Arabia Saudita, Emirati e Bahrein ritirano gli ambasciatori dal Qatar: nel Golfo le acque si agitano

Con un comunicato congiunto, i tre ricchi regni del Golfo Persico hanno comunicato che le loro missioni diplomatiche lasceranno Doha. Motivazione ufficiale: il Qatar non ha dato seguito ad un accordo di non-interferenza reciproca. Dietro ciò, il rapporto con i Fratelli Musulmani.

L’accordo rivendicato da Riyad, Abu Dhabi e Manama è un Patto per la sicurezza e la stabilità reciproca approvato nell’ambito dell’organo che riunisce (prevalentemente per affari economici) i quattro Stati dell’area con in più Oman e Kuwait: il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Secondo tale documento, firmato lo scorso 23 novembre 2013, ogni membro dell’organizzazione si impegna a non mettere a rischio la tenuta interna degli altri Stati attraverso azione diretta, pressioni politiche o media ostili.

Il Qatar dal canto suo replica condannando l’atto, ma precisando che non si comporterà alla stessa maniera.

Una mossa per certi versi inaspettata in questa sua forma ufficiale e palese, ma che esprime in realtà una frattura che esiste da diverso tempo all’interno del CCG. Le posizioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein da un lato (tre monarchie alleate degli Stati Uniti) e del Qatar dall’altro, sono infatti alquanto distanti soprattutto rispetto ai rapporti con l’organizzazione politica islamica dei Fratelli Musulmani ed al loro ruolo nelle “rivolte” arabe dal 2011 ad oggi. Non solo nei Paesi del Golfo, dove in generale sono state soffocate, ma in tutta l’area.

L’emirato qatari è da molti anni un palese sostenitore del movimento, ideologicamente e soprattutto finanziariamente, dimostrandosi particolarmente generoso nell’appoggiarlo, grazie ai ricavi delle rendite petrolifere, sia in Palestina (dove la Fratellanza è rappresentata dal movimento Hamas, al governo a Gaza), sia in Siria (dove è storicamente presente e schierato tra le fila dei ribelli contrari al regime di Assad), sia soprattutto nella casa-madre, l’Egitto. Mohammed Morsi ed il governo a lui legato hanno goduto dell’afflusso di ingenti somme di denaro provenienti da Doha.

Allo stato attuale, il Qatar non è più ben visto in Egitto, proprio a causa degli sconvolgimenti nel frattempo avvenuti: Morsi è stato destituito ad opera dei militari; la Fratellanza Musulmana è perseguitata ed è stata dichiarata fuorilegge; Hamas è stato recentemente dichiarato organizzazione terroristica dalla magistratura cairota, sia per il legame con i Fratelli Musulmani che con l’accusa di appoggio agli attentati jihadisti nel Sinai, al confine con Gaza. Non a caso, l’intera redazione egiziana di Al Jazeera (tv di proprietà dell’emiro del Qatar), 16 giornalisti egiziani e 4 occidentali, è sotto processo da mesi (proprio oggi si è deciso di aggiornare il processo al 24 marzo prossimo) e inoltre l’Egitto ha annunciato che anche il suo ambasciatore presso il Qatar, da febbraio al Cairo, non farà più ritorno a Doha.

Le tre petromonarchie che oggi hanno lanciato questo attacco diplomatico all’emirato del Qatar sono invece strettamente fedeli alle scelte politiche degli Usa in Medio Oriente, oltre che impegnate in un conflitto strisciante con l’Iran. Di conseguenza, dopo un’iniziale accoglimento favorevole di Morsi, ora sono schierate, e fanno giungere il loro sostegno economico, dalla parte dei militari egiziani (oltre che contro Hamas e con altre fazioni di ribelli ad Assad).

Questo dedalo di interessi strategici e contrapposizioni latenti (ma non troppo) sembra essere, secondo il parere di molti, il vero motivo di questa contrapposizione con il Qatar. Una contrapposizione che negli ultimi giorni ha vissuto un’escalation non da poco: oltre alla decisione di oggi, negli scorsi giorni un cittadino del Qatar sarebbe stato condannato “politicamente” a sette anni di reclusione negli Emirati per aver sostenuto un gruppo locale della Fratellanza, il partito al-Islah (“la riforma”).

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