Ci sono persone che non riescono a credere nella tortura e altre che non vogliono farlo

Il 13 Febbraio rappresenta un giorno simbolo di riferimento contro la tortura, dal momento della morte di Joxe Arregi, avvenuta nel 1981 dopo essere stato torturato per nove giorni nelle celle della polizia spagnola. L’investigatore forense Paco Etxeberria ha seguito attentamente l’evoluzione di questo flagello negli ultimi decenni. In questa intervista spiega come la tortura sia stata praticata negli scantinati di polizia e negli uffici legali, e quali conclusioni ne ha tratto.   

 

Lei ha cominciato a visitare i detenuti all’inizio degli anni Ottanta, quando ancora uscivano di cella con segni visibili sul corpo (esiste il caso di Joxe Arregi, il cui cadavere era coperto di lividi). Come ha vissuto quella situazione? L’ha sorpresa?  

No. Avevo già notizie che questo poteva accadere, da alcuni membri delle famiglie che non avevano motivo di ingannarmi o alcuni amici di scuola che tornavano in classe con alcuni denti mancanti. Quindi non ero sorpreso, certo, è più orribile quando vedi questa situazione da vicino e sta a te fare qualcosa. I primi casi che ricordo sono quelli relativi a detenuti che riuscivano a malapena a stare in piedi. In più occasioni lo abbiamo denunciato scrivendolo, che è la cosa più difficile, ma non siamo stati abbastanza convincenti. A volte abbiamo chiesto al gudice di accompagnarci o alla segreteria legale di venire, perchè cominciavano a dubitare di noi.

 

Nell’Ottobre del 1983 scomparvero Joxean Lasa e Joxi Zabala. Adesso sappiamo che furono torturati a Gipuzkoa…

… a Gipuzkoa e a 500 metri dal Palazzo di Giustizia in cui pensavo di essere stato investito dell’autorità di un professionista pronto a sistemare il mondo. Questo è lo scherzo crudele. Che nella tua stessa città, in un altro edificio pubblico, stava succedendo il contrario di quello che avevamo in mente o di ció che avevamo come ideale.

 

Lei ha dichiarato che il 100% dei detenuti era stato torturato in quel periodo…

Quando un detenuto ti dice che in una stanza c’era un tubo che andava da un lato all’altro e che vi era stato legato, puoi pensare che stia mentendo ma quando un giorno entri in quella stanza e vedi quel tubo… Mi ricordo, a proposito della tortura con l’elettricità, che una persona ci ha raccontato che gli fecero vedere una piccola scatola, come una scatola di sigari, su cui all’esterno c’era scritto tramite della plastica blu “macchina della verità”. A quel punto pensi che questo possa essere vero oppure che sia una bugia ma quando lo senti da persone diverse che non hanno nessun legame tra di loro, parlano tutte della stessa scatola ed anche dello stesso colore…

 

Quindi i torturatori passano all’azione senza lasciare segni visibili. Ci sono metodi per rilevare le torture oppure gli investigatori forensi non riescono a farlo?

Le torture potevano variare dai lividi ai pugni in faccia che ti fanno sanguinare il naso, dalle labbra gonfie ai sacchetti di plastica, agli elettrodi… che non sono per niente facili da rilevare. Eravamo convinti di ció che era accaduto, ed anche molti giudici lo erano. Era un’altra cosa dimostrarlo nel corso di un procedimento giudiziario…

 

Lei ha affermato in un’altra intervista che gli investigatori forensi della Corte Nazionale Spagnola hanno nascosto l’accaduto…

Un ruolo deplorevole. Appartengono alla parte di un sistema che proviene da un altro tempo. Prima del mio tempo a San Sebastian c’era un investigatore forense ed anche un medico legale, ció ti dice tutto. Ecco com’era. Gli investigatori forensi della Corte Nazionale Spagnola non si giravano semplicemente dall’altra parte, redigevano anche rapporti per nascondere la situazione.

 

Da tutta la sua esperienza accumulata, a quale conclusione è giunto riguardo agli obiettivi della tortura? Non sembra un metodo per ottenere informazioni. Esiste il caso di Martxelo Otamendi, per esempio, che non ha senso… i torturatori cercano di intimidire, di creare psicosi, che cos’altro?

In tutto il mondo, le prime fasi della tortura consistono nel costringere a fare qualcosa che sembra assurdo. Per esempio, vestirsi e spogliarsi, più volte. Ció sembra incomprensibile al detenuto ma con questo stai affermando: “gli ordini qui li dó io, tu non sei niente”. E il detenuto entra in questo stato d’animo. Anche durante il servizio militare accadono molte cose. Il provare stanchezza diventa in seguito un fatto che puó essere aggiunto all’assurdo e con ció la persona si arrende ancora di più. In quegli anni esisteva la tortura come punizione, per il fatto di essere il nemico. In seguito era praticata anche per ottenere informazioni. E c’erano dieci giorni, in modo che il detenuto fosse presentabile al decimo giorno. Durante la dittatura non era strano per una persona neanche essere messa in prigione, in modo che quando ritornava a casa non si potesse vedere che zoppicava o aveva un ematoma sull’occhio…

 

Lei ha conosciuto altri casi, come il Cile. Esistono torture specifiche nei Paesi Baschi?

Non lo so. Il fatto che esistano abitudini nei commissariati, nei distretti di polizia, ha sempre attirato la mia attenzione…  Ma ci sono cose che sembrano atrocità in altri paesi del mondo: l’asfissia e gli elettrodi sono universali. Per far questo è necessario solamente preparare il luogo. Qui credo che in alcuni incontri qualcuno direbbe “vi prego, non fate più queste cose, ma questo, forse”.  Mi sembra che contro le persone che vengono estradate pratichino molto la tortura con l’elettricità perchè li portano nel luogo e dopo 24 ore sono praticamente a Madrid, non c’è tempo a sufficienza per far molto altro e poche ore solamente danno buoni risultati.

 

Ritiene che ci siano opzioni per la creazione di una Commissione per la Verità su questo argomento, o almeno che le persone che hanno partecipato a questi atti spezzino un giorno la legge del silenzio in merito alla tortura?

Anni fa sono stato colpito da molti programmi trasmessi alla tv francese in cui il personale dell’esercito francese spiegava cosa aveva fatto in Algeria. E dicevano: “Era nostro compito, ci era stato dato ordine di farlo, è stato terribile ma non c’era nient’altro da fare”. Sto aspettando di vedere se questo puó succedere qui un giorno. Forse qualcuno un giorno dirà ció che sa perché era lì. Sicuramente non saranno i diretti responsabili, ma altri che hanno sentito o visto… perché i luoghi segreti nei commissariati esistono, ma non sono lontani.

Non so se servirà processarli, sospetto il contrario, ma credo nella necessità di un’indagine. In assenza di una verità ufficiale, perchè i poteri forti non hanno voluto indagarla, possiamo proporre altre procedure come le commissioni per la verità. C’è di più, penso che nell’attuale governo basco si stia cominciando a pensare ad alcune iniziative su questo argomento. Le proporzioni dei danni causati dai maltrattamenti sono importanti, non si puó continuare a nasconderle, hanno colpito molti di noi, esiste una metodologia per recuperare le informazioni e credo che il governo basco sarà in grado di farlo senza troppo ritardo. Lo hanno fatto in Cile, con informazioni riguardanti 16.000 persone o più, ed è ufficiale, convalidato dai poteri pubblici. Qui, se vogliamo, possiamo fare lo stesso.

 

Traduzione da Basque Peace Process

Titolo originale: There are those who can’t believe torture, and there are those who don’t want to believe

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