Belgrado e Pristina: passi avanti di un compromesso difficile

Al netto di ogni altra valutazione di merito, la formula, pure usata a volte retoricamente, del miglioramento delle condizioni di vita di tutti gli abitanti del Kosovo, adottata come motivazione di fondo per la stipula degli Accordi tra Belgrado e Pristina del 19 Aprile 2013, ha trovato recentemente una sua prima concretizzazione.

Con la definizione di un accordo nell’accordo nell’ambito del round numero sedici del tavolo aperto a Bruxelles tra il governo serbo e l’auto-governo kosovaro con la mediazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, Catherine Ashton, sulle problematiche questioni delle comunicazioni, infrastrutture ed energia, si è finalmente entrato nel vivo di molte istanze controverse e toccata con mano la durezza di una realtà quotidiana con la quale chi vive in Kosovo, sia di etnia albanese, serba o rom, deve fare costantemente i conti.

Le formulazioni della diplomazia internazionale hanno infatti, in questo caso, una traduzione nel reale, se si vuole, dura e concreta: che parla di razionamento dell’acqua, rubinetti a singhiozzo a notti alterne (soprattutto a Nord), illuminazione delle strade casuale, quando non fortunosa, linee di comunicazione interrotte e telefoni muti nel ponte telefonico che accompagna, via etere, il ponte fisico lungo il fiume Ibar quello che, dividendo la comunicazione, separa le due comunità, serba a Kosovska Mitrovica (a Nord) ed albanese a Mitrovicë (a Sud).

Chiunque, visitatore non occasionale o cooperante di lungo corso, sa bene quanto la situazione in Kosovo, sotto questo profilo, sia migliorata nel corso degli ultimi dieci anni; non di meno, sa anche quanto vi sia ancora da fare e quanto la realtà, specie nei villaggi e nelle enclavi, resti ancora, da questo punto di vista, estremamente faticosa e precaria. Anche perciò sono serviti molti incontri e continui ritorni dei gruppi di lavoro tecnici incaricati di fornire proposte di mediazione, non solo politicamente accettabili ma, soprattutto, tecnicamente praticabili.

Un compromesso, in fondo, lineare nella sua semplicità, basato su due “premesse”: salvaguardare per quanto possibile lo status quo (che già vede una separazione di fatto, fuori dal controllo albanese, delle funzioni e delle risorse del Kosovo Serbo, in particolare a Nord) e procrastinare per quanto possibile le questioni di portata strategica ad una tappa ulteriore del confronto diplomatico (che dovrà a quel punto fare entrare in gioco anche altri attori, regionali ed internazionali, ad esempio in merito alle questioni delle proprietà e delle dismissioni).

 

Veniamo allora ai singoli dossier.

Comunicazioni. Telekom Serbia, operatore serbo della telefonia pubblica, potrà operare legalmente in Kosovo, e la comunità internazionale ne riconosce la presenza come operatore legale, con responsabilità sulle stazioni base fino al 2015, anno in cui è in programma una gara d’appalto per il terzo operatore di telefonia mobile, alla quale è probabile che partecipi la stessa TS. Il che, in soldoni, garantisce lo status quo, tutela gli interessi serbi nella regione e consente ai serbi del Kosovo di continuare ad adoperare le linee telefoniche sin qui utilizzate.

Il sub-dossier “politico” del dossier comunicazione, molto enfatizzato per i suoi risvolti istituzionali, ma meno rilevante per la realtà sul terreno, è stato quello del “riconoscimento” al Kosovo di un prefisso internazionale, “riconoscimento” che è stato sottoposto ad un esercizio di compromesso, in base al quale è stato sì attribuito a Pristina il prefisso 383 (l’unico, con il 384, ancora disponibile nello spazio post-jugoslavo) ma non come prefisso internazionale bensì, in pratica, “su licenza” della Serbia, essendo stato formalmente assegnato a Belgrado, che si occuperà di trasferirlo al Kosovo (entro una fase transitoria destinata a concludersi, anche qui, al 2015).

Peraltro non senza punti, tecnicamente, ancora tutti da chiarire, come quelli di una dichiarazione ministeriale di parte serba in base alla quale «anche se al 2015 l’organizzazione internazionale per la determinazione dei prefissi telefonici avrà assegnato al Kosovo quel numero, il prezzo di chiamata sarà locale, cioè sarà addebitato come traffico locale, in quanto la Serbia ritiene il Kosovo parte integrante del nostro Paese». Continueranno dunque ad avere vigenza entrambi i prefissi e il 383, non essendo il Kosovo uno Stato formalmente riconosciuto, sarà sostanzialmente appaltato “via Belgrado” su richiesta di uno Stato terzo (l’Italia, l’Austria o la Slovenia?).

 

Energia. Obilic, Valač e Gazivode: le grandi centrali da cui dipende la fornitura energetica serba in Kosovo e quindi la vita di decine di migliaia di persone nella regione. La questione della proprietà, che formalmente rimane in capo alla Serbia, sarà definita dopo un periodo transitorio di un anno e comunque dopo l’entrata a regime della costituenda “Comunità dei Comuni dei Serbi del Kosovo”, prevista negli accordi del 19 Aprile. Per quanto riguarda l’operatività, continuerà “tutto come prima”: Valač e Gazivode continuano ad operare, in modalità gestita da Belgrado ma coordinata con la KEK, l’azienda energetica kosovara, per quanto riguarda le due questioni fondamentali (tecniche e politiche), il rilascio ad alta tensione e l’adeguamento della fornitura.

Un modo per evitare il caos, ma, in prospettiva, anche un modo per avvicinare entrambe le capitali alla UE…

 

di Gianmarco Pisa (IPRI – Istituto Italiano di Ricerca per la Pace − Rete CCP – Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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