Christian Elia descrive il nostro Vene Kosovare

Christian Elia

Christian Elia, è autore di numerosi reportage in giro per il mondo, con un focus particolare nei Balcani ed il Medio-Vicino Oriente, pubblicati con PeaceReporter, MicroMega, E il mensile di Emergency, Corriere della Sera e Repubblica. Autore dei documentari “Dubai, oltre il sogno” e “The Emty House”. Ha scritto, tra gli altri, “Oltre il muro, storie di comunità divise” e “Storie in fuorigioco”. Christian Eia nel 2012 ha vinto la medaglia di bronzo del Presidente del Senato per “Giornalisti del Medierraneo”.

I colloqui tra Serbia e Kosovo, ancora una volta, sono saltati. Sembra di assistere a quelle liti condominiali dove tutti conoscono le ragioni del rancore tra gli inquilini, ma si devono salvare le forme e le assemblee le fai lo stesso. Le agenzie internazionali si svegliano, come sempre, il giorno dopo. Questa sta diventando la pessima abitudine della stampa internazionale. Che stampa, per altro, non è più. Il pensiero digitale ha fatto irruzione nelle stanze del giornalismo tradizionale, puntandogli alla testa la pistola delle nuove tecnologie, chiedendo in cambio della liberazione dell’ostaggio di aprire la porta alla modernità. Non è detto che sia un male.

La situazione del Kosovo è un modello negativo di informazione, da studiare nelle scuole di giornalismo. All’epoca della Jugoslavia subiva una forte pressione da Belgrado, ma nessuno ne parlava, perché Tito era il più amato dei leader orientali. Dopo Tito, la questione si fa dura. Milosevic diventa l’archetipo di tutti i mali, arriva la Nato, il Kosovo è libero. Per giustificare quell’intervento, nessuno denuncia i crimini commessi dai guerriglieri Uck sulla popolazione civile serba. Adesso la situazione è come sospesa in un limbo, tra piena sovranità kosovara e rivendicazioni serbe. In questo spazio angusto, a tratti claustrofobico, si è infilato Lorenzo Giroffi.

L’e-book Vene Kosovare l’ho letto con piacere, perché è moderno. Nel senso che racchiude in sé tutto quello che è diventato il giornalismo. Un reporter che ha capito che il giornalismo si fa con le scarpe, che a spese proprie va in Kosovo, parla con la gente, non si forma opinioni sulle note stampa Nato, ma nei peggiori bar di Pristina. E in formato digitale scrive un libro nuovo, tra il reportage e la narrativa. Credo che sia questo il futuro, da sostenere, anche per mancanza di alternative. Oggi l’informazione vera, quella che precede l’accaduto, quella che mette in guardia sui possibili esiti delle situazioni, non lo fa più nessuno dei media mainstream. Sostenendo queste iniziative editoriali, in fondo, sosteniamo noi stessi.

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