Domani nella battaglia pensa a me

di Luca Tincalla

Prima c’è stata una fumata nera. Poi una bianca. Ma il papa non è arrivato. Al suo posto, invece, all’orizzonte sono comparsi dei blindati; e il gas sparato dalle forze dell’ordine si è andato a mischiare con quello delle barricate date alle fiamme. Un’altra giornata di ordinaria follia, qui, a Gezi Park. Istanbul. Turchia.

Del resto se i “rivoltosi” avessero un po’ di cervello da quel dì che avrebbero lasciato i marosi della protesta per navigare in acque più calme. Ma chi glielo fa fare di rischiare, se non dico le penne, una manganellata in testa ogni volta che scendono in piazza? Che cos’è che muove la loro voglia di restare attaccati a quel fazzoletto di terra, chiamato Gezi Park, come radici al tronco di un albero? Da dove è che nasce questa forza di ribellione a un presidente del consiglio democraticamente eletto dal 49,9% dei cittadini?

Quante domande, eh. Se continuerete a leggermi, proverò a dare le mie risposte. Le mie poiché non ho nessuna intenzione di possedere la verità. A dirla tutta, poi, come analista sono negato; me l’ha detto mia moglie e devo ammettere che, per una volta, sono d’accordo con lei. Non c’ho preso. Pensavo di vivere se non in un paese democratico – nel senso del significante, non del significato – in un paese moderatamente illiberale. In un paese dove, sì, molti di quelli che non si allineavano andavano a spurgare nelle carceri; ma anche in un paese dove finalmente si era dato inizio a un processo di pace con il PKK. Mi sbagliavo. Era solo propaganda. È stata tutta una grande, immensa, mastodontica… cazzata.

O forse no? Forse sono io che, in mezzo ai fumi della protesta, ho perso la ragione. Perché in fondo l’economia della Turchia, in tempi recenti, è stata una bomba; e per due anni il suo PIL si è piazzato al secondo posto mondiale per incremento annuo dietro a Cina e India. Notevole, vero? Altro che la crisi del 2001 o i turchi che emigravano in Germania per erigere il muro di Berlino dopo la seconda guerra mondiale. Epperò: di chi è il denaro che gira in questo paese? Pochi, sinceramente, sembrano accorgersi che questi soldi non appartengono alla Turchia. Circolano è vero, ma non rimangono. Poiché è grazie a tutte le multinazionali straniere che qui, oggi, si vive nel paese del Bengodi. Quando le multinazionali scopriranno che anche in Kazakistan o Uzbekistan o in Tagikistan ci stanno (quasi) le stesse condizioni, la testa di ponte della Turchia salterà. E in Turchia rimarranno sempre le teste sì, ma solo quelle di…

L’economia muove il mondo, è vero. Ma dio dammi la tua leva che io leverò l’economia. Non si starebbe meglio? Senza questo stress da iperproduzione. Per un “frutto” che, in effetti, quasi mai riusciamo a consumare e spesso diventa una mela marcia. Effetti collaterali del capitalismo, per le avvertenze si consiglia di leggere il vecchio, ma sempre attuale, Capitale di Marx. Ok, provoco. Ma se non contassimo solo sull’economia le nostre forze, per me, staremmo decisamente meglio. La stirpe umana campa da un migliaio di anni, una ragione ci sarà. Mi raccomando non credete alle mie analisi, credete a mia moglie – o all’analista, che è uguale.

Ho sentito, addirittura, qualcuno dire che tutto questo è successo per ri-valutare il dollaro. Vergogna. Provocatore. Buu. Il dollaro e pure l’Euro, semmai. Ecco, così va bene. Del resto per l’entrata in Europa la casella era già stata riempita (da Sarkozy, Merkel e compagnia bella) con una x da tempo sul quadratino del NO. Andremo sempre più a Oriente, ci aspettano leader democratici come Putin, Ahmadinejad o Kim Jong-un. E non è detto che gli effetti collaterali della protesta non riavvicinino Assad a Erdogan; io me lo sento che un amore non può essere diviso e che presto torneranno pappa e ciccia. Trottolini amorosi. Lo sento, ma non chiamatemi analista. Se le cose dovessero peggiorare al posto di cantare “Bella Ciao” cominceremo a ballare “Gam Gam style”.

Chiamatemi testimone, se volete. Ma anche un po’ cacasotto. Non è che proprio io sia nato sotto il segno del Leone. Sono un Bilancia. Ma visto che in questi giorni non c’era giustizia, almeno così mi pare, mi è sembrato doveroso intervenire. Ho scritto doveroso. No: opportuno, necessario, giusto. Che pure vanno bene sì, ma non bastano. Perché chi vuole cambiare lo stato delle cose DEVE intervenire. Non basta lamentarsi solo per sport; e dire che tanto non cambierà mai niente. No. Bisogna esporsi. Scendere in piazza. Partecipare attivamente alla protesta. E anche informare, non solo chi dorme, sui social network. Bisogna avere le palle; o le ovaie se volete.

Informare, dicevamo. La protesta di Gezi Park deve la sua eco NON ai tradizionali media – che dormivano, e ancora non si sono svegliati dal dolce torpore primaverile – ma a quelli dei freelance e dei nerd. Noi. Tanto bistrattati blogger della domenica, chattatori incalliti su skype, applicatori di foto su FB, perfezionisti del cinguettio e per quanto mi riguarda… autore di carta strappato alle sue pagine. Il Governo si è scordato; no cancello. Il Governo ci ha fatto il piacere di lasciare internet acceso nei primi giorni e noi lo abbiamo ringraziato decuplicando i battiti sulla tastiera. Oggi la protesta passa sui social network: segnatevelo, magari. E spegnete la tv.

E ora, se mi riesce, vorrei smorzare i toni; che va tanto di moda sto low-profile. Sia chiaro: non è la prima volta che succede qualcosa del genere nel mondo. Una settimana fa, il 4 Giugno, era il 24° anniversario della strage di piazza Tienanmen; ve lo ricordate quel ragazzo – il “rivoltoso sconosciuto” – che armato solo di coraggio affronta passivamente l’avanzata dei carri armati? E tutte quelle persone che, ora, resistono in Siria e negli altri luoghi dimenticati dai mass media? Che non vanno più di moda? Eh già che la Turchia è la new-entry e bisogna seguirla, ma giusto fino a quando fa “notizia”, poi come tutte le altre resistenze cadrà nel dimenticatoio. E non faccio l’analista; io sono in analisi.

Diciamo che io non c’ero mai stato. Io non ero mai stato un testimone. Certo, qualche lustro fa, per marinare la scuola non mi ero mai perso una manifestazione del sabato. Appuntamento fisso alle nove in punto a Piazza della Repubblica, Roma. E alle undici eravamo già a giocare a calcetto a Villa Borghese al grido di “Lotta dura senza verdura”. E ora cos’è cambiato? La coscienza sociale. Io non sono un eroe, né uno 007 e neanche un inviato speciale. Sono solo uno qualsiasi, nel posto sbagliato al momento giusto. Il coraggio (poco) non me lo sono fatto venire, è venuto da sé.

Ma non dovevo rispondere a delle domande? Ecco le mie risposte. Uno. I “rivoltosi” scendono in piazza perché non possono far altro se vogliono contrapporsi all’occupazione (questa sì) delle ruspe e dei bulldozer che vogliono smantellare il parco per farne un centro commerciale. Due. Gezi Park è diventato uno dei simboli della protesta e l’abbattimento di un solo albero equivale alla perdita di una vita umana. E tre. Al tre non ce l’ho la risposta. Ho altre domande, invece. Di che cosa ha paura questo Governo democraticamente eletto? Dei suoi elettori? Di voi? O di me?

A Istanbul piove. E nelle strade la pioggia lava e scrosta il sangue versato dalla povera gente. Dai civili come dalle forze dell’ordine. Ce ne sono molti da entrambe le parti che la pensano allo stesso modo; che nelle case si abbracciano e nella piazza si affrontano. Come ciechi si toccano, ma non vedono di essere fratelli.

Vi lascio alle parole di Javier Marias:
“Domani nella battaglia pensa a me”.

Non a me, ma a tutti noi.

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