Armatevi e combattete! Via libera dell’Unione Europea alla fornitura di mezzi militari all’opposizione siriana

Annalisa Marroni

La vittoria della posizione franco-britannica accentua le divisioni in seno all’Unione europea e mette in pericolo la tenuta degli sforzi diplomatici della comunità internazionale per tentare di raggiungere un accordo sulla crisi siriana.

Dopo oltre 12 ore di discussioni i ministri degli Esteri dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea, riunitisi ieri a Bruxelles nel Consiglio Affari esteri per discutere dell’opportunità di mantenere l’embargo sulle forniture di armi in Siria, hanno confermato le sanzioni contro il regime siriano e hanno deciso di non rinnovare l’embargo sulle armi destinate al fronte anti-Assad (in scadenza il prossimo 31 maggio).

Si tratta di una presa di posizione di compromesso quella emersa dal Consiglio Affari esteri di ieri che nasconde le debolezze di un’Unione europea estremamente divisa in merito al comportamento da adottare nei confronti della guerra civile in Siria. Il primo elemento che mette in luce la frammentazione esistente in seno al Consiglio è stata la durata delle discussioni (ben 12 ore) durante le quali i vari Stati membri si sono arroccati sulle loro posizioni. La Francia e la Gran Bretagna (sempre pronte ad utilizzare i conflitti militari a loro vantaggio, sostenendo i ribelli come in Libia o intervenendo a favore dello status quo come in Mali) hanno sostenuto a spada tratta la necessità di prendere parte attiva nel conflitto siriano attraverso la fornitura di armi ai ribelli. Contrario a tale ipotesi era, invece, un nutrito gruppo di Paesi tra cui Austria, Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda e Svezia, preoccupati che un sostegno militare alle parti del conflitto possa essere strumentalizzato o finire nelle mani sbagliate (in particolare si teme possa avvantaggiare fazioni considerate affiliate ad al-Qaeda come il Jabhat al-Nusra “Fronte per la Vittoria”) andando ad incrementare le violenze e le violazioni dei diritti umani in un Paese già allo stremo. L’Italia, rappresentata da Emma Bonino, ha tentato di sostenere una terza via, in base alla quale la consegna di materiale bellico alle opposizioni avrebbe dovuto essere valutata “caso per caso” includendo clausole di salvaguardia sui destinatari finali delle armi.

Sebbene alla fine sia stata votata una posizione di compromesso tra le varie opzioni sul tavolo, in quanto l’accordo raggiunto prevede il mantenimento de facto dell’embargo fino al mese di agosto, la mancanza di una posizione comune ha indebolito l’Unione europea come soggetto istituzionale e ha premiato coloro che al dialogo tra Stati membri hanno privilegiato le minacce di assumere posizioni indipendenti (come avevano già fatto ai tempi della guerra in Libia).

L’intesa raggiunta a Bruxelles potrebbe, inoltre, minare la tenuta della Conferenza internazionale di pace per la Siria prevista il mese prossimo a Ginevra (la cosiddetta Ginevra II). La Russia (paese promotore della Conferenza insieme agli Stati Uniti) non ha tardato a confermare questi sospetti: il vice ministro degli Affari Esteri, Sergey Ryabkov, ha dichiarato che la decisione dell’Unione europea è un esempio di doppio standard e che potrebbe avere conseguenze negative sulla conferenza. “L’embargo è stato revocato nonostante tutte le dichiarazioni dell’Ue per una soluzione basata sulla dichiarazione di Ginevra (giugno 2012) e l’accordo sulla necessità di convocare una conferenza internazionale sulla Siria. E questo va contro la politica dell’Unione europea stessa” ha proseguito Ryabkov dando credito alle preoccupazioni sollevate da Emma Bonino nel corso della conferenza stampa a Bruxelles. “Qui tutti prendono Ginevra per acquisita, come se la Conferenza fosse già decisa; io penso invece che la strada è ancora lunga anche solo perché si possa tenerla. Una conferenza è un processo, dobbiamo mettercelo in testa: se dura un giorno è perché é fallita“.

 

Insomma, l’accordo raggiunto ieri dai ministri degli esteri dell’UE scontenta tutti, anche i ribelli siriani che, per voce del generale Salim Idris (comandante dell’esercito siriano libero), hanno espresso la loro delusione sull’esito dell’incontro. Nel frattempo il comandante ha ricevuto la visita del senatore Usa John MacCain che, con questo gesto plateale ha voluto mostrare il suo sostegno ai ribelli e opporsi al modo in cui l’amministrazione Obama sta gestendo la crisi siriana. Al momento, però, l’unico effetto sortito da tale visita è stato quello di irritare ulteriormente il Cremlino che vede in questa mosse un ulteriore ostacolo ai preparativi della Conferenza sulla quale pendono già diversi punti interrogativi: in particolare in merito la composizione delle delegazioni siriane (regime e opposizione) che a questa Conferenza dovrebbero prendere parte e l’inclusione dell’Iran nella lista degli Stati invitati a prendere parte a questa Conferenza.

 

L’unica certezza che rimane, al momento, sono le violenze e gli abusi che continuano ad essere perpetrati in Siria, dove il conflitto ha causato più di 94.000 morti e oltre 1,5 milioni di sfollati. Come ha denunciato ieri la leader dell’Unhcr, Navi Pillay, in occasione del discorso tenuto in apertura delle sessioni annuali del Consiglio per i diritti umani a Ginevra: colpevole di tali abusi non è solo il regime che ha fatto prova di una forza indiscriminata e sproporzionata nella repressione dell’opposizione, ma anche i gruppi ribelli che si sono macchiati di gravissime violazioni dei diritti umani, come dimostrano le esecuzioni sommarie e gli abusi nei confronti delle donne.

 

 

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