Chi inquina paga o sarà pagato? Modifiche al decreto bonifiche, ma i dubbi restano

Se si rompe un vaso e si ha fretta di pulire i cocci finiscono sotto il tappeto. Ma l’essere nascosti non li rende meno pericolosi. In Italia i territori “rotti”, i Siti di Interesse Nazionale (SIN), definiti come le “aree nelle quali, in seguito ad attività umane svolte o in corso, è stata accertata un’alterazione delle caratteristiche qualitative dei terreni, delle acque superficiali e sotterranee, le cui concentrazioni superano quelle imposte dalla normativa” sono 36.

Fino al gennaio 2013 erano 57, ma poi un atto del Ministero dell’Ambiente coordinato da Corrado Clini, “declassò” 21 territori a Siti di Interesse Regionale (SIR). Un passaggio di competenze soprattutto economiche da Stato a Regioni che probabilmente si tradurrà in un prolungamento dei tempi di inizio delle bonifiche.

E in questi giorni si aggiunge un nuovo tassello nel mosaico a tinte fosche delle bonifiche: bonifica porto torresall’interno dell’articolato decreto Destinazione Italia in corso di conversione alla Camera nella legge 145/2013 c’è infatti un emendamento sulle bonifiche ampiamente contestato da molte associazioni e organizzazioni cittadine. Ieri, l’11 febbraio, il Forum dei Movimenti per l’acqua, il Coordinamento Nazionale Siti Contaminati e la Rete dei Comuni SIN si sono presentati nella Sala Stampa della Camera dei deputati per esporre pubblicamente le proprie critiche e lanciare un appello pubblico. Le accuse all’articolo 4 del decreto, per come era stato presentato, erano rispetto alla sua opposizione al principio comunitario per cui “chi inquina paga”.

“Un vero e proprio regalo ai responsabili delle peggiori situazioni di inquinamento in Italia”

dal momento che prevede

“una nuova modalità per la firma di accordi di programma per la re-industrializzazione che somiglia tanto ad una sanatoria per i responsabili della contaminazione”.

L’articolo 4 infatti prevedeva la possibilità per le aziende inquinatrici di firmare un accordo di programma col Ministero dell’Ambiente e con quello dello Sviluppo Economico con cui, secondo il Coordinamento Nazionale Siti Contaminati,

“vengono esentati da ogni obbligo di bonifica sul sito oggetto dell’accordo. Il Decreto infatti consente di stringere accordi di programma anche con i proprietari dei terreni responsabili dell’inquinamento, se avvenuto entro il 2007, ovvero praticamente tutti i siti inquinati censiti in Italia. Tali accordi potranno prevedere la sola messa in sicurezza e non la bonifica e finanziamenti pubblici, in pieno contrasto con il principio “chi inquina paga”. Una volta sancito l’accordo gli inquinatori non avranno più nulla da temere qualora la situazione di inquinamento ambientale risulti più grave del previsto, ad esempio con nuove indagini. L’accordo equivarrà ad un vero e proprio condono tombale, pagato dagli stessi cittadini inquinati”.

Una volta aperto il dibattito le contraddizioni e la pericolosità dell’emendamento hanno però destato tanto scalpore da spingere la classe politica a fare un primo passo indietro: Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, e primo firmatario dell’emendamento approvato due giorni fa ha dichiarato che la versione approvata alla Camera a differenza di quanto previsto nella formulazione iniziale, confermerebbe il principio del ‘chi inquina paga’, precisando che

“la revoca dell’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo di programma è subordinata al rilascio della certificazione dell’avvenuta bonifica e messa in sicurezza dei siti inquinati da parte dell’Arpa, come previsto dall’articolo 248 del Codice Ambientale”.

Inoltre

“i fondi previsti nel provvedimento non potranno essere utilizzati dai responsabili dell’inquinamento per attuare le bonifiche né la messa in sicurezza dei siti, ma sono destinati solo a favorire la riconversione industriale e quindi lo sviluppo economico dell’area”.

Ma non per tutti il pericolo sanatoria è stato sventato. Anche tra le forze politiche si alzano nuove perplessità: Angelo Bonelli dei Verdi ha per esempio sottolineato come la certificazione di cui parla l’articolo tutelerebbe l’inquinatore anche nei casi in cui emergessero successivamente danni più gravi di quelli analizzati e bonificati.

In generale il problema di fondo sembra essere che una questione delicata come quella delle bonifiche risPorto margherachia di essere impoverita della propria complessità se inserita frettolosamente in un decreto omnibus, tra l’altro finalizzato alla re-industrializzazione: si potrebbe creare una nuova gallina dalle uova d’oro per imprese e criminalità organizzata. Questo “equivoco politico”era emerso già con il decreto sulla Terra dei fuochi recentemente convertito in legge che istituisce un fondo ad hoc (Fondo unico giustizia), alimentato dalle confische dei beni della criminalità organizzata e dai guadagni legati agli eco-reati, come risorsa per le bonifiche. A chi andranno quei soldi? Si creerà un nuovo business per le mafie? Quale inquinatore pagherà di tasca sua i danni prodotti?

Secondo Greenpeace il condono tentato in questi giorni in aula potrebbe essere un regalo per un’azienda il particolare, sua futura maggiore utilizzatrice: l’Eni.

“La controllata di Eni, Syndial (ex Enichem),ha “vertenze” sulle bonifiche nei siti di Porto Torres, Priolo, Napoli Orientale, Brindisi, Pieve Vergonte, Cengio, Crotone, Mantova e Gela. Risulta che nel 2010 il gruppo ha stanziato per le “transazioni” 1 miliardo e 109 milioni di euro. Solo la bonifica di Porto Tolle ha una stima di costi dell’ordine di 500 milioni”.

L’associazione sottolinea inoltre come la tentata sanatoria sia solo parte di un processo più ampio di condoni dell’inquinamento, iniziato già nel 2006 con la cancellazione del reato di “omessa bonifica” operata dal D. Lgs. n. 152/2006, e continuato con la scomparsa dei 3 miliardi di euro di un Piano Strategico Speciale PSS del Ministero dello Sviluppo Economico destinati alle bonifiche. Una legislazione incompleta, bucata quando non addirittura a tutela di interessi affatto generali, a cui l’associazione contrappone altre proposte:

“certezza sulle risorse finanziarie assegnate al Piano nazionale bonifiche, sia da parte del Governo, sia dalle imprese interessate. Un Piano che preveda nuovi investimenti produttivi e nuove infrastrutture con elevati standard di sostenibilità ambientale (per abbattere le emissioni inquinanti e prevenire la generazione di rifiuti), misure e programmi per l’efficienza e il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili”.

Ma ciò che associazioni come Greenpeace, il Forum dei Movimenti per l’acqua, il Coordinamento Nazionale Siti Contaminati e la Rete dei Comuni SIN sollecitano da parte della classe politica è anche un vero e proprio cambio di paradigma: la chiusura della stagione dei commissariamenti, che ha generato solo azioni verticistiche e antidemocratiche in contrasto con le popolazioni,

“consentendo alle rappresentanze dei cittadini, ai sindacati, alle associazioni la partecipazione al confronto sul tema delle bonifiche”.

Un bel sogno che purtroppo contrasta con la corsa al “nimbysmo” operata da Stato e magistratura, per i quali l’intervento della società civile nella politica sarebbe solo un elemento di fastidio.

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