I beni culturali arabi alla prova delle presunte “Primavere” – parte 2

L’approfondimento su beni culturali arabi e rivolte continua con un focus sulla situazione in Siria

 

Cliccate su questo link per leggere la prima parte

 

In Siria, infatti, non si assiste al solo saccheggio dei beni culturali, ma anche alla trasformazione dei siti archeologici e dei monumenti storici in veri e propri campi di battaglia, dove le parti in campo scatenano la potenza di fuoco danneggiando, con l’avversario, anche la coscienza nazionale del popolo siriano.

Brusasco ci racconta dell’esempio più significativo:

«Lo splendido minareto della moschea omayyade di Aleppo (nella foto in alto), edificato nel 1094 d.C. dal principe selgiuchide Malik Shah e Patrimonio mondiale dell’umanità per l’Unesco, è stato abbattuto nell’aprile del 2013 dai colpi di mortaio e dalla bombe dell’esercito di Assad per snidare i cecchini ribelli che si erano asserragliati nella moschea. Un copione che si ripete in molti monumenti e siti che sono strumentalizzati ai fini della propaganda delle parti in guerra. In Siria, purtroppo, gli straordinari castelli crociati, le chiese bizantine, le antichissime moschee e i siti archeologici sono utilizzati come campi di battaglia, diventano quindi scudi culturali dietro i quali l’esercito nazionale e la varie fazioni di ribelli si nascondono per sferrare l’ennesimo attacco all’avversario in un vicendevole scambio di successive accuse. È un modo per delegittimare agli occhi del mondo – che ben conosce l’importanza storica di questi monumenti – l’avversario politico del momento.»

 

siria damasco moschea omayyade mosaico
Un mosaico della grande moschea omayyade di Damasco colpito da un mortaio (DMGA, 2013)

A complicare il quadro, intervengono nella crisi siriana anche attori terzi, come i movimenti islamisti radicali locali e transnazionali, che stanno scatenando la loro dose di violenza anche sul patrimonio artistico.

Non tanto, a quanto pare, a fini propagandistici, quanto piuttosto in un tentativo di annientamento dei simboli non islamici: una sorta di moderna iconoclastia, che gruppi radicali come il famigerato ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) non hanno mancato di importare in terra siriana:

«proprio come i Buddha di Bamiyan vennero fatti esplodere dai talebani in Afghanistan nel lontano 2001, le icone della tradizione dell’arte figurativa ellenistico-romana e cristiano-bizantina della Siria sono annichilite con colpi di mortaio e dinamite, in nome di una intransigente, quanto non filologica, revisione del Corano.»

 

La follia distruttiva di questi gruppi, che hanno inquinato ulteriormente il già torbido conflitto siriano, non si esaurisce qui:

«assai inquietante è, infine, un fenomeno nuovissimo: l’installazione di campi di addestramento terroristici all’interno di celeberrimi siti archeologici come la città protosiriana e amorrea di Ebla del III-II millennio a.C. – scoperta da Paolo Matthiae dell’Università La Sapienza di Roma; o ancora nel Castello di San Simeone stilita, un venerabile luogo di culto della cristianità siriana. E anche la costruzione di gallerie sotterranee nella città vecchia di Aleppo (Patrimonio Unesco) da parte di terroristi ribelli che minacciano di far esplodere la celebre cittadella medievale minandone le sostruzioni. Uno scenario quindi apocalittico che difficilmente potrà restituire ai siriani, e a tutta l’umanità, la ricchezza di uno dei patrimoni culturali più straordinari di ogni tempo e luogo.»

 

Da questi dati e considerazioni appare sempre più chiaro come la protezione della popolazione civile e la difesa del patrimonio culturale siano due facce della stessa medaglia, e come entrambe debbano essere tutelate adeguatamente. A questo proposito, Paolo Brusasco ci fa notare come

«salvare i beni culturali dei popoli minacciati da guerre e rivolte equivale non solo a metterne al sicuro il retaggio culturale ma la loro stessa esistenza, dal momento che purtroppo spesso le guerre sono finanziate in maniera significativa dal contrabbando delle antichità trafugate. Emergenza umanitaria e salvaguardia culturale quindi coincidono, sono due aspetti della stessa realtà. Sarebbe un grave e imperdonabile errore scindere i due problemi.»

 

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Tesori rubati. Il saccheggio del patrimonio artistico nel Medio Oriente di Paolo Brusasco (Bruno Mondadori, 2013)

 

Esistono già alcune importanti iniziative per fermare, o quantomeno limitare, queste ferite.

Non soltanto a livello locale, come si è già raccontato, ma anche in ambito istituzionale, come dimostra la collaborazione del Dipartimento di Antichità siriano (DAGM) con istituzioni internazionali come UNESCO e Unione Europea, per il lancio, avvenuto nel 2013, di

 

«una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale sul tema dell’importanza di salvaguardare il patrimonio culturale della Siria, non solo per i siriani ma per l’intera comunità internazionale. Un piano che sta già dando i suoi frutti, con migliaia di cittadini siriani che collaborano fattivamente con i funzionari del Dagm per la tutela di siti e musei, ma che deve necessariamente essere implementato a livello politico con una cessazione delle ostilità e con un monitoraggio da parte delle dogane e dell’Interpol per frenare il flusso di reperti archeologici che sono regolarmente contrabbandati attraverso le frontiere del paese.»

 

E il prof. Brusasco, dopo averci informati, atterriti, e dopo averci ridato un po’ di speranza, lancia un appello:

«[..] tutti noi possiamo contribuire a fermare lo scempio dei saccheggi evitando di acquistare oggetti siriani commercializzati sui siti telematici o nelle case d’asta: per esempio, una stele neoassira del IX secolo a.C., scavata illegalmente a Tell Sheikh Hamad, l’antica Dur-Katlimmu, è stata sequestrata dai funzionari del Dagm e dell’Interpolin una pubblica asta tenutasi da Bonhams a Londra, lo scorso 3 aprile 2014. È questa la via da seguire».

 

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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