Detachment: come è violento insegnare in periferia

Lorenzo Giroffi   @LoreGiro

Torniamo alla cinematografica del 2011, non per un particolare amore nell’anno, per fascino dei numeri o qualche previsione maya al contrario, ma per pura casualità. Scriviamo di Detachment perché inizia con una frase di Albert Camus, a cui tutti dovrebbero voler bene, perché parla del disagio scolastico sintomatico non solo di quest’anno che volge alla fine, ma dell’intero decennio che abbiamo alle spalle, perché ci racconta come la contemporaneità intrinseca ad un passato non proprio comodo sia portatore di distacco.

Non è proprio un film di nicchia o che ha sofferto, nonostante la complessità della tematica e la metodologia delle immagini, ha un cast guidato dal premio Oscar Adrien Brody (magistrale come tutti gli altri interpreti) e diretto dallo stesso regista di American Histoy X, Tony Kaye. Siamo negli Stati Uniti, nelle sue periferie, quelle che spuntano fuori solo quando ci sono disagi atmosferici o tragedie di routine, insomma quelle che non si vedono alle parate delle presidenziali o nei sogni di chi è dall’altra parte del mondo. Un film che ha una narrazione complessa per i suoi tagli registici, che si miscelano ad una sorta di documentario quando ferma i propri protagonisti per dargli un taglio stretto, come se uscissero dal film per essere intervistati. Macchina da presa sempre in movimento, ma mai per ampi spazi, solo per i corpi e le espressioni estreme dei suoi interpreti.

Brody interpreta Henry, un professore per l’appunto di un liceo degradato statunitense, che, forse con una forzatura di luoghi comuni, contiene tutta una serie di ragazzi complessi, scartati dalla società e che risentono dei dissesti degli ultimi anni delle politiche di tutto il mondo: sempre lontano dal mondo dell’istruzione. Ragazzi figli d’immigrazione non integrata, violenti senza motivo apparente; ragazze piene di insicurezze per poca avvenenza; professori disperati al cospetto di una situazione ingestibile. Henry arriva col corredo della sua altrettanta storia complessa, col suicidio della madre, unica persona al suo fianco durante la sua fanciullezza, e le cure da prestare al nonno, padre della defunta madre ed in piena decadenza senile. Una catena di dipendenza familiare che poi culminerà con la presa di coscienza che la morte della persona più importante per Henry è stata causata proprio dal nonno che ha in cura.

Il filo del film si srotola col racconto dei disagi. Figure agli angoli della strada e delle classi. Professori dal lato disperato e con qualcosa da raccontare, alunni dalla sensibilità spiccata, tra cui una il cui talento la farà divenire determinante per Henry e fatale per essa stessa. Inevitabile, in un film così pieno d’ansia e contesti disperati, calcare qualche stereotipo, come quello dell’alunna disagiata ed innamorata di un professore “differente”, della puttana da strada, lolita ed incline a far innamorare oltre il sesso, la violenza in famiglia, la maestrina candida e tentatrice.  Un racconto serrato, intervallato da interviste agli attori, che smettono di recitare per diventare il professore di tutti i giorni della periferia o l’adolescente dubbiosa. Non è un film di verità come quello raccontato in precedenza (Morgen), ma sicuramente è un film per cui ricordare alcune cose viste in una delle tante vite squallide vissute.

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