Bangladesh: dietro la “blasfemia”, il Paese è in conflitto per la politica e la Storia

Domenico Musella

In queste settimane se incappate in notizie sul Bangladesh (e non so quanto facilmente vi capiterà) leggerete di ateismo e di blasfemia, di “fondamentalismo islamico” e di blogger. A volte è incredibile come si cerchi sempre o di semplificare troppo una questione, o al contrario, di elevarla ai massimi sistemi. Si cerca lo scontro di civiltà, la lotta infinita tra visioni del mondo irriducibili e contrapposte, perché attira.

Negli scontri di questi giorni nello Stato asiatico, invece, la partita si gioca molto più “banalmente” sulla Storia del Paese, e ancor di più sugli equilibri politici attuali. La religione mai come in questo caso mi sembra c’entri davvero poco, al massimo possiamo parlare di fazioni contrapposte legate ad appartenenze familiari e di clan.

Dai primi di febbraio un movimento fatto di giovani e meno giovani attivisti, organizzatisi dapprima su internet e social network, si riversa in piazza Shahbagh (foto), nel centro della capitale Dacca. Una mobilitazione di centinaia di migliaia di persone che poi si è trasformata in un sit-in quasi permanente. Il motivo della protesta, pacifica, è legato al ricordo delle vittime dei crimini di guerra perpetuati durante il conflitto per l’indipendenza del Paese dal Pakistan, nel 1971.

 

L’occasione per ricordare fatti successi ben 42 anni prima è la condanna all’ergastolo di Abdul Quader Molla, uno dei leader del partito di matrice islamica Jamaat-e-Islami, storico gruppo fondato nell’allora India britannica da Abu al-A’la Mawdudi (uno dei principali pensatori musulmani del XX secolo e tra i padri del Pakistan): ad oggi la sua “sezione” bengalese è la principale forza politica islamica del Bangladesh, abitato al 90% da musulmani e con l’islam religione di Stato. Jamaat-e-Islami, al momento dello scoppio delle rivolte indipendentiste oltre quarant’anni fa, fu tra i più strenui difensori dell’unità dell’allora Pakistan Orientale con il resto della “terra dei puri”, sotto il vessillo della stessa religione (che poi era stato il fattore simbolico preponderante nell’indipendenza dello stesso Pakistan dall’India, nel 1947). Dalla semplice contrarietà all’indipendenza il gruppo passò alla formazione di squadre paramilitari che si resero protagoniste di atroci violenze contro gli stessi bengalesi indipendentisti (tra i quali la Lega Awami, a tutt’oggi il primo partito nel Paese). Per questi crimini di guerra, Molla ed altri esponenti della Jamaat-e-Islami sono sotto processo e stanno man mano subendo condanne da parte del Tribunale speciale istituito proprio a questo scopo a Dacca nel 2010.

Un’opinione diffusa, e non solo tra l’opposizione, afferma che questa Corte sia stata creata dall’attuale capo del governo Sheikh Hasina (nella foto) per consolidare il proprio potere politico e guadagnare consensi in vista della prossima tornata elettorale di quest’anno. Sfruttando un’esigenza reale nelle coscienze dei bengalesi: fare i conti col proprio passato e chiarire le vicende legate al sanguinoso conflitto e ai numerosi abusi (stupri, esecuzioni sommarie, torture, incendi dolosi, infanticidi, violenze anti-indù etc…) commessi tra gli stessi bengalesi che si dividevano tra chi voleva restare con Islamabad e chi voleva staccarsene. Sembra che più che chiarire la Storia, questi tribunali emettano sentenze veloci e sommarie sui capi dell’opposizione islamica, decimandone a poco a poco il ristretto gruppo dirigente e tarpandone così le ali in vista delle elezioni.

 

Per i manifestanti di piazza Shahbagh (frettolosamente definita «la piazza Tahrir del Bangladesh» in un paragone con l’Egitto che regge al massimo per le masse di gente presenti, ma non per gli obiettivi ed il contesto) l’ergastolo agli esponenti del Jamaat-e-Islami non è sufficiente: si chiede la pena di morte. Una richiesta in pochi giorni assecondata dal Parlamento, che il 18 febbraio approva una riforma dell’International Crimes Tribunals Act del 1973 che consente di condannare a morte i colpevoli di crimini di guerra.

 

Ma il cappio viene sventolato da entrambe le fazioni che si scontrano. Gli islamici radicali della Jamaat-e-Islami, nel susseguirsi delle condanne dei loro dirigenti (come Delwar Hossain Sayeedi, il primo destinato alla pena capitale) hanno indetto settimana dopo settimana numerosi hartal (scioperi), che hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza (cosa non molto complicata in un Paese con una delle più alte densità abitative del mondo e 160 milioni di abitanti) pur contando su una rappresentanza di soli due esponenti in Parlamento, controbilanciata da una certa influenza nelle sfere alte dell’economia e del potere e nei diffusi circoli culturali islamici. L’ultima di queste mobilitazioni si è tenuta sabato 6 aprile, al grido di «Dio è grande, impicchiamo i blogger atei!» con il quale si è richiesta al governo a gran voce una legge che punisca con la pena di morte la blasfemia e l’offesa alla religione islamica. Proposta rimandata al mittente dalla combattiva premier Hasina, che in una dichiarazione alla Bbc ha definito sufficienti le leggi già in vigore contro chi ferisce i sentimenti religiosi dei credenti. A riprova di questo, la task force messa in piedi dal governo per monitorare le “attività antireligiose” sulla rete ha arrestato di recente tre blogger del movimento Shahbagh, condannati a una multa e a 10 anni di reclusione, per commenti che offendevano la religione. Forti sono state le proteste degli attivisti per i diritti umani, che hanno accusato il governo di fomentare un clima lesivo della libertà e dello spirito laico del Paese, che ha raggiunto il culmine nel mese di febbraio quando Ahmed Rajib Haider, un blogger ateo del movimento Shahbagh, è stato ucciso. Sospettati dell’omicidio sarebbero dei fanatici con qualche legame con i partiti coinvolti nei processi per crimini di guerra, che pare avessero già in precedenza intimidito Haider per limitarne l’azione.

La lotta politica si fa efferata, tra attivisti che da piazza Shahbagh chiedono la pena di morte e lo scioglimento di Jamaat-e-Islami e questi ultimi che, sempre scendendo in massa per strada, invocano la stessa sorte contro blogger atei e “blasfemi”, sentendosi fortemente minacciati anche dall’azione del governo. Dalla parte degli islamici radicali c’è anche il secondo partito del Paese: i nazionalisti del Bangladesh National Party (BNP) di Khaled Zia, che nella breve ma violenta storia dell’ex provincia pakistana dell’Est Bengala si sono alternati al potere con la Lega Awami. Come principale forza di opposizione e candidata a governare prossimamente il Bangladesh (in elezioni che si spera possano calmare gli animi), il BNP sta organizzando scioperi e cortei antigovernativi che spalleggiano la Jamaat-e-Islami. Ogni sciopero massivo significa automaticamente qualche decina di morti per volta, perlopiù per mano della polizia che reprime senza complimenti. Finora, in una nazione messa a ferro e fuoco e con proteste concentrate non solo a dacca ma anche negli altri centri, si contano 80 morti e diverse centinaia di feriti.

Al centro tra le due fazioni, come sempre, la gente comune che non fa il tifo per nessuna delle due “squadre”, ma vorrebbe semplicemente (come la donna in questo video di Al-Jazeera English) andare a lavorare serena e nutrire i propri figli, sopravvivere nelle difficili condizioni socioeconomiche in cui versa il Paese. Che di guerre e violenze, nella sua breve esistenza, ne ha già viste fin troppe.

 

Per approfondire, un articolo di Philip Hensher sull’Independent; lo “spotlight” di Al-Jazeera English dedicato al Bangladesh e un articolo di approfondimento tra i vari presenti sul blog indika che monitora gli eventi nella regione.

 

 

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