Dov’è la protesta? Una risposta a Graeber e Lapavitsas

Jérôme Roos

Sì, siamo bella gente, e sì siamo stati indeboliti della nostra energia. Ma i motivi principali per cui non stiamo protestando sono più profondi e devono esser inquadrati immediatamente

La scorsa settimana, due commenti apparsi nel quotidiano The Guardian – uno di David Graeber [qui trovate la nostra traduzione, ndt] e l’altro a firma di Costas Lapavitsas ed Alex Politaki [qui trovate la nostra traduzione, ndt] – pongono sostanzialmente la stessa domanda: dato che ci troviamo in questo assalto implacabile dei ricchi e dei potenti, perché non ci sono persone che si rivoltano nelle strade? Che fine ha fatto l’indignazione? Le viti dell’austerity sono state solo strette. Allora, dove sono le proteste? I due pezzi forniscono due risposte molto diverse alla domanda e mentre entrambe contengono un’intuizione, in ultima analisi, restano insoddisfacenti.

Prima di passare agli articoli, però, dobbiamo notare che le cose non sono andate così male da come sembrerebbe da una rapida occhiata ai titoli. Tornando al 2010-11, la protesta popolare era una novità presente in tutti i media mainstream. Oggi, la resistenza è molto diffusa, ma non vediamo più riportate le notizie. Per fare solo l’esempio più evidente: due settimane fa Madrid ha visto una delle sue più grandi manifestazioni dall’inizio della crisi, con centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza. Nonostante l’enorme affluenza e i violenti scontri che sono scoppiati verso la fine della marcia, i media spagnoli e quelli internazionali hanno scelto di ignorare sistematicamente l’evento.

 

Ci preoccupiamo troppo?

Detto questo, c’è l’impressione che le proteste si siano calmate in frequenza ed intensità dal 2011. Perché questo? Nel suo articolo, l’antropologo David Graeber sostiene che la classe operaia semplicemente “si preoccupa troppo”. Con le sue parole: “la classe lavoratrice [è] molto meno auto-ossessionata [dei ricchi]. Si preoccupano di più dei loro amici, delle loro famiglie e dalla loro comunità. Nel complesso, quantomeno, sono fondamentalmente più carini”.

In un certo senso, Graeber ha giustamente sottolineato questo abisso morale. Una recente ricerca ha prodotto una pletora di prove scientifiche secondo le quali i ricchi – e loro seguaci “razionali” dei dipartimenti di economia – sono infatti molto più egoisti della gente comune. Qui ad Atene, la solidarietà comunitaria e il reciproco aiuto è singolarmente responsabile del mantenimento del tessuto sociale di fronte a questo egoismo distruttivo di banchieri e politici.

Ma possiamo davvero dedurre da questa osservazione a tratti moralistica che la gentilezza fondamentale delle persone che lavorano – in combinazione con lo spostamento del loro senso di solidarietà in concetti astratti come quello dell’identità nazionale – fornisca una “risposta parziale” al mistero delle strade vuote? Tale conclusione mi sembra un po’ fuori luogo. Dopo tutto, come Graeber stesso può attestare, c’era un sacco di gente comune per le strade nel 2011 che costruiva campi di protesta sulla base della solidarietà. Perché non siamo ancora là fuori oggi? Siamo improvvisamente diventati molto più attenti verso il ricco e tanto meno solidali l’uno con l’altro? Che cosa è cambiato? Mi sembra che dovremmo concentrarci non tanto sulle virtù morali dei lavoratori, ma piuttosto sulle cause sociali della natura effimera ed inefficace della protesta contemporanea in sé .

 

Un doppio smacco economico ?

 

Qui, l’articolo dell’economista politico Costas Lapavitsas e del giornalista Alex Politaki – che si concentra in particolar modo rispetto alla contestazione giovanile europea, anche se la loro domanda è fondamentalmente la stessa di Graeber – fornisce una spiegazione un po’ più dinamica. Secondo Lapavitsas e Politaki “la risposta sembra essere che la gioventù europea è stata colpita da un “doppio smacco” legato al problematico accesso all’istruzione e dall’aumento della disoccupazione”. Ciò a sua volta ha “minato l’energia ribelle dei giovani, costringendoli a cercare un maggior aiuto finanziario dai genitori, sia per l’alloggio che per la vita quotidiana”. Di conseguenza “i giovani sono stati in gran parte assenti dalla politica, dai movimenti sociali e persino dalle spontanee reti sociali che hanno affrontato la parte peggiore della catastrofe”.

 

A prima vista, questo argomento sembra avere qualche merito esplicativo. Un esame più attento però, lo contraddice nettamente. Già nel 2010-11, tutti – compreso Lapavitsas – avevano citato l’aumento della disoccupazione come un fattore determinante delle proteste. Ora le stesse persone citano l’aumento della disoccupazione come motivo per la mancanza delle proteste stesse? Questa spiegazione sembra fare acqua. Nel 2012, Lapavistas ha scritto che “questa situazione è chiaramente insostenibile. Porta disoccupazione … e diffonde disperazione in tutta Europa. Appena l’eurozona si muoverà a fondo nella recessione nel 2013, tensioni economiche e sociali sbocceranno in tutto il continente”. A parte il fatto che non è successo, poiché la zona euro è andata più a fondo nella recessione mentre le strade si sono svuotate, non è possibile retroattivamente spiegare questo fatto, con lo stesso ragionamento economicistico, una volta enunciata la previsione dell’esito opposto, a meno che non si ipotizza esplicitamente l’esistenza di una sorta di soglia a partire dalla quale le difficoltà economiche cominciano a scoraggiare la protesta popolare – ma Lapavitsas non lo fa.

Precarietà, ansia, inutilità.

Quindi, a parte il fattore frenante più immediato delle proteste (cioè la violenta repressione dello Stato), perché non siamo ancora per le strade? Vorrei suggerire che, se guardiamo un po’ più a fondo e ci muoviamo al di là di mere manifestazioni di superficie, possiamo individuare almeno tre fattori correlati – tra tutti gli sviluppi a lungo termine che vengono oggi alla ribalta – alla base del carattere relativamente effimero della protesta contemporanea:

 

  1. La totale disgregazione ed atomizzazione del tessuto sociale come conseguenza della crescita dell’indebitamento e la natura precaria del lavoro nel capitalismo finanziario, insieme con l’emergere degli apparentemente “rivoluzionari” social media e delle tecnologie di comunicazione, che possono essere strumenti molto utili di coordinamento di proteste, ma che ci rendono sempre più incapaci di tenere insieme ampie coalizioni popolari. L’atomicità sociale del tardo capitalismo inibisce lo sviluppo di un senso di solidarietà e rende molto più difficile l’autorganizzazione nei posti di lavoro e la costruzione di forti e duraturi movimenti autonomi dal basso.

 

  1. Il diffuso senso di ansia creato dal mantra neoliberista della produttività permanente e connettività costante, fattori che mantengono le persone isolate e perennemente preoccupate con le esigenze del momento presente e quindi ostacolando il pensiero strategico e organizzativo di base a lungo termine. Strettamente connesso alla crescita dell’indebitamento e alla precarietà, l’ansia diventa l’effetto dominante sotto il capitalismo finanziario. Mentre l’ansia si trasforma facilmente in brevi esplosioni di rabbia, i suoi effetti paralizzanti formano anche una barriera psicologica per gli investimenti e per il coinvolgimento nelle relazioni inter-personali e nei progetti sociali a lungo termine.

 

  1. Lo schiacciante senso di inutilità che le persone sperimentano a fronte di un nemico invisibile e apparentemente intoccabile – il capitale finanziario – che non possono affrontare direttamente nelle strade, né sfidare in maniera significativa in Parlamento o nel Governo. Sulla scia dell’evidente fallimento delle recenti mobilitazioni nel produrre cambiamenti immediati nei risultati politici o nella politica economica, le persone sono comprensibilmente deluse dalla inutilità percepita della protesta di strada. L’inutilità – ossia la convinzione che “non ci sia alternativa” al controllo capitalistico – diventa così l’arma più importante dell’arsenale ideologico dell’immaginario neoliberista.

 

In un prossimo articolo, cercherò di analizzare questi tre fattori in maggior dettaglio e a fornire una panoramica di ciò che considero le principali sfide che i movimenti incontrano nel riaccendere l’immaginazione radicale. Qui, però, voglio limitarmi a sottolineare un punto critico: né la narrazione moralistica di Graeber (che contrappone la fondamentale gentilezza dei lavoratori con l’egoismo dei capitalisti), né la lettura economicistica di Lapavitsas e Politaki (che spiega il calo delle proteste attraverso la difficoltà di accesso ai posti di lavoro e ad una più elevata istruzione) ci forniscono molto, in un quadro analitico-strategico, al fine di aiutare a migliorare la resistenza in questa fase di relativa smobilitazione. Ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo momento è un serio dibattito all’interno dei movimenti su come abbattere i meccanismi di controllo neoliberisti di precarietà, ansia e inutilità – e come adattare di conseguenza le nostre tattiche di protesta e le strategie organizzative.

 

Se vogliamo veramente andare oltre il momento rivoluzionario del 2011 e la costruzione di un movimento anti-capitalista radicalmente democratico che possa effettivamente resistere e cambiare la costituzione materiale della società, ci sarà bisogno di trovare prima di tutto modi per disarmare i meccanismi strutturali e ideologici del controllo capitalistico. Mentre io non pretendo di avere tutte le risposte facili su come fare ciò – l’organizzazione di base di David Graeber è Occupy e il suo diretto coinvolgimento nella campagna Strike Debt è molto più istruttivo a tal proposito – mi sembra che riconoscere la sistemica importanza della precarietà, dell’ansia e dell’inutilità è un primo passo fondamentale nel processo di rilancio della resistenza. Solo prendendo di mira direttamente i meccanismi strutturali, ideologici e psicologici, che sostengono il dominio del capitale, possiamo cominciare a recuperare un senso di solidarietà sociale e di abilità alternative durature e significative contro la dittatura finanziaria.

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