Della storia e del suo insegnamento in Kosovo. Qualche lezione da trarre ed un’amara considerazione

La separazione della memoria e delle memorie è soprattutto il prodotto, al di là del conflitto, della segregazione e della violenza, della divaricazione della storia e delle storie.

Prendiamo i grandi capitoli della storia del Kosovo, sempre pericolosamente in bilico tra Serbia ed Albania, e il modo come questi diventano capitoli di storia nei testi scolastici.

Il Medioevo, lo scontro cristiano-ottomano, la riscossa delle nazioni balcaniche, la Lega di Prizren, le due guerre balcaniche e le due guerre mondiali, la dissoluzione della Jugoslavia, la guerra del Kosovo: quasi tre lustri dopo la fine della guerra, gli studenti albanesi e gli studenti serbi del Kosovo continuano a imparare due versioni e due narrazioni completamente diverse della storia, a seconda che studino secondo i programmi scolastici di Pristina o di Belgrado.

Se il confronto delle memorie è il primo passo della ricostruzione di una storia, allora la scuola diventa un luogo decisivo della riconciliazione.

 

Jelena Petrović, docente di latino presso il liceo “Miladin Mitić” nel villaggio serbo di Laplje Selo, vicino a Pristina, intervistata dal Corriere dei Balcani (edizione francese), ha testimoniato che la dissoluzione della Jugoslavia è trattata nei libri di storia secondo il curricolo di Belgrado come parte di un capitolo sulle grandi manifestazioni europee, il disfacimento del blocco orientale, lo smembramento dell’Unione Sovietica, la fine della Cecoslovacchia e la riunificazione della Germania.

«Lo scopo delle grandi potenze era che la Jugoslavia venisse liquidata, l’interesse prevalente era quello della Germania. Il vero problema non è la riunificazione della Germania, quanto piuttosto che la Germania abbia continuato la sua politica espansionistica, vale a dire il processo di allargamento, anche al di fuori dei propri confini, attraverso l’espansione del proprio mercato di riferimento. L’obiettivo era che la Serbia accettasse le basi militari e il controllo occidentale. La Serbia non avrebbe mai accettato, mentre gli albanesi lo hanno fatto e ottenuto il sostegno internazionale».

 

È molto interessante osservare come gli studenti kosovari, nel loro programma di storia, secondo il curricolo albanese, studino al contempo la dissoluzione della Jugoslavia come un capitolo della storia del popolo albanese. Le dimostrazioni albanesi e la sollevazione del Kosovo del 1981, dalla quale sarebbe maturata anche la stagione della disobbedienza civile degli anni Ottanta e Novanta, sono presentate come gli eventi storici che hanno direttamente contribuito alla dissoluzione della Jugoslavia.

«La caduta della Jugoslavia è legata agli eventi del 1981. Vi precipita la dissoluzione di uno stato dittatoriale e di un sistema totalitario. La politica serba è l’istigatrice di questo totalitarismo, delle guerre e dei massacri».

Si rinfocolano costantemente – in queste ricostruzioni – le sofferenze della guerra e si accende una memoria elusiva ed esclusiva, nello stesso tempo. All’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), fino al 1998 sulla black list del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche, è dedicato un intero capitolo. Anche questo fonda la narrazione nazionale.

 

Nei testi serbi, la questione del Kosovo, come la Grande Albania, appaiono nel 1878 con la Lega di Prizren. Gli eventi degli anni Ottanta e Novanta sono interpretati come una continuazione di questo processo. Nel corso della storia, la Guerra in Kosovo è menzionata in modo fattuale, la ricostruzione degli eventi è molto meglio definita e articolata, l’UCK, inevitabilmente, è presentato come una “organizzazione terroristica”.

«Si parla della Conferenza di Bujan (l’incontro dell’agosto 1943, tra partigiani albanesi, comunisti e nazionalisti, in cui si è rivendicata – per la prima volta nei tempi moderni – l’auto-determinazione del Kosovo subito dopo la fine della guerra, ndr), della prima e della seconda Lega di Prizren, della Costituzione Jugoslava del 1974, che rafforza l’autonomia speciale del Kosovo, e della prima guerra balcanica del 1912, con la proclamazione dello Stato d’Albania. Si spiega come gli albanesi non fossero direttamente coinvolti nella guerra, ma la creazione di uno Stato albanese indipendente avrebbe servito gli interessi delle diverse grandi potenze occidentali».

 

Il Medioevo è un altro “punto di non ritorno” nella narrazione storica, soprattutto dalla parte albanese.

«Quando si fa riferimento alla storia medievale del Principato di Arberi e di Bisanzio, il Kosovo è designato come Albania del Nord. Nel 1190, lo stato serbo di Raška ha approfittato della morte di un sovrano di Costantinopoli e ha invase per la prima volta Pristina e Prizren, fino a Lezha, in Albania. Tutti i territori abitati da albanesi, così come la Grecia e la Bulgaria, sono stati quindi posti sotto il governo dello zar Dušan nel 1331 e Prizren sarebbe diventato il centro dello Stato di Dušan nel 1345-1348, prima che la capitale venisse trasferita a Skopje in Macedonia. La storia, nella vulgata albanese, diventa così la storia dei continui soprusi, delle conquiste e dell’oppressione dell’autorità serba, variamente succedutasi nella regione».

 

La narrazione della storia segue precisamente, fin dentro la scuola, la ripartizione etnica e, come questa, crea una frattura profonda, non solo nelle percezioni, ma anche nelle prospettive. Si capisce bene, parlando con le persone, che l’attaccamento ad una “propria” versione della storia è anche l’attaccamento ad una “propria” versione dei fatti e ad una “propria” visione del Kosovo. A prescindere, da una parte e dall’altra, che questa sia confermata dai fatti.

Per Angela Lekić, liceale a Laplje Selo, non c’è dubbio: “Il Kosovo è e sarà sempre parte della Serbia. Gli sforzi per rendere il Kosovo uno stato indipendente sono inutili, perché viviamo qui e non lasceremo il Kosovo”.

Xhon Kastrati, liceale a Prizren, non ha dubbi, esattamente al contrario. “Il Kosovo si è guadagnato sul campo il suo status. Si tratta di uno stato libero, indipendente e sovrano. Il tentativo della Serbia di annullare ciò che è stato realizzato finora non ha avuto e non avrà mai alcun effetto”.

 

di  Gianmarco Pisa (Operatori di Pace Campania  –  IPRI –  Rete CCP Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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