Dopati per lavoro

Un bel reportage a firma di Angelo Mastrandrea su Il Manifesto di oggi e che si intitola “I dopati della terra” parla delle condizioni di lavoro (citando un dossier pubblicato dalla onlus In Migrazione) dei sikh indiani nelle campagne dell’Agro Pontino.

 

Le condizioni sono a dir poco agghiaccianti, come succede a Rosarno, il lavoro è massacrante in più viene reso noto l’utilizzo delle droghe per una maggiore produttività (non è una cosa nuova) come riportato nella testimonianza del reportage: “io lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno a rac­co­gliere zuc­chine e coco­meri o con il trat­tore a pian­tare altri ortaggi. Tutti i giorni, anche la dome­nica. Non credo sia giu­sto: la fatica è troppa e i soldi pochi. Per­ché gli ita­liani non lavo­rano allo stesso modo? Dopo un po’ ho male alla schiena, alle mani, al collo, anche agli occhi per via della terra, del sudore, delle sostanze chi­mi­che. Ho sem­pre la tosse. Il padrone è bravo ma paga poco e vuole che lavori sem­pre, anche la dome­nica. Dopo sei o sette anni di vita così, non ce la fac­cio più. Per que­sto assumo una pic­cola sostanza per non sen­tire dolore, una o due volte durante le pause dal lavoro. La prendo per non sen­tire la fatica, altri­menti per me sarebbe impos­si­bile lavo­rare così tanto in cam­pa­gna. Capi­sci? Troppo lavoro, troppo dolore alle mani”.

Cose impensabili per un lavoratore italiano: da sottolineare che proprio nel settore agricolo la presenza dei migranti è considerevole secondo le statistiche ufficiali ma che risulterebbero ancora più numerose data la quantità di persone che lavora in nero o che non è neanche provvista di un permesso di soggiorno (per approfondire questo aspetto vi consigliamo la lettura del libro dei Clash City Workers, Dove sono i nostri).

 

“Nelle comu­nità sikh di Bel­la­far­nia e di Borgo Her­mada di tutto ciò si parla poco. I sikh, spe­cie se irre­go­lari, rara­mente denun­ciano i soprusi di cui sono vit­time. Se subi­scono una rapina fanno buon viso a cat­tivo gioco. Lo stesso accade quando il padrone non dà loro il dovuto o tarda nei paga­menti. Le dro­ghe sono proi­bite dalla loro reli­gione, chi ne fa uso è restio a par­larne e quando si decide a farlo non rie­sce a repri­mere il senso di colpa: «Noi siamo sfrut­tati e non pos­siamo dire al padrone ora basta, per­ché lui ci manda via. Allora alcuni di noi pagano per avere una sostanza che non fa sen­tire dolore a brac­cia, gambe e schiena. Il padrone dice lavora ancora, lavora, lavora, forza, forza, ma dopo 14 ore nei campi com’è pos­si­bile lavo­rare ancora? Per la rac­colta delle zuc­chine lavo­riamo pie­gati tutto il giorno. La sostanza ci aiuta a vivere e lavo­rare meglio. Ma non tutti lo fanno: solo pochi indiani la usano. Ma a loro serve per arri­vare a fine mese e por­tare a casa i soldi per la fami­glia», dice K. Singh. Quello delle dro­ghe sta diven­tando un vero e pro­prio pro­blema sociale, in una comu­nità coesa, orga­niz­zata, «ope­rosa e silen­ziosa», come la defi­ni­sce Omiz­zolo, che mi accom­pa­gna in un tour per i campi e i paesi di que­sto pezzo d’India ita­liana. Per defi­nirlo, ha coniato un neo­lo­gi­smo: «Punjitalia»”.

 

 

Leggi qui il reportage completo.

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