Egitto, la violenza della polizia sui minori: tra la paura della rivoluzione e le strumentalizzazioni

Cosa sia rimasto di quella grossa etichetta, a volte non coerente con le differenze dei singoli Paesi, “Primavera Araba”, è scrutabile nella rabbia e nei desideri disattesi dell’Egitto. Impossibile azzardare previsioni sulle strategie che saranno adottate per ridefinire il nuovo concetto di democrazia e come sarà modificata la Costituzione dopo il ritorno dei militari al Governo, con la destituzione del presidente eletto Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani.

Nell’anno post elezioni la Fratellanza ha cercato di consolidare un certo tipo di potere, cadendo nel tranello del consenso, mettendo a freno la libertà d’espressione e facendo trovare ancora nella piazza lo strumento di dissenso più efficace. È arrivata così la campagna “Tamarod – Rebel”, nata per raccogliere le firme utili alla destituzione del presidente Morsi, eletto nel giugno 2012, ma che poi ha gettato il Paese nella instabilità e in scenari forse spiazzanti per le stesse opposizioni alla Fratellanza: sfera decisionale  nuovamente ai vertici dell’esercito. Dal luglio del 2013 l’ex presidente Mohammed Morsi è in arresto assieme ad altri vertici dei Fratelli Musulmani (in attesa di processo). Il controllo è stato affidato al generale Abdel Fattah Saeed Hussein Khalil el-Sisi e coloro che vengono repressi (nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri ed i rischi di contaminazioni di guerra civile) sono dunque diventati i sostenitori della Fratellanza.

cNonostante tutti i dubbi che si porta ancora dietro, la rivoluzione, che in questi giorni sembra ancora più lontana, è stata però anche una boccata d’ossigeno per le questioni irrisolte o per quelle inaccessibili, perché oscure ed intrappolate nelle ragnatele del potere. Una di queste è la violenza della polizia sui bambini di strada: gli arresti a tappeto, le torture a far da cornice ed i processi sommari di cui sono vittime . Fenomeno già presente nel Paese, ma che a seguito del 25 gennaio 2011 (data legata alla rivoluzione) si è intensificato sui minori che hanno partecipato alle manifestazioni. La sospinta democratica contro questo triste fenomeno, giunta forse con maggior efficacia con la caduta del regime di Hosni Mubarak, ha permesso a vari comitati, che si occupano di diritti umani, ma anche ai liberi cittadini e alle famiglie delle vittime, di provare ad investigare.

Le vittime sono per lo più bambini di strada, facili prede per chi vuole sfogare una rabbia malvagia e repressa  contro chi non ha possibilità di difendersi, in tutti i sensi, ma soprattutto legalmente. L’associazione egiziana Popular Campaign For Protection Of Children ha raccolto i numeri di questi casi, provando a rispolverare una memoria storica delle violenze.vi

Se il bersaglio iniziale erano i minori che vivono per strada o comunque quelli incapaci di utilizzare mezzi di denuncia propri, successivamente tale atteggiamento violento è divenuto un’arma per sradicare dai giovanissimi egiziani, pronti a scendere in piazza, il sentimento di rivoluzione e di dissenso. Altra chiave di lettura, emersa in discussioni affrontate con chi inizia a relazionarsi con l’annosa questione, è che la polizia, macchiandosi di un crimine del genere, abbia  voluto alimentare il malcontento nella società egiziana post rivoluzione, facendo rimpiangere il passato regime, visto il legame dei vertici polizieschi con esso, creando così nell’opinione pubblica il binomio violenza e Fratelli Musulmani al potere. Secondo questa tesi, la polizia avrebbe così amplificato i focolai di protesta nella  già esausta popolazione egiziana, attraversata da una devastante crisi economica e dai desideri tramutatisi in incertezze.

Al Cairo, agli angoli delle uscite di una delle tante fermate della lunga linea metro, noto dei gruppi di bambini che si dormono addosso, con spicchi infuocati di sole che li tormentano e in posizioni lontane da ogni concetto di comodità. Sono loro le principali vittime, così ingiustamente bambini, a passar la notte con la stanchezza come unica certezza, mantenendo atteggiamenti incredibilmente fanciulleschi, nonostante la necessaria corazza da adulti.

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