Colorado, il referendum contro il gas di scisto che può dar fastidio a Obama

Persi nella nuvola mediatica del duello Romney-Obama terminato con la riconferma di quest’ultimo, in pochi ci siamo accorti che dalle urne nello scorso novembre sono usciti anche altri verdetti, aldilà di quello sulle presidenziali. Non stiamo parlando solo dei referendum che in alcuni stati hanno deciso sui matrimoni omosessuali o sull’abolizione della pena di morte o sull’utilizzo ricreativo della marijuana, cui sporadicamente pure si è accennato. Ci riferiamo invece ad un quesito referendario proposto e approvato in una città di 80.000 abitanti del Colorado, Longmont, relativo al divieto di estrarre dal proprio suolo il gas di scisto.

Quello che in inglese è chiamato shale gas è appunto un combustibile che si estrae da una particolare roccia (lo scisto) attraverso un processo di rottura della stessa denominato fracking, attraverso il quale si “sparano” nel bacino di gas sottostante le rocce enormi quantità di acqua miste a sabbia e solventi chimici, che permettono al gas di fuoriuscire rompendo lo scisto. Recenti studi hanno dimostrato che questo processo di estrazione ha un impatto rilevante sull’ambiente, uguale se non addirittura maggiore a quello del carbone. Non solo le quantità d’acqua da pompare per la perforazione idraulica sono eccessive, ma inoltre il metano che fuoriesce a seguito della frattura causa un’ingente emissione di gas serra (contribuendo non poco al riscaldamento climatico) e c’è in più il rischio che i solventi chimici si infiltrino nelle falde acquifere circostanti i bacini, inquinandole.

Più di mezzo milione di dollari spesi per un mail bombing e una pubblicità assillante dalle industrie dell’energia, che hanno nella cittadina al centro della shale gas area tutta una serie di impianti per la trivellazione, non hanno fermato la cittadinanza, che si è espressa al 59% contro l’estrazione del gas e contro il deposito delle scorie della stessa all’interno dei 57 kilometri quadrati del territorio di Longmont. (Per una breve storia delle battaglie della cittadina contro il fracking consigliamo quest’articolo su Alternet.org)

Molti degli stessi ambientalisti sono convinti che ancora una volta a prevalere sia stata la logica del NIMBY (acronimo che sta per “not in my backyard”) visto che la decisione riguarda solo il “cortile” di Longmont. Tuttavia da questo centro potrebbe riprendere slancio un grande movimento di opposizione allo sfruttamento di questa energia che arreca più danni che benefici. Un movimento che si sta diffondendo negli Usa (come ci segnala Philippe Bernard in un articolo su LeMonde.fr) e che farà da sfondo al film Promised Land con Matt Demon, di prossima uscita nelle sale americane (qui il trailer).

Il primo a poter subire danni dall’esito del referendum è proprio l’altro vincitore del 6 novembre, Barack Obama. Sul gas di scisto, considerato come una scoperta “rivoluzionaria” e una fonte di energia pulita, il rieletto presidente ha scommesso infatti moltissimo, rendendolo il perno del piano per l’autosufficienza energetica americana da raggiungere intorno al 2030 (che potrebbe significare quindi anche affrancamento dalle importazioni di petrolio e gas e parziale uscita di scena dal Medio Oriente e dal contesto afroasiatico). Tutto questo smentisce un po’ la tanto osannata anima “verde” di Obama, uno dei tratti caratteristici che ha permesso la sua vittoria sullo sfidante Mitt Romney. Si pensi ai discorsi del presidente sul cambiamento climatico o agli incentivi per una riconversione dell’industria dell’auto americana in chiave più “ecologica” (Un’analisi delle sue contraddittorie proposte di politica energetica fatte in campagna elettorale ce la fornisce Ecoblog.it qui).

Gli altri referendum verdi proposti nel resto degli Stati Uniti sono stati tuttavia respinti dalla popolazione (qui un dossier sul voto di TuttoGreen.it), anche perché ci si trovava in stati tradizionalmente molto meno progressisti del Colorado.

 

E in Europa? Anche nel vecchio continente ci si occupa dello shale gas, del quale sono presenti grandi riserve in Francia e in Polonia (qui il reportage di EuroNews). Il parlamento europeo proprio a fine novembre ha votato due discusse risoluzioni (qui il resoconto di GreeNews.info) che consigliano ai Paesi membri cautela nell’estrazione di questo gas, di fatto lasciando loro libertà di scelta, senza stabilire però divieti o moratorie circa l’estrazione, come invece richiesto da alcuni deputati. Come per altre questioni, anche su questa l’Europa “unita” risulta divisa.

 

Ancora una volta, quello che si riscontra è che il fondamentale problema dell’energia viene affrontato nelle “stanze dei bottoni” in maniera strumentale e con in testa il pensiero fisso del guadagno e della speculazione. Non ci spiegheremmo, altrimenti, come mai tanta testardaggine nel far finta di non vedere forme di energia pulita, disponibile e sfruttabile senza rischi come, ad esempio, quella che viene dal sole.

 

 

Bookmark the permalink.