Alle soglie del moderno: l’aggressione alla Jugoslavia, quattordici anni dopo

Domenica 24 Marzo: ricorrono quattordici anni da quel fatidico e cruciale 24 Marzo 1999, quando, alle 18.45, le forze dell’Alleanza Atlantica danno inizio a quella che sarebbe passata alla storia con il nome in codice di “Allied Force” (Forza Alleata) ed il nome autentico di aggressione e distruzione della Repubblica Federale Jugoslava, la federazione di Serbia e Montenegro, ciò che restava della storica Jugoslavia e dell’ideale di panslavismo degli Slavi del Sud che sotto quella denominazione si era ricostituito.

Un ostacolo lungo la strada dell’egemonia unipolare di un mondo a stelle e strisce ma anche una vera e propria pietra di inciampo lungo il percorso della ristrutturazione capitalistica e atlantica dell’Europa, all’insegna della costituenda Unione Europea. Ostacolo e pietra di inciampo divelti con forza brutale, per mezzo di una autentica, rapace, aggressione, al prezzo di immani devastazioni e clamorose distruzioni.

Belgrado, i segni della guerra impressi su di un ex edificio ministeriale

13 su 19 Paesi dell’Alleanza Atlantica coinvolti, tra cui l’Italia.

Oltre 1.100 velivoli impiegati, dei quali 725 statunitensi e 54 italiani.

Oltre 10 mila missioni compiute.

535 bombardieri e cacciabombardieri utilizzati, dei quali 323 statunitensi e 213 alleati.

Circa 37 mila sortite, delle quali 1.378 italiane.

10 mila missili Cruise lanciati, con oltre 21 mila tonnellate di esplosivo e ben 1.085 cluster bomb, proibite dalle convenzioni internazionali, che disseminano il campo di battaglia (che si estende però su una superficie di centinaia di chilometri) di oltre 35 mila ordigni e mine che ancora oggi mettono a rischio l’incolumità di oltre 150 mila civili.

Una stima contenuta conta circa mille obiettivi colpiti, duemila civili uccisi “per errore”, seimila persone rimaste gravemente ferite; 33 ospedali distrutti, decine di scuole colpite. Centrate e distrutte aree residenziali, uffici pubblici, infrastrutture, antenne radio-televisive, stazioni di treni e autobus, ponti e strade; danneggiate le ambasciate, le chiese, i luoghi di culto in generale; colpiti 14 aeroporti, cento fabbriche, decine di centrali energetiche, tra cui 23 raffinerie.

Praticamente impossibile invece quantificare la superficie, la portata e gli effetti della contaminazione della regione, a causa degli effetti dell’uso di uranio impoverito. Se la guerra è carnefice, i soldati sono tra i primi a pagarne il conto: sono decine i casi di militari italiani ammalatisi gravemente per le contaminazioni radioattive sul fronte balcanico.

Il tutto per motivazioni insondabili se non alla luce dei piani strategici dell’imperialismo occidentale: l’aggressione viene scatenata all’indomani del fallimento del tavolo “negoziale” di Rambouillet, finalizzato alla risoluzione della controversia serbo-albanese in Kosovo, dopo il NO della dirigenza serba alle condizioni-capestro imposte dalle potenze occidentali, tra cui il diritto di sorvolo e di transito, incondizionatamente, alle forze militari della NATO, nello spazio aereo e sul territorio sovrano della RFJ, violandone sovranità e integrità.

Una guerra, al tempo stesso, “morale” e “politica”, per la volontà conclamata delle potenze occidentali di “punire” la Serbia per la sua resistenza al disegno di una Nuova NATO e di un Nuovo Ordine Mondiale

(una dichiarazione di Wesley Clark, generale delle forze alleate nella campagna contro la RFJ: «noi stiamo portando sistematicamente e progressivamente attacchi, distruzione e devastazione e alla fine – a meno che il Presidente Milosevic acconsenta alle richieste della comunità internazionale – distruggeremo le loro forze e le loro installazioni e i loro appoggi»)

e, di conseguenza, per il disegno strategico così perseguito, di rilanciare il principio e la pratica dell’intervento umanitario per offrire una nuova legittimazione storica alla guerra imperialistica, dettata da motivazioni, di volta in volta, strategiche, politiche o economiche

(una dichiarazione di Harold Pinter, scrittore e drammaturgo contro la guerra: «Gli Stati Uniti furono determinati ad intraprendere la guerra contro la Serbia per una ed una sola ragione: affermare il proprio dominio sull’Europa. E sembra molto chiaro che non si fermeranno. Nel mostrare il loro disprezzo per le Nazioni Unite e per la Legge Internazionale, gli Stati Uniti hanno aperto la via a più oltraggi alla morale, più “interventi umanitari”, piùdimostrazioni della loro indifferenza aldestino dimigliaia dipersone, piùbugieestupidaggini, più sadismo e distruzione»).

Ecco perché parliamo della guerra contro la Jugoslavia del fatidico e cruciale 1999 come una vera e propria “guerra costituente”: antesignana dell’odierno interventismo umanitario e paradigma del nuovo concetto strategico ammantato di “imperialismo dei diritti umani”, accompagnato da obnubilanti campagne mediatiche, in spregio di legge e di giustizia.

 

di Gianmarco Pisa  (IPRI – Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, Rete CCP – Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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