Disabili alla ricerca delle istituzioni: il caso di Urbino

Accantoniamo per il momento il discorso su sessualità e disabilità (ma ci ritorneremo), per tornare a parlare di istituzioni. Vi accennavo un paio di articoli fa alla situazione che si è venuta a creare ad Urbino riguardo all’assistenza agli studenti disabili e a quanto le istituzioni si sono dimostrate lontane dalle esigenze concrete delle persone che devono (in questo caso è meglio dire “dovrebbero”) usufruire dei loro servizi. Infatti il bando per scegliere gli assistenti è stato pubblicato verso la metà di novembre (circa un mese dopo l’inizio delle lezioni) e le graduatorie sono uscite poco prima della pausa natalizia. Secondo gli ultimi aggiornamenti, nei prossimi giorni dovrebbero essere fatti gli abbinamenti tra assistenti e assistiti. Insomma, per essere chiari e farvi capire bene, l’iter è questo: esce il bando; si raccolgono le domande degli aspiranti assistenti; si indicono dei colloqui in cui una commissione “valuta” non si sa cosa del candidato in modo da attribuirgli un punteggio che andrà a sommarsi a quello già attribuitogli secondo criteri di reddito, merito (esami sostenuti, anni fuori corso, ecc) ed eventuali precedenti esperienze; escono le graduatorie; si fanno gli abbinamenti fra assistenti e assistiti. Ma non vi pare che manchi qualcosa?

Vi do un indizio: dove sono i ragazzi disabili in tutto questo? Il paradosso è che si decide per i disabili senza i disabili. La suddetta commissione e i funzionari che lavorano in questo ambito, non sanno nemmeno che faccia hanno le persone per le quali devono prendere delle decisioni, tra l’altro non di poco conto. Infatti gli assistenti, nonostante il bando preveda che svolgano solamente attività di accompagnamento inerente allo studio (quindi lezioni, biblioteca ecc), da sempre sono andati oltre i loro “obblighi contrattuali”, fornendo ai ragazzi disabili un’assistenza completa (quindi pranzi, cene, alzate, messe a letto e via dicendo) che
altrimenti sarebbe stata a carico degli stessi ragazzi disabili, rendendo ancora più difficilmente sostenibile la loro permanenza all’università. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto la questione è un po’ più intricata in quanto l’università non può fornire attraverso dei semplici studenti un servizio che, per legge, può garantire soltanto una figura appositamente formata come ad esempio l’oss (operatore socio-sanitario) o l’infermiere. Poi, il fatto che dei “semplici studenti” siano riusciti comunque a far fronte alle esigenze dei ragazzi, è un’ennesima prova di quanto le leggi ignorino le realtà che vanno a regolamentare. Ma questo è un altro, lungo, discorso che non ci interessa affrontare qui ed ora.

Quindi, alla luce di tutto questo, come hanno fatto i ragazzi disabili a partecipare alla vita universitaria fino adesso? Lo chiediamo a 3 di loro: Antonio, iscritto al secondo anno della laurea magistrale in psicologia clinica, e Giotto e Giulio, gemelli entrambi iscritti al primo anno della laurea triennale in scienze e tecniche psicologiche.

Antonio, come hai fatto a frequentare l’università nonostante la mancanza di assistenti “ufficiali”?

Io devo ringraziare la presenza degli amici perché grazie a loro ho potuto frequentare le lezioni, mangiare, dormire, insomma condurre la mia vita. Se sono riuscito anche ad uscire e svagarmi come tutti gli altri, devo ringraziare soltanto gli amici. Se non c’erano loro sarei stato costretto a rimanere fra queste quattro mura.

Cosa è cambiato rispetto agli anni passati?

C’è stata una regressione perché in questo periodo ho dovuto fare i conti senza l’assistenza, ho passato dei periodi in cui mi sentivo molto depresso per queste difficoltà, non mi riuscivo a concentrare sulle cose e c’era anche una grande rabbia che però non facevo uscire fuori del tutto, reprimendola. Però con l’aiuto degli amici ho capito come gestirla e alla fine sono riuscito a trovare un po’ più di pace, solamente grazie a loro e non alle istituzioni. In questo lasso di tempo ho visto la mia vita diventare molto rigida e meno libera.

Potremmo dire quindi che sostanzialmente le mancanze delle istituzioni che non ti hanno garantito l’assistenza non ti hanno dato quella tranquillità necessaria per poter pianificare la tua vita?

Si ho visto la mia vita diventare più rigida. Sentendomi più rigido non sentivo più quella libertà che voleva il mio vero sé.

Antonio, come hai vissuto la tua quotidianità, come vi siete organizzati insieme per affrontare le giornate?

Abbiamo cercato di razionalizzare il più possibile i tempi in modo che ognuno riuscisse a portare avanti i suoi impegni. Comunque loro non stanno col cronometro in mano. Per loro 24 ore sono come un’oretta.

Giotto e Giulio. Primo anno a Urbino, che ambiente avete trovato?

Come succede anche in altre realtà, devi avere un po’ l’arte di arrangiarti come puoi. Te la devi portare dietro tutto la vita perché le istituzioni ti passano il minimo indispensabile.

A proposito di istituzioni, come vi siete organizzati per rimanere ad Urbino, nonostante l’università non vi abbia ancora garantito l’assistenza?

Privatamente, stiamo pagando un ragazzo che ci fa l’assistenza 24 ore su 24.

Come avete organizzato la vostre giornate insieme?

Tramite l’aiuto di questa persona che fa un servizio 24 ore al giorno e con la collaborazione di qualcun altro, abbiamo organizzato le nostre giornate tra lezioni, studio ecc. se guardiamo quello che ci fornisce l’università, non potremmo neanche avvicinarci alla porta!

Antonio, cos’è per te l’autonomia?

L’autonomia secondo me sarebbe una semplice libertà di scegliersi come autogestirsi.

Giotto e Giulio, cos’è per voi l’autonomia?

L’autonomia per noi due è poter scegliere insieme a qualcun altro cosa fare. Siamo noi che scegliamo insieme consapevoli di avere un problema, non sono gli altri che scelgono per noi.

 

di Maurizio Lombardi

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