Ancora morti in Palestina. Cosa sta succedendo?

Nulla di nuovo sostanzialmente: il prezzo dell’occupazione israeliana questa volta l’hanno pagato quest’oggi tre persone durante un raid dell’esercito di Israele nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania.

La situazione in Palestina è sempre molto tesa: l’escalation quest’oggi, quando tre persone sono state assassinate durante un raid dell’esercito israeliano. Come riporta il racconto dell’agenzia Ma’an News: tre palestinesi ed altri sette sono rimasti feriti negli scontri quando “le truppe israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania”. Secondo la ricostruzione dell’agenzia i militari israeliani hanno circondato una casa che ospitava diversi militanti della resistenza palestinese e hanno “inondato la casa di colpi di pistola. I militanti hanno risposto al fuoco e tre di loro sono rimasti uccisi”. Hamza Abu al-Haija di 22 anni, Mahmoud Abu Zeina di 17, e il ventiduenne Yazan Mahmoud Basim Jabarin.


Secondo le fonti della sicurezza locale, riporta l’agenzia Ma’an, Hamza Abu al-Haija era un “leader di spicco” dell’ala militare di Hamas, le brigate Ezzedin al-Qassam, Mahmoud Abu Zeina, sarebbe stato associato alla Jihad islamica (delle brigate al-Quds) mentre Yazan Mahmoud Basim Jabarin faceva parte dell’ala militare del movimento Fatah.




Quando le truppe israeliane si son ritirate dal campo, decine di uomini si sono recati nella casa e subito dopo, 10 mila persone in lutto, hanno sfilato dietro i corpi dei tre militanti. Alle cerimonie funebri erano contemporaneamente presenti rappresentanti dei tre movimenti Fatah, Hamas e della Jihad islamica. Durante il percorso in molti hanno gridato alla vendetta ed in molti hanno chiesto la fine dei negoziati con Israele invitando i dirigenti delle due fazioni principali, Fatah ed Hamas, a riconciliarsi.



 

Proprio del secondo “negoziato” si è occupato ieri, Michele Giorgio sul Manifesto: con l’isolamento di Gaza (“in ginocchio come non acca­deva dal 2006–2007, quando Israele diede ini­zio al blocco della Stri­scia in rispo­sta alla cat­tura del sol­dato Ghi­lad Sha­lit e alla presa del potere da parte di Hamas a danno di Fatah e dell’Anp del pre­si­dente Abu Mazen” scrive Michele Giorgio) e di conseguenza del movimento Hamas, che non riesce a gestire l’economia interna (la disoccupazione è altissima, in molti mangiano solo con gli aiuti umanitari), secondo la fonte citata dal Manifesto, sembra che il movimento islamico stia “cercando di sfrut­tare a suo van­tag­gio, per uscire dall’angolo, la ripresa dello scon­tro senza esclu­sione di colpi tra l’ex “uomo forte” di Fatah a Gaza, Moham­med Dahlan, e il pre­si­dente Abu Mazen” ovvero quello che Michele Giorgio chiama “l’accordo con il “diavolo”" tra Hamas e Dahlan e che “riguarderà anche la Cisgiordania”. La previsione alla fine dell’articolo è proprio questa: “Dahlan diven­terà pre­si­dente con l’appoggio degli isla­mi­sti, Hamas gui­derà il governo, Abu Mazen andrà in pen­sione. E il popo­lare lea­der dell’Intifada pale­sti­nese Mar­wan Bar­ghouti? Lui mar­cirà in pri­gione, ha assi­cu­rato qual­che giorno fa un mini­stro israeliano”.

 

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