Benvenuti sotto i monti del Cairo: il villaggio del riciclaggio, ma a che costo? Minoranza copta, raccolta dei rifiuti e compagnie estere

Lorenzo Giroffi

Ci sono posti che saturi di significato rischiano di subire una descrizione per stereotipi o semplificazioni: Manchiyet Nasr fino a Mokattam, sotto i monti che costeggiano Cairo, villaggio meglio conosciuto come Garbage City. Un luogo che quando i tassisti l’ascoltano come destinazione sgranano gli occhi, chiedono se vuoi entrare fino a dentro e se segue una risposta affermativa ti fanno scendere, rifiutandosi di accompagnarti.

Una minoranza etnico-religiosa; una complicata gestione dei rifiuti nella Cairo abitata da più di dieci milioni di persone; il riciclaggio in una catena di montaggio umana fatta di mani, piedi, occhi e nasi immersi nella spazzatura. Bambini, donne ed uomini che distribuiscono il proprio lavoro come in uno di quei film nei quali ci sono città in funzione di un oggetto o di un’azione, in cui tutto è in funzione di meccanismi univoci.

Arrivo preparato a Mokattam perché la si è raccontata più volte o con toni sensazionalistici, di una realtà alienante e di degrado, o come un’attività a sfondo tradizionale, nella quale i cristiani copti d’Egitto hanno creato il proprio business, oppure ancora come il racconto di un fatto di discriminazione razziale, per chi ha dovuto accontentarsi di quest’impiego.

Prima di ogni considerazione bisogna riflettere sugli ingranaggi economici di questo posto e degli zabbaleen (garbage people), abitanti del posto. I capi famiglia raccolgono la spazzatura nella megaolopoli Cairo, ma senza che ci sia alcun accordo con le autorità egiziane, che durante l’era Mubarak hanno preferito affidare il servizio a compagnie private estere, chiaramente inefficienti nella raccolta e con un servizio di differenziata praticamente inesistente. Con il nuovo Governo post-rivoluzione la situazione non è cambiata e ciò vuol dire che la raccolta continua a compiersi in maniera preoccupante per gli zabbaleen, col corpo a contatto diretto con ogni tipo di rifiuto. Altra tesi, sposata anche dal papa della Comunità cristiana copta, Teodoro II, è che la nuova classe dirigente dei Fratelli Musulmani non abbia alcuna intenzione di integrare e legittimare i lavoratori della spazzatura per ragioni religiose.

Tutto quello che arriva a Mokattam viene poi riciclato per l’ottanta per cento, ma verrebbe da pensare che lo si faccia sulla vita delle persone, nonostante chi scriva pensa che il riciclaggio sia un processo necessario.

Dopo una lunga ricerca del tassista, riesco ad attraversare le strade di Mokattam, con le imprecazioni dell’autista per le innumerevoli dune sulle quali saltiamo e per l’odore insopportabile che inizia ad insinuarsi dai finestrini chiusi. Un rumore infernale di forni, sacchi tirati, lattine ammassate, mezzi a motore di ogni genere che trasportano spazzatura e bambini che saltano fuori da contenitori: tutti a compiere azioni da ingranaggio, dentro una città che vive comunque la propria quotidianità, quindi spazzatura sull’uscio di casa, di bar e cucine. Ognuno seleziona il proprio rifiuto, mentre io raggiungo Bakhit Mettry dell’organizzazione non governativa “Environment A.P.E.”, che dal riciclaggio elabora materiale di ogni genere, tramutandolo in lampade, collane, vestiti e tanto altro. Si spalanca un portone dentro il quale m’infilo col taxi. Qui mi preleva Bakhit, che mi conduce lungo un viale che si allontana dal chiasso infernale, dall’odore nauseante e dagli animali di ogni genere che t’invadono le orecchie. Mi mostra i laboratori della sua ONG. Macchinari ed un orto ben curato: un paradosso rispetto allo scenario appena attraversato. C’è anche un campo di calcio che costeggia una scuola, dove forse i bambini con un destino lievemente diverso dagli altri custodiscono qualche ora per lo studio.

<<La nostra associazione Environment A.P.E. è nata nel 1994, partendo dal compostaggio base per poi estendersi. La nostra missione primaria, oltre ai temi di natura ambientale, è quella di dare un’istruzione adeguata ai bambini. Grazie all’aiuto di molti volontari siamo riusciti a dare continuità a corsi d’istruzione per i ragazzini poveri di tutta la zona. Abbiamo corsi con più di duecento bambini al mattino ed altri duecento durante il pomeriggio>>.

Come mai qui si concentra la minoranza copta?

<<In realtà parliamo di un flusso migratorio di circa sessanta anni fa, quando molti contadini dell’Egitto del sud, per lo più copti, si recarono al Cairo in cerca di fortuna e lavoro. Erano diretti a Shubra e Imbaba, ma poi il Governo pensò bene di dirottarli qui, perché credeva che in questa zona deserta e con l’area montuosa vuota non ci sarebbero state tante prospettive di permanenza. Invece s’iniziarono a costruire le prime abitazioni, ma soprattutto la comunità copta iniziò a sviluppare l’attività di raccolta dei rifiuti, con la quale poi i capi famiglia hanno potuto sostenere tutta l’area, cominciando a comprare vari macchinari utili al lavoro>>.

Forse è errato parlare di quest’area come periferica, ma come al solito lo è nelle coscienze dei molti che abitano una città grande come il Cairo. In tanti non conoscono l’area da Manchiyet Nasr a Mokattam e quello che ci succede, quelli che ne hanno qualche informazione mi hanno raccomandato di tenermi alla larga, per la sua pericolosità, oppure hanno sparato un netto giudizio di lussuria, inerente al grosso business creato.

Chiedo al mio Virgilio della monnezza di ritornare per le strade impastate di sporcizia e metodico riciclaggio. L’intervista è meglio srotolarla lì, per capire quanto l’assurdità di questa fabbrica della spazzatura sia realmente funzionale ai risultati straordinari ottenuti in termini di raccolta e differenziazione. Ricevo il suggerimento di non filmare chi si dimostra poco disponibile, ma poi finalmente parte il nostro giro, che naturalmente si carica di becera curiosità prima e di sguardo investigativo poi, per osservare al meglio tutti i passaggi di questo incredibile trattamento dei rifiuti.

Le strade sono costantemente attraversate da carretti trainati da asini o pick-up pieni di sacchi, contenenti ogni tipo di rifiuto, visto che dalle strade e dai palazzi del Cairo non viene effettuata alcun tipo di differenziazione di buste. Arriva tutto assieme, raccolto dagli uomini e dai bambini divenuti sufficientemente forti. Una volta qui vengono poi differenziati, a mani nude, dalle donne e le ragazzine, che dalle grosse buste tirano fuori i vari materiali, scartandoli o conservandoli, passandoli poi ad altri edifici. Cani rinsecchiti fanno compagnia alla mia camminata, mentre dagli angoli polverosi spuntano dei piccoli maiali neri. Una piccola nota meritano questi animali, che in passato nel processo di differenziata erano fondamentali, visto che, divorando tutto l’organico, lasciavano nelle buste solo ciò che doveva poi essere selezionato. Nel 2009 arrivò anche in Egitto l’influenza A H5N1, che creò una vera e propria pandemia. Furono individuati i maialini come portatori di tale virus ed il Governo ne ordinò l’abbattimento. I zabbaleen, furiosi, attaccarono le istituzioni, parlando di una volontà dall’alto di boicottare il loro lavoro, favorendo così affidamento totale del servizio di raccolta dei rifiuti alle compagnie estere. D’altra parte il provvedimento causò una grossa crisi dei rifiuti, vista la perdita dell’aiuto dei maiali, utili all’eliminazione dei rifiuti alimentari. A quanto pare, nonostante sia velatamente proibito, i maialini sono ritornati ad operare e li vedo divorare tutto quello che per loro è commestibile dai grossi sacchi, che vengono issati tramite grosse carrucole, per poi essere destinati ai forni o al cumulo del materiale non riciclabile (qui solo il 20%, mentre le compagnie assoldate dalle autorità fanno esattamente il contrario: il 20% lo riciclano ed il resto finisce in discarica).

Il caldo e la puzza sono impressionanti. Entro in una stanza piena di alluminio, pronto ad essere assemblato in materiale di vario genere. Un gruppo di bambine mi si fa incontro, cantandomi l’unica parola inglese imparata “Hello”, mentre le donne che raccolgono nei sacchi si nascondono da sguardo e telecamera. I canti dei muezzin sono lontani, qui, su balconi e muri, si scorgono solo figure cristiane, con incitamenti alla figura di Gesù.

Per i gli zabbaleen cosa è cambiato dopo la rivoluzione? Prima lo Stato supportava questo tipo di lavoro? Ora che rapporti ci sono con il Governo?

<<Per noi non è cambiato nulla dopo la rivoluzione, se non il fatto che prima c’era qualche organizzazione privata che chiedeva al Governo di poterci supportare finanziariamente, ma ora neanche quelle ci sono. Post-regime si sono messi dei paletti più rigidi ed ora lo Stato non permette che le organizzazioni private ci aiutino. Tuttavia né pre-Mubarak, né oggi abbiamo ricevuto aiuti economici dalle autorità egiziane>>.

Il riciclaggio è sicuramente una forma essenziale del trattamento dei rifiuti, ma le condizioni di vita immagino siano complicate qui. Quali sono gli aspetti più negativi della vita a Manchiyet Nasr e quali invece quelli che rendono questo lavoro paradossalmente appetibile?

<<L’aspetto sicuramente più difficile riguarda l’inquinamento, che è tangibile, perché naturalmente la spazzatura è ovunque e non c’è alcun tipo di precauzione. L’altro aspetto negativo è il pregiudizio su questo tipo di lavoro, giudicato negativamente da gran parte degli egiziani e quindi si riflette sul loro giudizio verso di noi. Si tratta però di un lavoro importantissimo e senza di esso ci sarebbe spazzatura ovunque. La cosa positiva risiede invece nel fatto che comunque questa è un’attività redditizia per gli abitanti del posto, che non avrebbero altre possibilità lavorative, quindi porta soldi ed autosufficienza>>.

Qui la seconda parte del reportage, con la fotogallery completa

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