Dayton: un pazzo patchwork e un senso di colpa

La giornata mondiale dei diritti umani è un’occasione, rituale quanto si vuole, ma sempre utile per mettere a tema riflessioni e rilanciare spazi di consapevolezza.

Nell’ultima edizione delle giornate tematiche organizzate, col contributo degli “Operatori di Pace – Campania”, da EIP (Scuola Strumento di Pace) presso la sede della Fondazione De Martino, a Napoli, il tema dei diritti umani è stato declinato sotto tanti versanti: il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, la libertà di espressione. Diritti fondamentali, utili a tenere insieme il nesso tra pace e giustizia e connotare, di conseguenza, il profilo della “pace positiva”, intesa, appunto, come tutela dei diritti posti a garanzia di una pace duratura per tutti e per tutte.

Ecco, se l’Unione Europea intende affermarsi sulla scena mondiale quale fattore di pace e di stabilità, e i Balcani possono rappresentarsi come un banco di prova di tali attributi, la Bosnia ne costituisce oggi, nel cuore stesso dei Balcani alle porte dell’Unione e in procinto di adesione, una delle più clamorose smentite. Per tante ragioni. La messa in condivisione delle risorse strategiche e di una vera e propria impalcatura istituzionale (dapprima la Comunità Europea, poi l’Unione Europea) doveva servire a tutelare pace e sicurezza nel Continente – eppure non ha evitato che si ripetesse ciò che non sarebbe dovuto succedere mai più, la guerra, il genocidio e la pulizia etnica nei confini d’Europa.

L’organizzazione di funzioni e risorse per la risoluzione delle controversie avrebbe dovuto rendere l’Unione Europea un’area di pace e sicurezza e farne un fattore di gestione pacifica delle crisi e dei conflitti – eppure la Bosnia rimane divisa e i Balcani ancora oggi un’area di instabilità e di conflitto, al punto che nella stessa soluzione negoziale (i cosiddetti “Accordi di Dayton”) si sono finite per annidare insidie e aporie, fino a farne un pericoloso fattore di divisione ed instabilità. Tanto che, imponendo una miriade di entità, tra la struttura centrale, la Repubblica Srpska (dove abitano i bosniaci serbi) e la Federazione croato-musulmana (con tutti i suoi bravi cantoni etnici, quelli bosniaci musulmani e quelli croati cattolici), tutte distinte e divise, ha imposto allo stesso tempo una spasmodica moltiplicazione dei centri di potere (centrali; serbo-bosniaci, musulmano-bosniaci e croati; e, all’interno della Federazione, cantoni e municipalità), rendendo ingestibile il processo amministrativo.

Non è solo un problema, come spesso ripetono le cancellerie, di “sostenibilità”: è un vero e proprio problema di “diritto”; non un rompicapo, ma un assurdo. Sono stati i giudici della Corte Europea per i Diritti Umani a stabilire (nel 2009) che la Costituzione di Bosnia e la Convenzione Europea per i Diritti Umani, di cui pure la Bosnia è firmataria, sono incompatibili. Nella sentenza sul ricorso presentato da un esponente della comunità ebraica bosniaca, Jakob Finci, e da un esponente della comunità rom bosniaca, Dervo Sejdić, la Corte ha infatti sancito che attribuire le funzioni pubbliche esclusivamente alle etnie riconosciute da Dayton (serbi, croati e musulmani) viola la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione Europea per i Diritti Umani.

Peccato però che tutta l’impalcatura di Dayton e la ragion d’essere stessa della Costituzione Bosniaca si basino su tale sistema di distinzioni e di quote etniche. La Bosnia, alla vigilia del processo di pre-adesione all’Unione Europea, scopre quindi di essere incompatibile con i valori declamati dall’Unione stessa.

È così che – paradosso dei paradossi – la soluzione imposta per superare il conflitto e rilanciare la convivenza ha finito per alimentare la divisione e cementare l’ingiustizia. Una vera e propria nemesi. O forse, più semplicemente, un monito: a evitare quell’insensata presunzione di risolvere problemi “altrui” imponendo modelli “nostri”.

 

di Gianmarco Pisa (IPRI-Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, rete CCP-Corpi Civili di Pace)

 

 

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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