Direttrice di una voce libera dell’informazione egiziana: Egypt Independent, storia di un giornale che chiude

Lorenzo Giroffi

La prima parte dell’intervista la trovate qui. Lina Attalah è direttrice del giornale Egypt Independent, chiuso a causa di una crisi finanziaria e di pressioni editoriali.

Riesci a trovare un motivo per cui i Fratelli Musulmani potrebbero essere un freno al processo democratico dell’Egitto ed uno per cui invece potrebbero essere un garante di esso?

«I fratelli Musulmani stanno procedendo verso una riconferma alle elezioni, ma come dicevo prima questo non è sinonimo di processo democratico: sarebbe riduttivo. I Fratelli Musulmani sono saliti al potere, con il Presidente Morsi, il Shura Council è composto da una maggioranza della Fratellanza, ma cosa ne è stato delle richieste della gente? Ci sono solo decisioni unilaterali, che stanno consolidando un gruppo di potere, una classe dirigente alla guida del Paese e questo lo considero un freno per ogni tipo di processo democratico. Sul fatto invece che loro potrebbero essere dei garanti di questo processo, non credo proprio possano esserlo in alcuna maniera. Sento solo la loro paura di perdere il ruolo che hanno conquistato nel Paese. Noi avremo bisogno di una visione e gestione della cosa pubblica più pluralista, ma al momento sfortunatamente siamo lontani da questa prospettiva».

La gente continua a scendere in piazza ed ad organizzare manifestazioni. Quanto è lontano il loro punto di vista da quello della classe politica?

«C’è sicuramente un problema tra le richieste politiche della gente per strada e le istituzioni che dovrebbero rappresentarle (partiti, unioni sindacali). Il gap crea rabbia, soprattutto verso quelle parti politiche che dovrebbero rappresentare l’opposizione ed impegnarsi nell’adempimento di offerte alternative. Provo a fare un esempio chiaro di questo distacco: molte persone, durante le proteste, hanno avuto problemi con la polizia, che ha usato violenza sproporzionata, quindi la gente è arrabbiata e diffidente oggi verso di essa. La parata della polizia però non ha cambiato il proprio rituale dopo la rivoluzione, ha festeggiato ugualmente. Avrebbe potuto sospenderla, con l’avallo del Governo, per almeno riparare e non irritare la gente che ha subito violazioni dei diritti umani. Dopo la rivoluzione non è cambiato per nulla il rapporto con la polizia, che compie ancora abuso del proprio potere».

Puoi descrivermi lo scenario attuale dei partiti politici egiziani?

«Molti partiti egiziani hanno perso al momento la regione d’esistere, soprattutto quelli vecchi che avevano come unica vocazione quella di debellare il regime di Mubarak. Il fenomeno più interessante post-rivoluzione per i partiti è quello della trasformazione politica all’interno degli stessi partiti, tra la vecchia e la nuova generazione. Ci sono molte lotte circa le modalità con le quali questi partiti debbano istituzionalizzarsi, per le proprie elezioni, e su chi proporre come rappresentante. La sfida per tutti è sicuramente quella di capire come ci si debba presentare alle elezioni. In altre parole i partiti politici potrebbero essere più attivi negli spazi sociali del Paese, per poi essere in grado di compensare alla presenza massiccia dei Fratelli Musulmani ed essere capaci di mobilitare di più giovani, sviluppandosi in diverse comunità».

In che stato è l’informazione egiziana e la libertà di espressione (l’arresto del comico Bassem Youssef, per satira sul presidente Morsi. C’è da segnalare invece il rilascio di Ahmed Maher, fondatore del Movimento 6 Aprile [ne abbiamo scritto qui], a tal proposito I fratelli Musulmani, in una dichiarazione distensiva, hanno affermato di essere stati sempre contrari al suo arresto)

«Dopo la crisi e la chiusura del giornale posso dire ancor di più che la sfera dei media in Egitto sta soffrendo un controllo statale. In questa maniera non possiamo avere un’informazione indipendente e voci autonome in grado di raccontare le storie onestamente. Questa è un’enorme sfida perché ci sono molti problemi per i media, incluso l’uso legale della censura da parte del Governo sui giornalisti, protagonisti televisivi e comici, facendo scattare poi il meccanismo della paura. Naturalmente i problemi finanziari sono strettamente legati alla possibilità di fare buona informazione».


Quale è per te l’aspetto più critico della società egiziana contemporanea?

«In Egitto la condizione della donna, i bambini di strada, la povertà e l’instabilità sono tutti tasselli della crisi. La più grande criticità però è proprio la mancanza di un processo politico. Non sto vedendo nulla di tutto ciò, vedo solo una grossa penuria di programmaticità politica, che per i problemi detti prima vuol dire peggioramento di tutto. In assenza di politiche, la marginalizzazione crescerà e l’instabilità non si fermerà».

 

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