Curdi in Turchia, se ne discute a Bruxelles

Lorenzo Giroffi  -  fotografie di Andrea Kunkl (qui la galleria fotografica completa)

Il Parlamento europeo ha accolto la  9th International Conference on “The European Union, Turkey and the Kurds”.  A fasi alterne la questione curda trova dei riflettori che provano ad illuminare le mille sfaccettature, delle sofferenze, recriminazioni, speranze e cambiamenti di questo popolo. Abbiamo visto come sia pronto al riscatto in Siria, ma in Turchia sta cercando ancora  un processo di pacificazioni con le autorità, che ignorano il problema reprimendo, presentandolo alla comunità internazionale come spettro di separatisti nel Paese.

Troppo spesso la questione curda in Turchia viene abbinata all’azione armata del PKK (partito dei lavoratori curdi), organizzato politicamente e militarmente sui monti della Turchia. Le azioni militari del Governo turco contro le cellule del PKK sono quindi giustificate dai detentori dei giochi di potere internazionale col fatto che il Paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan stia conducendo una battaglia contro un gruppo terrorista, capeggiato dall’ideologia di Abdullah Öcalan. Oscuri i canoni per cui venga attaccata l’etichetta di terroristi, sempre sommaria. In questo caso è comunque riduttiva rispetto alla complessità della vita dei curdi in Turchia, chiamati i turchi della montagna, affinché solo gli insediamenti lontani dal mare possano differenziarli, perché nessuna rivendicazione culturale o storica possa essere accettata. D’altra parte anche la motivazione della preservazione dei confini nazionali è ormai una forzatura, visto che il movimento curdo in Turchia è da anni che ha abbandonato il sogno di Patria indipendente, spingendo solo per un riconoscimento culturale, che possa portare al libero uso della lingua madre ed al libero sentirsi curdi in una società in grado di accettarli.

Il sogno della lingua curda

Il Kurdistan, che si estende all’Iran, Iraq,Siria e Turchia, senza però un riconoscimento di autodeterminazione, ormai lavora affinché i propri popoli possano vivere all’interno degli Stati nazionali in cui si ritrovano, ma con la giusta garanzia di diritti e forme di autonomia democratica. La paventata indipendenza insomma è solo uno strumento di retorica politica, di caccia al terrore separatista, che naturalmente nasconde una voglia sfrenata di nazionalismo turco, ma soprattutto di controllo politico-economico. Il Kurdistan è prevalentemente abitato nell’area turca, dove però i suoi abitanti sono sempre più privati dei loro insediamenti, dei loro lavori abituali, tutto questo perché funzionale alle tattiche di capitalismo-religioso volute dall’AKP (The Justice and Development Party) di Erdogan. Interessante a tal proposito il documentario di Sherk Jahami “We are the poor peopole”, dove per l’appunto si evidenziano le condizioni di sfruttamento dei lavoratori curdi, che rappresentano la vera e propria manovalanza del turbo-liberismo progettato dalla Turchia moderna.

Curdi e neo-liberismo turco

Questa guerra ha contorni etnici-economici. Basti pensare anche al progetto GAP (per la costruzione di centrali termo-elettriche: dighe progettate e già costruite nell’Anatolia, Kurdistan turco, che comporta naturalmente l’evacuazione di villaggi abitati dai curdi: 
cambiamento geologico delle zone; distruzione di lavoro nei campi; intere aree inondate, patrimonio dell’Unesco devastato; curdi dispersi nel resto del Paese, per lo più nelle periferie degradate d’Istanbul, privi dei loro campi da lavorare.

Repressione 

L’esercito colpisce e negli ultimi trenta anni sono state quaranta mila le vittime. Quattromila i villaggi evacuati, un numero impressionante di arresti, tutti accusati di separatismo, anche solo perché si esprimevano in curdo, proibito nei luoghi pubblici. Ecco lo stato di fermo di sindaci, politici, musicisti, giornalisti, avvocati, che nelle loro funzioni hanno preferito esprimersi nel loro idioma. Come il musicista Fatima Kurthm o il giornalista Murat Citfci, che dichiara di appartenere, per lo Stato turco, alla nuova generazione di dissidenti, accusati di fomentare la causa curda su commissione del PKK. E qui ritorna la massificazione del problema, inglobando tutto nella questione di “sicurezza nazionale” contro la lotta armata del partito dei curdi lavoratori. Nel Paese ci sono anche altri movimenti, partiti ed associazioni curde, tutti repressi, come il BDP o il KCK.

Lo sciopero della fame dei prigionieri politici

Negli ultimi mesi i prigionieri politici curdi in Turchia si sono resi protagonisti di uno dei più massicci, ma non il primo, sciopero della fame. L’atto di protesta, terminato dopo due mesi a causa del grande numero di persone in fin di vita, era partito lo scorso 12 Settembre, su indicazione del leader Ocalan, che in isolamento nel carcere sull’isola di Imrah, aveva fornito indicazioni, al fratello Mehmet, per far partire l’iniziativa. Sono stati diecimila i prigionieri che hanno accolto l’indicazione, utile a chiedere al Governo turco di eliminare le restrizioni all’istruzione scolastica per i curdi ed alla loro lingua, la liberazione del loro leader e cercare una risoluzione pacifica per i curdi in Turchia. Le conseguenze peggiori sono state per molti  incarcerati di Dyabakir, giunti quasi alla morte, motivo per il quale poi lo stesso Ocalan ha fatto sapere ai leader del PKK e del PAJK (partito per la liberazione delle donne) d’interrompere lo sciopero della fame. Le autorità turche non hanno accennato ad alcun confronto o trattativa.

Il consenso di Erdogan a livello internazionale

Una Costituzione, quella turca, che continua a negare le minoranze che vivono nel Paese e che sembra irremovibile, anzi forse pronta a modellarsi su di un archetipo presidenzialista. Tutto ciò sulla scia dei successi internazionali del presidente Recep Erdogan, che si è imposto come faro anche post Primavera Araba, quando ha proposto tour demagogici funzionali a spiegare come un partito religioso, che ha le radici nell’islam, il suo AKP, possa comunque lavorare per una crescita economica costante, inglobando le dottrine neo-liberiste.

Forse fino a quando il PKK sarà considerato covo di terroristi, l’esercito turco potrà compiere azioni di guerra senza che la comunità internazionale si ponga interrogativi. C’è repressione culturale e fisica, che non ha sempre obiettivi militari, ma che molte volte fa strage d’innocenti (vedi Roboski, come testimonia una vittima nel video dal Parlamento europeo, o Uludere ).

Nessuno può proporre conclusioni sulle possibili evoluzioni dei curdi in Siria, Iran e Iraq, ma sicuramente c’è la necessità di pensare alla questione curda in Turchia non come lotta al terrorismo di uno Stato moderno, ma come oppressione di un popolo che vorrebbe essere riconosciuto per la propria identità e che vorrebbe provare a convivere sentendosi curdi della Turchia e non turchi della montagna.

Seppur tra mille contraddizioni, il Parlamento europeo ne ha discusso durante la conferenza organizzata dalla “Turkey Civic Commission” per “Time to renew the dialogue and resume direct negotiations”, questi alcuni dei temi dibattuti: i limiti della Costituzione nazionalistica turca; il massacro di Robonski causato dall’esercito turco; l’incidenza del culto della forza nazionale sulla vita delle donne in Turchia; le differenze tra gli accadimenti della Primavera araba ed il mondo curdo; l’egemonia economica della nuova Turchia.

Bookmark the permalink.