Due più due uguale cinque, no?

Lo scorso mese dei meteoriti si sono abbattuti sulla terra. L’accadimento, sublime in termini estetici, è stato ben presto tradotto in tristi numeri: centinaia di feriti e milioni i danni. Pensando alla Russia degli ultimi anni, alla commedia grottesca e surreale che i politici stanno scrivendo dalla Duma, la tentazione di fantasticare sull’evento e interpretarlo come un segno di dissenso ultraterreno è forte. Scorrendo i video della pioggia di meteoriti su youtube una serie di passaggi ci riporta al cinema: “Melancholia” di Lars Von Trier ed ad un altro degli ultimi anni novanta “Il pianeta verde” di Coline Serreau.

Una sfera cala sulla terra. Serreau, regista e attrice, si catapulta dal pianeta verde a Parigi. Un balzo nei secoli bui. L’occhio esterno dell’alieno (ad essere precisi la protagonista non è un’aliena , ma meticcia, perché metà aliena e metà terrestre, ciò rende ulteriormente decentrata la sua posizione) ci svela il non-sense della vita urbana, il capovolgimento dei valori, la nostra perdita di coscienza. Lo sguardo ingenuo ed esterno ai fatti, permette alla regista una ironica analisi sociale. La terra vista da un altro pianeta è il mondo osservato da un altro punto di vista. Vedere ciò che è senza senso al di fuori della nostra cultura e dal nostro tempo storico, si sa, è più facile e può aiutarci. Il processo di immedesimazione dello spettatore cela l’operazione di decentramento: il risultato è un totale senso di estraniamento dalla realtà moderna. L’occhio esterno dell’alieno e/o del meteorite antropomorfo sveglia l’uomo dagli automatismi del vivere sociale. L’uomo alienato di fronte all’alieno diviene consapevole.

Il pianeta verde è una metafora sulla decrescita. Gli alieni qui hanno sembianze umane, vivono 200 anni, sono vegetariani; gran parte del loro tempo giocano, fortificano il corpo e la telepatia. Sono più vicini ad una tribù “primitiva”(si noti l’uso delle virgolette, un clic in più sulla tastiera e il senso peggiorativo della parola svanisce o almeno così sembra) che ad una società ipertecnologica, dagli scenari cyberpunk. Il futuro, ci suggerisce la regista, è nel più remoto dei passati, è in ciò che l’uomo ha negato di sé e dell’ambiente circostante. La figura del dottore che non sa far partorire, ma opera cesari con tagli e incisioni, ci riporta al distacco metodico e razionale dell’uomo da un certo discorso di umanità e l’introduzione del discorso dell’uomo che nasce da “taglia e incolla”. Così Serreau costruisce un discorso poetico e politico sulle gerarchie e lo sfruttamento. Il discorso politico è ridotto ai minimi termini, ridicolizzato attraverso un gioco di svelamento. La parola merda è ripetuta fino a perdere i confini semantici e assumere la funzione pragmatica di porre al centro del discorso del potere la semplice sopraffazione dell’uomo sull’uomo attraverso la fantasiosa costruzione di dicotomie più o meno nuove. Parigi viene decostruita da quell’idea romantica che le ha dato il cinema e il turismo di massa per divenire un’Atene dell’archeologia capitalista: un deserto di cemento, fiumi di automobili, aria, acqua, cibi contaminati e i bambini come unica fonte di “ricarica”. Serreau fa abbattere Melancholia su Parigi, decostruendo l’immaginario della capitale culturale europea (così è decantata nel discorso ufficiale) in una città senza senso e senza cultura. Melancholia è tutto questo.

L’oppressione della modernità e la perdita di senso sono un tema importante del cinema contemporaneo (vedi L’età barbarica di Denis Arcand).

Immaginiamo un “medioevo contemporaneo” e torniamo indietro, alla Russia. Tre ragazze pregano la madonna che diventi femminista:vengono incarcerate. E intanto che l’unico bosco di ginepri del paese scompare, una nuova legge condanna l’amore (quello tra virgolette).

di Angelo Ciniglio

 

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