Cosa c’era dietro l’omicidio del leader dei talebani in Pakistan

Lo scorso primo novembre un attacco drone statunitense ha assassinato Hakimullah Mehsud insieme ad altre tre persone, 33 enne e già leader dei talebani in Pakistan (il suo precedessore è stato anch’esso assassinato con un drone) del gruppo Tehrik Taliban Pakistan (TTP). L’episodio è avvenuto al confine con l’Afghanistan nella regione del Waziristan proprio mentre Mehsud era impegnato in una riunione in una moschea con altri personaggi rilevanti per discutere su quale tipo di posizione prendere quanto alle offerte del Pakistan di dare inizio ad una serie di colloqui con i talebani.

Ancora una volta, come spiega su Al-Arabiya l’editorialista Mansoor Jafar, dopo che il Pakistan si è sforzato e ha costruito una reputazione per un colloquio con i talebani, gli Stati Uniti “hanno sabotato i colloqui proposti”. In effetti il mese scorso, si ricorda nell’analisi di Jafar, “tutti i partiti politici presenti nel parlamento pakistano avevano autorizzato al governo a negoziare con il TTP per riportare la pace nel paese. Un paese che ha subito devastazioni nel corso degli ultimi otto anni dopo che lo stesso TTP aveva dichiarato guerra contro l’esercito pakistano” reo di esser complice delle operazioni militari statunitensi nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan (e ciò dal 2004, con l’obiettivo di stanare al-Qaeda).

“Questa non era la prima volta che un drone americano ha ucciso un alto comandante TTP alla vigilia dei negoziati che Islamabad teneva per ristabilire la pace. Washington ha sabotato i colloqui di pace con il TTP, uccidendo i suoi comandanti per mezzo di droni appena prima e dopo degli accordi di pace con Islamabad nel corso degli ultimi otto anni. L’uccisione di Hakimullah Mehsud ha anche prodotto i risultati desiderati da Washington: TTP ha deciso di revocare i colloqui di pace con Islamabad” scrive Jafar. Infatti poco dopo l’attacco drone, il TTP ha annunciato l’elezione di Maulvi Ismatullah Shaheen alla guida dell’organizzazione e non Khan Said Sajna, uno dei rappresentanti dei talebani vicino alla linea del dialogo con il governo del Pakistan. Un portavoce ha poi chiamato alla vendetta contro USA e “i loro amici”.

L’utilizzo dei droni in Pakistan, fa parte di una pratica oramai consolidata dagli statunitensi e dall’amministrazione Obama ma è sempre più “controversa”: non a caso questi ultimi sono stati, come sostiene ancora l’editorialista di al-Arabiya, “la più grande fonte del terrorismo in Pakistan” in quanto il più delle volte colpisce indiscriminatamente persone inermi con la scusa di operazioni antiterroristiche. La complicità del governo pakistano in tutto questo non è di certo nascosta da qualche dichiarazione dei ministri degli Esteri e dell’Interno, il primo sostiene che l’attacco minerebbe alla sovranità del paese (discorso – a vuoto – già fatto da Libia e Somalia), il secondo dice che ciò è stato fatto per sabotare il processo di pace che poi ha accusato gli Stati Uniti di doppiogiochismo: l’ambasciatore statunitense avrebbe assicurato al governo del Pakistan di essere a favore di questi colloqui, promettendo peraltro che in questo periodo non vi sarebbero stati attacchi in territorio pakistano.

Nel frattempo, media indiani riferiscono che il Pakistan continuerà i suoi negoziati, secondo quanto riportano le agenzie la scelta sarebbe presa dal consiglio del gabinetto del premier, Nawaz Sharif che ha detto: ”Il Pakistan ha il diritto di fare le proprie scelte a seconda dei propri interessi”, ma rimane ancora l’etichetta che i talebani affibbiano al governo quella di esser “schiavi degli USA” e sembra inutile il provvedimento che prevede la sospensione del transito dei convogli della NATO tramite la frontiera: gli attacchi droni non cesseranno (come non cessarono in precedenza) neanche bloccando i rifornimenti NATO.

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