Dove sfoceranno i fiumi in piena?

Mentre a Varsavia i delegati convenuti alla diciannovesima Conferenza delle Parti (COP19) della
United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) si ritrovano tallonati da
centinaia di antenne captanti ogni minimo insperato cenno di cambiamento sostanziale nelle trattative intergovernative sulla giustizia climatica(qui un interessante progetto promosso dalla Global Call for Climate Action), l’auditorium all’interno dell’ex edificio INPDAP di Via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, occupato a più riprese da Action, movimento per il diritto all’abitare, ospitava il 13 Novembre la conferenza “Fermare il Biocidio. Giustizia ambientale nel mondo: Difesa della Salute e Tutela delle Comunità”. Organizzato dall’associazione A Sud nel quadro del progetto EJOLT, l’evento si è articolato in sei appassionati interventi di personalità accademiche, scientifiche, forensi e militanti provenienti da Spagna, Argentina, Nigeria, India, Ecuador e Campania, che da più angolature hanno descritto e denunciato sistematiche pratiche di razzismo ambientale perpetrate e sottaciute da soggetti mediatici, economici e istituzionali in vari scenari di crisi ecologica del pianeta. A moderare Marica di Pierri, la quale sottolinea in apertura l’importanza del progressivo slittamento da un ambientalismo conservazionista spoliticizzato a un ambientalismo sociale che renda giustizia a quelle comunità che abitano territori ecologicamente disastrati.  A felicitarsi per il fatto che “Stop biocidio!” sia oggi tra i lemmi unificanti dei movimenti di resistenza ambientale in Italia è stata, innanzitutto, Vandana
Shiva, secondo la quale sarebbero state fin troppe le definizioni apposte ai fenomeni di biocidio, correndo il
rischio di frammentare il movimento globale di giustizia ambientale. Si fa, ad esempio, un gran parlare
di cambiamento climatico, eppure quando diecimila persone nelle Filippine e ventimila nella regione
indiana dell’Himalaya muoiono per le conseguenze di disastri climatici, come possiamo negare che
cambiamento climatico sia ormai sinonimo di biocidio? Sfogliando sull’aereo il Time Magazine, la
Shiva raccontava di essersi imbattuta in un breve articolo sul suo conto, in cui il redattore si chiedesse
come potesse essere contraria a pesticidi e OGM quando sono questi a sfamare il mondo. Ricordava,
poi, amaramente che proprio in India nel 1984 si verificò il disastro di Bhopal. Difficile, a suo dire,
amare i pesticidi quando si assiste alla morte immediata di tremila persone e di altre trentamila negli
anni successivi; il 2 dicembre 2012, recatasi a Bhopal per l’anniversario della catastrofe, aveva notato
una sala piena di bambini malformati. Accenna, inoltre, a un treno che attraversa la regione del Punjab, denominata “la terra della rivoluzione verde” (la stessa ricetta promossa oggi in Africa attraverso l’Alleanza per la Rivoluzione Verde), tristemente noto come il “treno del cancro” per l’uso massiccio di pesticidi nei campi solcati dai binari. Non potendo elencare gli innumerevoli aspetti negativi di semi e colture transgeniche, la biologa rievocava la tragica vicenda dei duecentottanta mila contadini indiani
che, strozzati dall’indebitamento per il regime di brevetti su semi irriproducibili, si sono suicidati, in
particolare nelle aree di produzione di un cotone geneticamente modificato. Le grandi testate della
stampa scientifica che invitano all’utilizzo degli OGM non sono altro, secondo la Shiva, che ingranaggi
della macchina di propaganda di un’industria assassina. Le api, le farfalle e tutte le specie sterminate in
questa guerra contro la vita rimandano inequivocabilmente agli OGM. Il biocidio, quindi, rappresenta
un crimine tanto contro la terra, quanto contro l’umanità; i movimenti sociali, pertanto, devono avere il
coraggio di puntare il dito contro i colpevoli impuniti.

Questo sistema biocida, conclude la biologa, ci pone dinnanzi ad una scelta estremamente chiara: o noi criminalizziamo loro, oppure loro continueranno a criminalizzare noi. Una questione che si preannuncia più che urgente per gli stessi cittadini europei: nel maggio scorso, infatti, è stata proposta dalla Commissione una bozza di regolamento su produzione e accesso al mercato dei semi (definiti nell’atto plant reproductive material), al momento sottoposta alla procedura di codecisione tra Consiglio dell’Unione Europa e Parlamento Europeo, che criminalizza tutti i guardiani di semi locali solitamente usati in fattorie, orti domestici e giardini, rendendone obbligatoria la registrazione (qui qui i siti della campagna che si oppone a questo processo normativo).

Joan Martinez Alier, professore di ecologia politica presso l’Università Autonoma di Barcellona, prendeva, in seguito, la parola commemorando la morte di due icone del movimento globale di giustizia ambientale: Chico Mendez, ucciso nel dicembre del 1988 nell’Amazzonia brasiliana per la sua resistenza contro la deforestazione e Ken Saro-Wiwa, assassinato nel 1995 in Nigeria dalla dittatura militare di Sani Abacha insieme ad altri compagni Ogoni, con la complicità delle multinazionali petrolifere. Sono centinaia di migliaia di ecologisti popolari uccisi da allora nel mondo, per molti dei quali, rimasti anonimi, non c’è mai stata giustizia. Tra i casi più recenti, quelli di Bety Cariño in Messico e Mariano Abarca in Chiapas, freddati su ordine di una compagnia mineraria canadese. Esistono, tuttavia, anche storie dall’epilogo positivo. Il 13 Febbaio scorso, ad esempio, un tribunale piemontese ha condannato a sedici anni di carcere l’affarista svizzero Stephan Schmidheiny, il re del
greenwashing” erede di una dinastia imprenditoriale operante dal secondo dopoguerra nel settore
dell’amianto. Il 12 Novembre, inoltre, la Corte Suprema dell’Ecuador ha finalmente ratificato la
sentenza contro l’impresa Chevron, tenacemente difesa dal giudice newyorchese Kaplan. Non mancano,
insomma, importanti vittorie tanto per i gruppi ecologisti di resistenza indigena, quanto per il
movimento globale di giustizia ambientale. Nato ancor prima del World Social Forum di Puerto Alegre
del 2001 e delle proteste di Seattle del 1999, questa galassia in fermento si contraddistingue per
l’assenza di qualsiasi politburo centrale, affondando le radici nel concetto di debito ecologico partorito
dai trattati alternativi che furono elaborati in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite su
Ambiente e Sviluppo (UNCED) tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992.

Nel corso degli anni ’90, sono proliferati i testi sull’argomento, fra i quali Silenced Rivers: The Ecology and Politics of Large Dams di Patrick McCully e Pulping the South: Industrial Tree Plantations in the World Paper Economy di Ricardo Carrere, pubblicati entrambi nel 1996. Ciononostante, appare sorprendente che in prestigiose università quali La Sapienza, Harvard e Oxford siano ancora assenti dipartimenti di ecologia politica, la disciplina che si occupa di conflitti ambientali. Sui duemila casi di documentati e raccolti nella mappa di cui il professor Alier sta curando la compilazione, sarebbero trecento i successi, quanto meno provvisori, di questo promettente “ecologismo della liberazione”.

Il termine giustizia ambientale, dal canto suo, è nato negli anni ’80 in seno alle mobilitazioni per i diritti
civili negli Stati Uniti, in opposizione ai frequenti casi di razzismo ambientale: lo scarico, cioè di
sostanze altamente nocive laddove risiedono persone indigenti. Per troppo tempo, tuttavia, soprattutto a
livello istituzionale, l’ecologismo è stato confuso con il mero conservazionismo della natura. In
America Latina, ad esempio, governi come quello di Correa hanno sempre invocato l’uscita dalla
“lunga notte neoliberista”, ma senza che si delinei ancora un’alba ecosocialista. Abbondano, inoltre, i
discorsi su un ecologismo da gringos con la pancia piena. A tal proposito, in un articolo scritto di
recente per il giornale messicano La Jornada ha intitolato provocatoriamente “Ecologismo dalla pancia
piena… di piombo”, Alier non ha esitato a smascherare l’ipocrisia di una retorica che insabbia le
innumerabili uccisioni causate da repressione militare e sicari prezzolati.
Tra i partecipanti al Biocidio Tour del 9 e 10 Novembre tra Lazio e CampaniaGodwin Ojo, direttore
esecutivo dell’ONG nigeriana Environmental Rights Action (ERA), ammetteva il proprio stupore per il
livello aberrante di devastazione per roghi, discariche e inceneritori nelle località attraversate. Dopo
tutto, aggiungeva, proprio dall’Italia nel 1988 erano giunte navi cariche di rifiuti tossici nel porto
nigeriano di Coco. In Lazio e Campania, quindi, proprio come nel delta del Niger, si è in lotta contro le
manifestazioni di uno stesso sistema di avidità a beneficio di pochi. Tutti i conflitti politici, economici e
religiosi che affliggono il sud e il nord della Nigeria sono riconducibili al controllo delle risorse
petrolifere. Anche diversi fattori esterni, soprattutto l’aumento della domanda di greggio in Occidente,
hanno contribuito all’approfondirsi delle tensioni nel paese. Una consapevolezza, comunque, maturata
faticosamente. Ci sono voluti, infatti, cinquant’anni perché gli attori della società civile nigeriana puntassero apertamente il dito contro Shell ed Eni.

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) solo nel 2011 ha dichiarato il delta del Niger zona di disastro ecologico, sebbene l’ERA fosse già da tempo ricorsa al sostantivo ecocidio. Interrogandosi sulla capacità del tradizionale movimento di giustizia ambientale di rendere effettivamente giustizia e compensare i crimini subiti, Ojo non nascondeva un certo scetticismo. Anzi, a suo dire si limiterebbe a reagire a contaminazioni, espropriazioni e ingiustizie senza formulare alcuna strategia di prevenzione. Sulla base di queste considerazioni è, quindi, emerso un nuovo movimento di giustizia ambientale che, seguendo l’esempio
di Ken Saro-Wiwa, invita le comunità a organizzarsi, mobilitarsi e resistere contro imprese intenzionate
a lucrare su fonti di energia insanguinate quali il carbone, i biocarburanti e le sabbie bituminose. Onore,
dunque, al popolo Ogoni che vent’anni or sono riuscì ad espellere la Shell dal proprio territorio, arrecandole una perdita di introiti pari al 26%, e che ancora oggi lascia custodito il petrolio nel sottosuolo.

Paese che vai, subaltern che trovi. Egidio Giordano, storico militante dei comitati anti-discarica
partenopei, ci traghettava, quindi, lungo i canali della devastazione ambientale in Campania. Le
condizioni ideali perché si giungesse alla situazione attuale si diedero negli anni ’80, in seguito al
terremoto in Irpinia, quando ebbe inizio uno spietato meccanismo di shock economy: la ricostruzione.
Protagonista di questa corsa all’oro fu il capitalismo armato campano, banalmente definito camorra, in
un duplice processo di legalizzazione dell’impresa mafiosa da un lato e produzione di classi dirigenti
dall’altro, attraverso l’infiltrazione, il clientelismo, lo scambio di voti (soprattutto nei consigli comunali
che determinavano i piani regolatori), la corruzione delle forze dell’ordine. Erano gli anni della
sconfitta di Cutolo e dell’annullamento del tentativo di costruire una camorra anti-Stato, idea forte dei
cutoliani; fu spianata, così, la strada per la costruzione di una camorra-Stato. Agli occhi del capitalismo
internazionale questo soggetto economico dominante nella regione divenne tanto affidabile da riuscire
a ottenere un ruolo sia nello sviluppo economico nazionale degli anni ’90, accelerato dalla caduta dei
muri a est, dall’apertura dei mercati e dal nuovo boom del nord-est, sia negli assetti istituzionali della
Seconda Repubblica, generando i vari Cosentino, ovvero politici espressione del potere criminale. In
questo febbrile balletto, la Campania si è vista assegnare il ruolo dello smaltimento dei rifiuti, in quanto
luogo d’ammortizzamento dei costi di produzione. Tutto ciò è all’origine del traffico di rifiuti Nord-Sud,
successivo per altro alle difficoltà incontrate nel traffico internazionale: un traffico interno sarebbe stato
di gran lunga più gestibile. Sacrificata, quindi, la Campania, le pretese di questo sistema di potere si
spinsero oltre, ambendo a costruire un regolare ciclo industriale di smaltimento. Si arrivò, così, alla
gestione commissariale delle crisi dei rifiuti, innescando lo stesso meccanismo emergenziale applicato durante il terremoto.

Questi apparati avevano, effettivamente, tutte le carte in regola per poter assumere un ruolo determinante, in un do ut des costante con la politica e le istituzioni. Al momento dell’approvazione dei piani speciali di smaltimento, un ciclo straordinario di lotte è esploso in tutta la regione, soprattutto dall’inizio del millennio. Erano gli anni del movimento no-global, delle pratiche di sperimentazione, del pensare globale ed agire locale. Da quando si avviarono i lavori per la costruzione dell’inceneritore di Acerra nel 2004, in virtù di un accordo tra il capitalismo locale e le grandi lobby capitanate dalla multinazionale Impregilo, le ribellioni e i presidi permanenti si sono moltiplicati, dando vita ad occupazioni in cui si discuteva di temi complessi quali la negazione di democrazia in territori sacrificati dall’alto senza alcuna possibilità di interazione. In quei presidi, tuttavia, sono stati prodotti anche saperi e proposte alternativi a quei piani criminali. Ovunque le autorità posizionassero i siti, le indagini condotte dai cittadini rivelavano sistematicamente che quei terreni erano già stati inquinati. Ed è lì che si è cominciata a manifestare la connessione tra il ciclo legale e illegale di rifiuti:
nelle medesime terre era stato prima inquinato sulla pelle dei residenti, per poi costruire impianti
altrettanto contaminanti.
Ebbene, proseguiva Egidio, questa enorme produzione popolare di saperi ha scatenato un numero
altissimo di cortei, manifestazioni, assemblee; la forza espressa dal movimento campano, nonostante il
vergognoso e offensivo boicottaggio mediatico, è incommensurabile. Il confronto costante tra le
comunità ha portato al rifiuto del fenomeno NIMBY [Not In My Backyard: espressione usata per
descrivere quei movimenti di protesta che non oppongono una critica al sistema sotteso a un problema
sofferto, ma ne invocano semplicemente il trasferimento altrove, ndr]. Questo processo di convergenza
si è aperto, quindi, al confronto con i medici di base, con le comunità afroamericane che si erano già
battute decenni prima contro le discariche, finché è emerso chiaro ed evidente il nesso causa-effetto tra
rifiuti e malattie. A ridosso della discarica di Contrada Pisani, ad esempio, nel quartiere di Pianura a
Napoli, c’è stato un aumento di tumori spaventoso dal momento che il sito si trovava su suolo
vulcanico: i rifiuti, non di rado l’amianto, finivano nelle fumarole. E’ stato scoperto, inoltre, che il
governo degli Stati Uniti aveva già effettuato una mappatura dei suoli campani in seguito allo scandalo
dell’uranio impoverito, quando Washington temé che i propri militari potessero sporgere causa per la
percentuale relativamente più alta di ammalati di tumore tra Napoli e Caserta rispetto ad altre zone di
dispiegamento in Italia. Una dura critica nei confronti dell’accademia sorse, a quel punto, spontanea.
Anche l’università, infatti, ebbe un ruolo, nello specifico quello di assorbire i soldi delle consulenze e
approvare i vari piani scellerati che si sono susseguiti, negando al tempo stesso una verità storica che la
popolazione resistente ha ricostruito lotta per lotta, “terreno polveroso per terreno polveroso”, sui
campi di provincia e di periferia dove era prevista la costruzione di inceneritori e discariche.

In Campania, insomma, si è assistito da un lato al connubio tra politica, imprenditoria e camorra, dall’altro
a una magistratura sempre pronta a reprimere i cittadini che si battevano contro la devastazione  ambientale, garantendo l’impunità a chi inquinava. La controparte, comunque, era già stata ben individuata: non erano i gangster a fronteggiare i cittadini che si opponevano a discariche e siti di smaltimento, erano né più né meno l’esercito italiano, le leggi speciali, il governo: una controparte, quindi, ben riconoscibile, che ha lasciato segni sulla pelle, manganellato, incarcerato. Il termine “biocidio”, frutto di questi vasti saperi dal basso, non solo racchiude un percorso di ricostruzione storica, una critica al modello di sviluppo, ma vuole anche significare lo sterminio di forme di vita collettive sia in termini biologici che sociali. Ciò avviene quando un modello di sviluppo riesce a introiettare la slow violence, la violenza lenta che fa ammalare, uccide con discrezione, rovina l’esistenza di una comunità dopo averne stravolte le componenti. Il movimento campano ha, quindi, rilanciato con un corpo di proposte [imperniate su ritiro del vigente piano regionale rifiuti, sulla strategia rifiuti zero e su bonifiche sottoposte al controllo popolare, ndr], che ha poi costituito la piattaforma della straordinaria manifestazione del 16 Novembre a Napoli, quando il Fiume in Piena è esondato per le strade.

Il biocidio, in buona sostanza, o esiste e si evidenziano le responsabilità della scienza e dello Stato, o lo si nega e se ne è automaticamente complice. La generazione dei ventenni non può avere per questo scempio alcuna colpa, neanche di distrazione o negligenza, perché non era ancora nata quando tutto ebbe inizio. Ieri come oggi in Campania, concludeva Egidio riprendendo un detto post-risorgimentale, “o si è briganti, o si è emigranti”. Chi resta ha il sacrosanto dovere di opporsi al biocidio e, fortunatamente, l’intelligenza collettiva sembra muoversi esattamente in questa direzione.

Ironizzando sull’operato dei colleghi che sono soliti eseguire ordinanze di sfratto in posti occupati, il
procuratore argentino Gustavo Gomez ricordava il lungo lavoro di difesa prestato a comunità indigene
che coltivano su terreni demaniali per auto-sussistenza. Ammetteva, inoltre, d’aver assistito in Lazio e
Campania al precipitato di gravissimi crimini ambientali, per ciascuno dei quali dovrebbero esistere
migliaia di azioni legali, purtroppo carenti. Raccontava, poi, di un suggestivo incontro con Papa
Francesco I, durante il quale, conversando su vari temi ambientali, il pontefice, brillante a suo dire per
pragmatismo, gli avrebbe detto: “Un’immagine vale più di mille encicliche”, per farsi poi fotografare
con indosso due magliette: una con lo slogan “No al fracking” e l’altra con la frase “L’acqua vale più
dell’oro”. Potenti messaggi completamente ignorati dalla stampa pubblica italiana.
Sottolineando la centralità delle norme sui crimini ambientali, Gomez ne rammentava, innanzitutto, il
carattere di crimini di pericolo, non di risultato. Non occorre, cioè, aspettare che la terra sia inquinata
perché si configuri un simile delitto. Se così non fosse e si aspettasse la morte di qualcuno prima di
intervenire, ci troveremmo dinnanzi a una legge perversa. La persona giuridica che commette il delitto
ricerca ovviamente un profitto, un beneficio economico personale, e può farlo in due modi:
intenzionalmente, con dolo, o per negligenza. Non possono essere assolutamente risparmiato quei
funzionari pubblici irresponsabili che coprono o favoriscono l’inquinamento. I procuratori ambientali
perseguono, quindi, entrambi. Ulteriore elemento importante è il fatto che per legge non è l’impiegato
amministrativo responsabile della rendicontazione ad essere citato in giudizio, bensì il presidente del
comitato direttivo della compagnia che lucra dall’attività contaminante, come suggerisce in dottrina
giuridica la teoria del dominio del fatto: chi domina ed ha il potere di impedire la contaminazione è il
vertice dell’impresa. In Argentina, per l’appunto, quando si avviano casi del genere non si interpellano
quadri intermedi, si mira piuttosto ai membri del consiglio d’amministrazione. In Italia, invece, troppo
spesso sono state personalità secondarie, di rango inferiore nella piramide aziendale, a subire processi.
Altro aspetto cruciale del crimine ambientale consiste nel fatto che il cittadino comune, la vittima che
denuncia, non deve pagare alcunché per esibire la prova, essendo le spese a carico dello Stato, a
differenza di qualsiasi altro caso civile. E’ molto complesso procedere con casi di crimini ambientali
perché quasi sempre l’artefice del disastro è una persona influente e famosa. Nessuna causa ambientale,
tuttavia, può avere successo senza una società militante, senza attivisti che vadano a bussare giorno e
notte alla porta del giudice, non tanto del suo ufficio, quanto di casa sua. Il procuratore ribadiva, infine,
la sua profonda fiducia nell’azione penale quale unico strumento efficace per proteggere l’ambiente.
Bisogna, quindi, riempire i tribunali con montagne di denunce affinché possa crearsi e irrobustirsi una
giurisprudenza al proposito.

L’intensa giornata del 13 Novembre si concludeva con un accorato appello di Ivonne Yanez, esponente
dell’ONG ecuadoriana Acciòn Ecologica, rivolto alle comunità migranti in Italia affinché firmino la
petizione per l’istituzione di una consulta popolare che blocchi l’estrazione di petrolio nel Parco
Nazionale Yasunì in Ecuador. Chiunque fosse interessato può contattare l’associazione A Sud.

di Alessandro Paolo

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