Brasile, le proteste continuano

Non si ferma la protesta di centinaia di migliaia di brasiliani. Nel frattempo, arrivano le prime vittorie del grande movimento di persone sceso nelle piazze delle principali città da quasi due settimane.

Vittorie che sono interpretate, a seconda dei punti di vista, o come ‘contentini’ dati da un governo progressista agli oppositori, affinché si calmino, oppure come effettivi segnali di apertura alle richieste di cambiamento provenienti dal basso.

Stiamo parlando della revoca dell’aumento dei biglietti dei trasporti pubblici, tra i motivi scatenanti della protesta, ma all’interno di una problematicità della situazione del Paese che è più complessa, come analizzato nel nostro articolo della scorsa settimana. Dilma Rousseff si è pronunciata contro l’aumento ed in effetti almeno sei amministrazioni locali (ricordiamo che il Brasile ha la struttura di una federazione di 26 Stati + 1 distretto federale) hanno fatto un passo indietro rispetto a quanto stabilito. Nello specifico San Paolo, tra le metropoli principali e una delle prime a scendere in piazza (lì è nato lo slogan “Non è per i 20 centesimi, è per i diritti” utilizzato dalle migliaia di manifestanti per sottolineare il significato più ampio della ribellione), ha visto il contestatissimo governatore Geraldo Alckmin, esponente della destra, annullare l’aumento da 3 réis a 3 réis e 20. I mancati incassi verranno probabilmente compensati da una riduzione degli investimenti, a quanto riporta Folha de São Paulo: resta da vedere cosa verrà tagliato.

Altra (timida) vittoria sono i due incontri che la presidenta terrà nella giornata di lunedì. Il primo con una delegazione del Movimento Passe Livre, un’organizzazione spontanea e orizzontale nata per cercare di mettere insieme i protagonisti delle proteste, innanzitutto quelle per un trasporto pubblico “di qualità e gratuito” cominciate due settimane fa. Il secondo incontro, al Palazzo del Planalto, vedrà invece la Rousseff impegnata in un complesso faccia a faccia con i governatori dei 26 Stati brasiliani e del distretto federale. Secondo le dichiarazioni della vigilia, si tratterà di varare dei piani d’investimento per rispondere alle domande provenienti dalle piazze rispetto ai diritti essenziali: salute, istruzione, trasporti pubblici. In particolare, si parla di costruzioni di nuovi ospedali e assunzioni di medici e personale sanitario. Sembra che nella convocazione di queste riunioni abbia giocato un ruolo importante la consultazione di Dilma Rousseff con l’ex presidente Lula: c’è il forte timore che le grandi contestazioni del governo possano portare ad una sconfitta del PT (Partito dei Lavoratori) nelle elezioni del 2014.

Nonostante queste decisioni, che sembrano appunto dimostrazioni di ascolto dai manifestanti, vista dalle strade la situazione è diversa. La repressione continua imperterrita, il governo se da un lato si mostra disponibile, dall’altro risponde con la violenza. E, nonostante l’evidenza, attraverso soprattutto gli organi d’informazione amici, fa passare invece i manifestanti come facinorosi violenti, mettendo in risalto alcuni (a dire il vero limitati) atti di vandalismo. Sabato un grande corteo a Rio de Janeiro ha manifestato proprio contro la violenta repressione della polizia, il “vandalismo di Stato”, ma come riporta Giorgio Sica nel blog Street Politics de il manifesto nonostante ciò i manifestanti sono stati ugualmente bersaglio di manganelli, proiettili di gomma e lacrimogeni. E intanto si registrano i primi morti negli scontri (ne parla Geraldina Colotti, sempre dalle colonne de il manifesto).

Le manifestazioni continuano comunque con vigore in tutto il Paese. Le partite della Confederations Cup, giunte alla semifinale, vedono moltiplicarsi il dispiegamento delle forze di sicurezza dispiegate per difendere gli stadi, visto che ad ogni appuntamento la popolazione scende in strada e si fa sentire. Dal mondo del calcio i segnali sono contrastanti: se il presidente Fifa Blatter e Pelé diffondono dichiarazioni di cattivo gusto sulla priorità del calcio sui problemi del Paese (e né Fifa né governo verdeoro mettono in discussione i costosissimi Mondiali 2014, molto contestati) molti altri calciatori della nazionale si schierano invece con i ‘ribelli’.

Fioccano intanto i sondaggi sul gradimento delle proteste da parte della maggioranza della popolazione brasiliana, che scenda o non scenda in strada. Uno della rivista Epoca parla del 75% della popolazione che appoggia le richieste delle strade brasiliane, altri vanno anche oltre il 90%. A fronte della diminuzione di otto punti della popolarità della Rousseff (secondo Datafolha), al minimo storico.

 

Per approfondire, consigliamo e lo spunto di un intellettuale non certo rivoluzionario come Moisés Naím, che nonostante tutto trova delle caratteristiche comuni tra le rivolte turche e quelle brasiliane.

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