiamente criticato Israele chiedendo la liberazione immediata di questi detenuti se non esistono delle prove della loro colpevolezza in qualche reato particolare. Quindi, questo è un aspetto molto importante della lotta popolare, a cui però vorrei aggiungere una cosa: sull’ “importanza della partecipazione” dei cosiddetti stranieri internazionali e via dicendo: certo che da parte dei palestinesi ci sia l’interesse ad avere anche una presenza internazionale durante queste iniziative (per il semplice motivo che si possa registrare quello che accade) allo stesso tempo, bisogna anche considerare che la partecipazione alla lotta palestinese, per mia personale opinione, alle battaglie per la legalità e per i diritti dei palestinesi debba avvenire in modo discreto, in maniera non da protagonista, in modo da lasciare ai palestinesi questo ruolo. Bisogna invece svolgere un ruolo di appoggio a livello internazionale per l’informazione, per diffondere le varie iniziative ed evitare manie di protagonismo che a mio avviso non sono state del tutto assenti in questi ultimi tempi, da parte di particolari organizzazioni, ci tengo a precisare che non mi sto riferendo a nessuna in particolare. Il problema, poi, non è della particolare organizzazione ma di determinati individui che forse vengono qui nei Territori occupati palestinesi a cercare una visibilità che, a mio avviso, invece va lasciata ai palestinesi e alle battaglie che portano avanti i palestinesi stessi.

Anche da un punto di vista istituzionale ci sono stati degli sviluppi, date le recenti mosse dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma qual è la situazione tra Gaza e Ramallah?

Senza dubbio Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese, cioè i governi di Gaza e quello di Ramallah, sono uno degli aspetti più negativi delle vicende recenti dei palestinesi. Nonostante tutti gli appelli alla riconciliazione nazionale giunti da più parti palestinesi, nonostante la chiara volontà della popolazione al fine di superare queste divergenze e quindi anche di arrivare ad una piattaforma politica congiunta, sui principi condivisi da tutti i palestinesi o la stragrande maggioranza di essi, queste due fazioni non hanno raccolto questi appelli e continuano a perseguire una politica di potere, di vano potere. Perché quello che si esercita a Gaza (da parte di Hamas) è un potere che sembra reale sul territorio, ma che è molto fragile in termini generali perché la Striscia di Gaza è un territorio sotto uno stretto assedio israeliano. La condizione di Gaza era e resta drammaticissima a pagare il prezzo più alto sono sempre i palestinesi che non hanno potere, che non hanno mezzi: i palestinesi più poveri, dei campi profughi, che non hanno la possibilità di libertà di movimento e sono sempre più in difficoltà anche con l’aumento di disoccupazione elevatissima. I problemi di Gaza sono numerosissimi, sappiamo quelli dei contadini che non possono andare nelle loro terre che sono adiacenti alla linea di confine di Israele, perché Israele non lo consente, la limitazione della pesca e via dicendo, l’elenco dei problemi è davvero sterminato. Però, da parte del governo di Hamas, si cerca più di conservare il governo dal basso che di andare verso una riconciliazione con Fatah. E questo vale anche, e ci tengo a sottolineare, per quanto riguarda l’Autorità di Ramallah.

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