Arsenico nell’acqua: cronaca di un’emergenza annunciata

Annalisa Marroni

La settimana scorsa si è riaccesa l’emergenza arsenico nei comuni del viterbese. Pietra dello scandalo: la concentrazione “fuorilegge” di arsenico nella rete idrica dell’area che supera di netto la soglia di sicurezza prevista dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e i limiti, più blandi, fissati dalla normativa europea. Un’emergenza che priva migliaia di cittadini di accedere al bene comune primario per eccellenza: l’acqua.

A lanciare l’allarme è stata la diffusione dei risultati di uno studio condotto dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS) sul rischio arsenico. A seguito di un biomonitoraggio condotto su campioni di unghie e urine di 269 volontari sani residenti nelle aree a rischio è emerso che gli abitanti della provincia di Viterbo presentano una concentrazione di arsenico nelle unghie pari a 200 nanogrammi contro la media di 82 nanogrammi del resto della popolazione. Uno dei comuni più colpiti è quello di Capranica, dove la concentrazione di questo metallo nell’acqua è pari a 43 microgrammi per litro, ben 4 volte superiore al limite consentito dalla legge. I comuni della Tuscia, però, non sono gli unici interessati da questo grave problema: anche numerosi comuni nella provincia di Roma e di Latina hanno dovuto interrompere la fornitura di acqua ai loro cittadini a causa degli alti livelli di arsenico riscontrati. ( vedi la situazione a Velletri)

Arsenico: questo sconosciuto

L’arsenico è un metallo pesante naturalmente presente nell’ambiente, sia in forma organica che in forma inorganica. L’uomo, attraverso l’acqua e  l’assunzione di alcuni cibi (come il pane e la pasta), è esposto alla forma tossica dell’arsenico, quella inorganica, considerata un elemento cancerogeno di classe prima dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. E’ stato dimostrato, infatti, che la quotidiana e prolungata assunzione di questa sostanza aumenta il rischio di incorrere in patologie gravi come tumori alla vescica, ai polmoni e alla cute, patologie cardiovascolari come l’ictus e l’ipertensione arteriosa o anche l’insorgere del diabete.

 

Un’emergenza annunciata

L’alta concentrazione di arsenico nell’acqua di numerosi comuni italiani non è un fatto nuovo, tutt’altro. Nelle zone di origine vulcanica, come l’area dei Castelli Romani e quella della provincia di Viterbo, l’acqua potabile contiene da sempre importanti quantità di arsenico: l’acqua piovana cadendo discioglie l’arsenico naturalmente presente nelle rocce e contamina le falde acquifere. Inoltre, il ricorso a pesticidi e carboni fossili da parte dell’uomo, ha contribuito ad innalzare il livello di arsenico presente nell’ambiente.

 

 

Da oltre dieci anni, con l’entrata in vigore il decreto 31 del 2001 di attuazione della direttiva comunitaria 98/93/CE in materia di 

qualità dell’acqua destinata al consumo umano, il limite massimo consentito di arsenico nell’acqua potabile è stato portato da 50 a 10 microgrammi al litro a causa della sua cancerogeneicità. A partire da quel momento la Regione Lazio, in cui si trovano gran parte dei comuni che presentavano (e presentano tutt’ora) alti livelli di arsenico nell’acqua, ha fatto continuamente ricorso allo strumento della deroga triennale. Si tratta di un’istituto che, nell’ottica del legislatore, avrebbe consentito di procrastinare l’applicazione della legge al fine di permettere agli enti gestori di attuare i piani di rientro o di individuare altre risorse idriche. Dopo essere ricorsa a tale strumento per due volte, l’Italia ha ottenuto una terza deroga per un limite massimo di 20 microgrammi di arsenico per litro, concessa dalla Commissione europea fino al 31 dicembre 2012.  A partire dal primo gennaio di quest’anno, quindi, gran parte dei comuni che non hanno provveduto a mettere a norma la propria rete idrica (ben 50 su 90 comuni non a norma nel 2009) sono stati obbligati a vietare il consumo dell’acqua corrente anche per gli usi legati alla cucina e, in alcuni casi, addirittura per l’igiene personale.

 

Da molte parti si è gridato all’emergenza, anche se è improprio parlare di emergenza per una situazione che si trascina da anni. Molti gestori degliacquedotti, infatti, invece di impiegare il tempo concesso dalla deroga per mettere in sicurezza la rete idrica, hanno tergiversato continuando a fornire acqua al di fuori dei limiti di legge e contribuendo ad aggravare la situazione. Non sorprende, infatti, il dato rivelato dalla ricerca condotta dall’ISS, secondo la quale oltre all’acqua adesso sono a rischio anche gli alimenti: nel pane prodotto nell’area di Viterbo sono state rilevate concentrazioni di arsenico superiori al limite massimo consentito.

 

Il Codacons avvierà nei prossimi giorni un’azione di risarcimento per tutte le attività commerciali danneggiate dalla vicenda. Infatti, gli esercizi commerciali che utilizzano le acque contaminate per produrre gli alimenti potrebbero essere costrette a chiudere, pagando a caro prezzo quello che è stato definito dal referente dell’Associazione italiana medici per l’ambiente della zona di Viterbo, Antonella Litta, il “menefreghismodelle istituzioni regionali su un argomento di primaria importanza come la salute dei cittadini. 

 

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