Attentati suicidi contro i curdi dell’Iraq: sullo sfondo la contesa strada Kirkuk-Baghdad

Nonostante in molti vogliano farcelo credere, l’Iraq non è per nulla un Paese pacificato. Non basta una “iniezione di democrazia occidentale” made in Usa calata dall’alto, né anni di occupazione militare che ha garantito gli interessi delle compagnie petrolifere.

I conflitti etno-politici a Baghdad e dintorni continuano inesorabilmente, c’è uno stato di guerra latente (ma neanche troppo, anzi: è abbastanza esplicito). L’architettura istituzionale data all’Iraq ed i nuovi poteri costituitisi sembrano evidenziare e persino legittimare scontri di potere. Ne è un esempio il conflitto tra il Kurdistan Regional Government, vale a dire la regione autonoma curda dell’Iraq, e il governo centrale di Baghdad, per un asse stradale strategico che conduce da Kirkuk (area curda) alla capitale, di cui vi abbiamo già parlato in questo articolo. Per la precisione lo snodo conteso è la località di Tuz Khurmatu, in cui convivono fianco a fianco (spesso loro malgrado) arabi, curdi e turkmeni. Trattasi di zona ricca di petrolio, che fa gola ad entrambe le amministrazioni che invece almeno apparentemente avevano trovato una modalità equilibrata di convivere.

Nella giornata di mercoledì tre diversi attentati suicidi, tutti compiuti attraverso macchine imbottite di esplosivo, hanno colpito importanti sedi strategiche curde irachene. Primo bersaglio, la sede dell’Unione Patriottica del Kurdistan, il partito socialista curdo fondato dall’attuale presidente dell’Iraq Jalal Talabani, a Kirkuk. Nell’attentato ha perso la vita un agente di sicurezza. Sempre nella città di Kirkuk, anch’essa etnicamente composita, un’altra suicide bombing car ha preso di mira un gruppo dei Peshmerga, le forze armate del governo regionale curdo, uccidendo un militare e ferendone altri dodici.

Un altro peshmerga è caduto vittima del terzo attentato, questa volta proprio nella suddetta Tuz Khurmatu, provincia di Salaheddin, con le stesse identiche modalità (fonte Reuters). Nessun gruppo ha finora rivendicato i tre attentati, ma diversi sono i gruppi armati di matrice jihadista sunnita che cercano di destabilizzare l’area e minacciare l’autonomia curda.

Dal canto suo, il governo curdo di Erbil ha negli ultimi mesi schierato massicciamente i suoi militari lungo tutto il confine regionale, ufficialmente per proteggere i civili da scontri interreligiosi nella zona, ma molto più plausibilmente proprio per fronteggiare le forze armate nazionali, anch’esse a presidio del loro “confine” per accaparrarsi l’area strategica oggetto del contendere.

 

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