I beni culturali arabi alla prova delle presunte “Primavere” – parte 1

Il patrimonio archeologico e artistico dei paesi arabi interessati dalle rivolte negli ultimi anni: i “tesori rubati” e i danni subiti

 

Nella moltitudine di articoli, tweet, filmati rubati sui fenomeni traumatici che hanno interessato diversi paesi arabi dalla fine del 2010, eventi prontamente etichettati come “Primavere”, poche notizie sono giunte sui danni che hanno colpito i beni culturali.

Al pari degli edifici, delle infrastrutture e, soprattutto, delle persone, anche il patrimonio archeologico e artistico dei paesi coinvolti ha subito rapimenti, ferite lancinanti e, in alcuni casi, decessi.

Il paragone può sembrare azzardato, ma, a ben vedere, è forse possibile considerare, nella giusta prospettiva, il danneggiamento del patrimonio culturale di una nazione come un danno aggiuntivo alle popolazioni stesse: una sorta di “mutilazione” nella coscienza collettiva delle persone che in tali beni riconoscono le proprie radici e la propria identità.

A riguardo, non ha dubbi Paolo Brusasco, docente presso l’Università di Genova e autore del libro Tesori rubati, in cui racconta la strage del patrimonio artistico vicino orientale negli ultimi anni.

«[...] bisogna abbandonare – ci spiega Brusasco – la visione obsoleta che i beni culturali rappresentino semplici oggetti, “pietre prive di vita”, la cui distruzione non interessa il presente e gli eredi attuali del passato. […] i beni culturali sono l’espressione diretta dell’animo umano, delle passioni e della vita di quegli uomini che li hanno creati, e quindi forgiano le coscienze delle odierne popolazioni che continuano a fruirne.»

 

Paolo Brusasco Tesori rubati

Il prof. Paolo Brusasco, autore del libro Tesori rubati

Una prospettiva diversa, che nelle analisi dei danni delle guerre nel Vicino oriente, così attente agli impatti umanitari, economici, geopolitici, spesso viene trascurata. Una prospettiva che, se ben inquadrata, può contribuire sensibilmente ad arricchire l’analisi degli eventi cruenti che hanno colpito in pochi anni così tanti paesi; e può aiutare a capire, a distanza di tre anni abbondanti dal loro inizio, come non sia peregrina l’idea che, a ben vedere, l’etichetta di “Primavere” appare quantomeno semplicistica, nella descrizione della situazione reale.

È quanto fa intuire anche Brusasco, spiegando come

«Il processo di democratizzazione cui miravano i rivolgimenti politico-sociali che definiamo “primavere arabe” ha toccato un nervo scoperto delle varie società del Medio Oriente: il rapporto conflittuale, e in molti casi dettato da motivi di propaganda ideologica, che esiste tra patrimonio culturale e identità nazionale. Le distruzioni e i saccheggi occorsi dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto alla Siria, per tacere dell’Iraq, sono espressione tangibile di questa imposizione ideologica del retaggio nazionale da parte di regimi che facevano un uso sin troppo spregiudicato dell’archeologia. In molti casi, il filtro del regime si è imposto tra i cittadini e il loro passato come una lente deformante. Tuttavia, senza un sincero anelito di identificazione col passato, la primavera, il “rinascimento del pensiero”, si è trasformata in un “autunno della cultura” dove le antiche icone vengono percepite dalle masse come simboli di regime da decostruire e razziare.»

 

Una situazione, quindi, più complessa di come è stata spesso spiegata, in cui i beni culturali, sovente caricati di connotati ideologici dai governi al potere, hanno subito la rabbia e la distruzione di chi voleva abbattere tali regimi, andando a colpire, però, la stessa coscienza nazionale delle popolazioni locali.

In modalità diverse, nei vari paesi.

Ad esempio, in Tunisia la violenza culturale sembra essersi realizzata attraverso la mercificazione del patrimonio culturale da parte del «deposto regime di Ben-Ali e dei suoi notabili: tesori sottratti a siti archeologici e musei – come un centinaio di reperti di epoca romana mancanti dal museo del Bardo, una delle più antiche istituzioni museali africane e ricchissimo di mosaici romani e cristiani.»

Ma anche in Egitto, dove «si deve purtroppo registrare una accelerazione esponenziale dei saccheggi in questo ultimo anno, parallelamente al deteriorarsi delle condizioni di stabilità politica.» Un deterioramento, quindi, successivo alla rivolta vera e propria contro il deposto ra’is Mubarak, che assume connotati pericolosi in corrispondenza del golpe del generale al Sisi.

Tesori rubati Brusasco Egitto Museo Cairo

Statua di legno dorato di Tutankhamun, razziata dal Museo del Cairo (cortesia del prof. Brusasco)

Un deterioramento che sta lasciando ferite profonde, come nel caso del Mallawi National Museum di Minya, dove bande criminali, lo scorso 14 agosto 2013, hanno sottratto oltre mille reperti archeologici. Il giudizio del prof. Brusasco è eloquente: «Il peggiore assalto a una istituzione museale dopo il saccheggio dell’Iraq Museum di Baghdad nell’aprile 2003 dove sparirono oltre 15000 preziosi oggetti.» I precedenti illustri, purtroppo, non mancano.

Un problema, tuttavia, quello delle mafie specializzate nel contrabbando di antichità, che sta interessando altri siti, per un ammontare di tesori archeologici in attesa di essere commerciati illegalmente che si stimano in “tonnellate”.

Alcune di queste bande egiziane, inoltre, sarebbero responsabili di saccheggi anche nella vicina Libia, secondo quanto riportano autorevoli testimonianze di archeologi sul campo.

Due paesi, Egitto e Libia, che oltre a condividere il dramma dell’instabilità sociale, sembrano accomunati anche dalla mercificazione illegale del ricchissimo patrimonio culturale locale, mentre le istituzioni appaiono troppo deboli o disinteressate per opporre un’adeguata resistenza.

E dove l’istituzione è carente, alla popolazione non resta che subire o, al contrario, dimostrare meno debolezza e meno disinteresse:

«Caso emblematico – ci racconta Brusasco – è il cordone umano di oltre duemila persone che si era formato in piazza Tahrir nelle prime ore dopo il saccheggio del Museo del Cairo, la notte del 28 gennaio 2011, durante le iniziali insurrezioni popolari in Egitto. Un immenso scudo umano a protezione del santuario dell’archeologia egiziana, segno di fermo e sincero attaccamento popolare al retaggio faraonico rappresentato dall’istituzione.»

 

Un esempio che dimostra come la popolazione locale, sebbene impegnata a proteggere la propria incolumità e quella dei propri cari, intuisca l’importanza del retaggio culturale e trovi la forza, in alcuni casi, di opporre una sua forma di resistenza.

«Soprattutto in quei villaggi ubicati in prossimità dei siti archeologici, dove la popolazione ha servito come maestranze di scavo nelle missioni internazionali, abbiamo una risposta di sincera difesa del retaggio culturale, che è anche una rilevante fonte di reddito per tali popoli.»

 

La situazione più complessa, tuttavia, sembra essere quella siriana. Non solo dal punto di vista umanitario, per le sue implicazioni geopolitiche, per la moltitudine di gruppi radicali transnazionali che sono andati via via mischiandosi all’opposizione siriana, fino a diventare un terzo attore disomogeneo negli scontri, ma anche per quanto riguarda i danni al patrimonio culturale.

«Impossibile enumerarli tutti, – spiega Brusasco – siamo nell’ordine di migliaia di siti danneggiati: si tratta di un disastro epocale, pari, se non superiore, a quello dell’Iraq durante e dopo la seconda guerra del Golfo del 2003.»

 

(Nella foto in alto: stato di distruzione del Krak dei Cavalieri nel mese di febbraio 2014 – cortesia del prof. Paolo Brusasco)

 

La seconda parte dell’articolo, che ha come protagonista la Siria, verrà pubblicata a breve. Continuate a seguirci.

 

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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