E ora?

Il NO del governo serbo alla proposta di accordo con l’auto-governo kosovaro mediata da Bruxelles è stato letto, in modo pressoché unanime, dalla stampa occidentale, alternativamente come “un’occasione persa” da parte delle autorità serbe e “un pesante ostacolo” lungo la strada che dovrebbe (dovrà) portare la Serbia ad entrare ufficialmente nell’Unione Europea.

La dichiarazione resa, subito dopo il consiglio dei ministri straordinario che ha ufficializzato la posizione serba, dal mediatore di Bruxelles, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, è esemplare in tal senso: da una parte esprime “rammarico” per il mancato conseguimento dell’accordo, dall’altra mostra “fiducia” intorno alla praticabilità di un nuovo sforzo “last minute”, essendo “su tavolo” tutti gli elementi per un accordo complessivo.

Al di là delle formule retoriche della propaganda diplomatica, sulle quali pure converrebbe soffermarsi, ciò che si legge tra le righe, ma che la grancassa mediatica inevitabilmente omette, è la vera sostanza di questa vicenda, vale a dire: il clamoroso fallimento dell’Unione Europea, sia nelle sue capacità diplomatiche e negoziali, sia nella sua stessa prospettiva di allargamento e di integrazione.

 

È bene, a tal proposito, ricordare che questa debacle diplomatica non è figlia del caso né costituisce un parto improvviso: si è trattato infatti di sei mesi di negoziato e di mediazione a Bruxelles, di decine e decine di ore di confronti, sia trilaterali sia bilaterali, tra le “delegazioni negozianti” delle due parti, e di ben otto round negoziali, l’ultimo dei quali durato qualcosa come dodici ore. In cui non sono mancate le pressioni e i condizionamenti; durante i quali l’ufficio dell’alto rappresentante non è riuscito a contenere le improvvide esternazioni (soprattutto della diplomazia tedesca e di quella britannica) volte a fare pressioni sulla Serbia per indurla a un accordo paventando l’inibizione del processo istituzionale per l’ingresso nell’Unione Europea; nel corso dei quali, persino l’esercizio del tavolo negoziale, il cosiddetto “soft power”, che dovrebbe essere il profilo saliente di questa Europa, è stato applicato in maniera incerta e sballata, dando costantemente l’impressione di un gioco di sponda verso la contro-parte albanese e di un vero e proprio tentativo di triangolazione nei confronti di Washington, storico e reale “sponsor” politico dell’auto-governo kosovaro.

Questa Europa è apparsa incerta e debole; incapace di scaldare cuori e suscitare emozioni, se non contrastanti e divisive, basti solo vedere le manifestazioni anti-europee, non solo a Mitrovica ma anche a Belgrado, che hanno scandito i diversi passaggi del tavolo negoziale; inadeguata nel suo ruolo di mediazione e nella sua visione di prospettiva, al punto che, più che Belgrado e Pristina del loro passato di guerra e di separazione, è sembrata Bruxelles più di altri prigioniera del proprio condizionamento atlantico e del proprio storico pregiudizio anti-serbo (o, forse, più semplicemente, della propria invincibile incapacità di abitare e interpretare lo spaccato balcanico e lo scenario complessivo dell’Europa sud-orientale). Al punto che, al termine dell’ottavo e (per ora) ultimo round negoziale, ha rimandato le delegazioni negozianti nelle rispettive “capitali”, Belgrado e Pristina, concedendo loro 72 ore di tempo per formulare una risposta (in sostanza una sorta di prendere o lasciare), su una opzione di accordo puramente “di massima”, inarticolata nella sua estensione, nemmeno messa per iscritto.

E ora?

A questo punto, più che del destino di Belgrado e Pristina (la situazione kosovara e, soprattutto, nord-kosovara, e lo stato delle relazioni rimangono congelati al punto di partenza, a meno di minacciose ed improvvide prove di forza da parte di Pristina), sarebbe il caso di occuparsi del destino dell’Europa, persino dei suoi fondamentali, a partire dalla sua capacità di garantire la tenuta del tanto declamato “stato di diritto” e il rispetto dei fondamentali “diritti umani”.

Non a caso, nelle dichiarazioni successive alla chiusura di questo round diplomatico, entrambe le “capitali”, pur con accenti ed intenzioni molto diversi, hanno insistito proprio su questi principi: Pristina rimarcando il “diritto” di estendere la funzionalità dell’auto-governo kosovaro anche nelle province (K. Mitrovica, Zvecan, Leposavic, Zubin Potok) ancora sostanzialmente sottratte alla propria “sovranità”; Belgrado denunciando che senza una reale autonomia politica e amministrativa (soprattutto nelle questioni della giustizia, della polizia e della educazione), la sicurezza stessa dei serbo-kosovari sarebbe in serio pericolo.

Non poche, anche in tempi più recenti, le aggressioni e le intimidazioni di estremisti albanesi-kosovari ai danni dei serbi del Kosovo. E i cittadini e i municipi serbi del Nord Kosovo hanno salutato con entusiasmo il NO del Governo serbo alla bozza di accordo dell’Unione Europea.

di Gianmarco Pisa (IPRI – Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, Rete CCP – Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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