Essere donna in Palestina

Andrea Leoni

A Nabi Saleh erano molte le donne che sono scese per le strade nelle manifestazioni del venerdì: sono nelle prime posizioni dei Comitati Popolari. A Kufr Qaddum, invece, dicono che le donne sorveglino sopra i tetti i movimenti dei soldati, sta di fatto che non se ne vedono molte in giro. Ma qual è effettivamente la situazione della donna in Cisgiordania, qualche volta repressa da due occupazioni: quella israeliana e quella di una società maschilista?

Di esempi di donne attive e in prima linea ce ne sono molti, i più famosi sono quelli delle ragazze che hanno combattuto nella prima e nella seconda Intifada. Una delle più celebri è Leila Khaled che appare anche in vari giganteschi murales: nell’agosto del 1969 insieme a Salim Issaoui dirottò il Boeing 707 della statunitense TWA che viaggiava tra Los Angeles e Tel Aviv. I due salirono a bordo a Roma, durante uno dei due scali, e fecero cambiare rotta verso Damasco (sorvolando il loro luogo natìo Haifa), fecero esplodere l’aereo dopo che furono evacuate le 116 persone a bordo.

Per approfondire l’argomento, abbiamo parlato con Khitam Saafin dell’Union of Palestinian Women Committees di Ramallah, e con Rabiha Diab, il ministro per gli affari femminili della Cisgiordania.

Khitam Saafin tiene a precisare che la prima occupazione sotto cui il popolo stia vivendo è ovviamente quella israeliana: “non ci permettono di muoverci liberamente, ci stanno rubando le nostre terre, dobbiamo convivere con i continui raid nelle nostre città e nei nostri villaggi nella completa impunità: costruiscono outpost e poi villaggi di coloni che sono liberi di lanciarci le pietre. Per dire, anche la nostra bandiera è illegale. Come possiamo vivere in questa occupazione? Detto ciò, non nascondo che dopo questa occupazione le donne in Palestina molte volte ne vivono un’altra di occupazione ed è quella nata da una società che è ancora troppo maschilista in alcune zone dove l’integralismo ha maggior consenso. Certo, Ramallah è una città normale, dove le donne sono libere di fare quello che vogliono, ma magari andando in alcuni villaggi la donna è relegata ai cosiddetti “affari di casa”, a produrre figli, pulire e cucinare. Ma con tutto ciò non voglio spostare il problema, la prima occupazione che non rende libero qualsiasi cittadino sia esso uomo, donna o bambino è l’occupazione israeliana. Abbiamo l’International Law e lì possiamo vedere: chi è che sta violando i diritti degli altri? Loro non le conoscono le norme internazionali evidentemente. Ci sono dei precisi doveri che lo stato occupante deve rispettare ma Israele si è dimenticato di tutto ciò”.

Così, la quotidianità della vita delle donne palestinesi è doppiamente repressa dagli infami metodi dell’occupazione: “se parliamo di educazione, per esempio, come può una donna, costretta alle umiliazioni, passare quotidianamente e serenamente un check point per recarsi a scuola o dover non uscire perché obiettivo sensibile anche per gli attacchi dei coloni? Succede così che molti, come ad Hebron, per l’incolumità delle proprie figlie non le fanno andare a scuola. Ad Hebron, caso non unico, siccome una donna è libera dal momento in cui è sposata e quindi i matrimoni vengono fatti ad un’età quasi adolescenziale. Se parliamo di salute, è ovvio che una donna che debba partorire e che per recarsi all’ospedale deve passare per un check point o per un posto di blocco: è umiliante e difficile. Non parliamo peraltro di quello che è successo a Gaza negli ultimi attacchi da parte di Israele. Il ruolo della donna qui in Palestina è una questione di prioritaria importanza, nessuno può immaginare a quale pressione psicologica sono poste le donne: sono loro che devono mandare avanti una famiglia quando l’uomo solitamente è in prigione o quando i figli sono prelevati in casa dall’esercito. Vi sembra una situazione semplice per una madre vedere che i propri figli vengano torturati davanti ai propri occhi, bendati e con un fucile puntato in testa?”

Certo è che in tutto questo, nonostante un popolo che comunque sia sta migliorando gli standard di vita anche per le donne, tante volte non aiuta la visione chiusa di parte della società palestinese: “sarebbe miope non vedere che la donna molte volte non è al primo posto della società, ma neanche al secondo, tante volte, al terzo. E questo accade perché per vari motivi la società palestinese è ancora, anche se le donne a Ramallah sono molto libere, molto maschilista”. Questo è quanto ha spiegato Khitam Saafin dell’Union of Palestinian Women Committees, ovvero un gruppo radicato in tutti i territori della Cisgiordania, ma anche nella Striscia di Gaza, che si batte per garantire una posizione di affermazione delle donne nella società palestinese.

Rabiha Diab nel suo ufficio mi accoglie con una piccola bandierina palestinese sul petto, lei è la ministra per gli Affari Femminili dell’Autorità Nazionale Palestinese che governa la parte della Cisgiordania. Differentemente, però, dalle istituzioni che qui hanno molto il sapore di tenere sotto scacco il popolo, si intravede nel suo volto vissuto lo sguardo di chi ancora non ha smesso la lotta. La sua vita travagliata ne è un esempio: viveva in un piccolo villaggio vicino Ramallah e da quando era piccola ha partecipato a qualsiasi dimostrazione contro l’occupazione. “Per noi era la prima volta che dovevamo far fronte all’occupazione e quindi alle armi degli israeliani e ai loro metodi violenti. Per me e per noi non c’era alcuna differenza tra uomini e donne, dovevamo partecipare attivamente tutti, perché a tutti era stata violata un’identità. Tutti erano in lotta contro questa occupazione”. Così, a dodici anni e mezzo, l’hanno arrestata per la prima volta: un anno e mezzo senza potersi muovere di casa e fu solo il primo di una serie di arresti e di privazioni a cui fece fronte: fu torturata ed arrestata e in più fu privata della possibilità di studiare, come racconta.

Parlando del ruolo della donna anche il ministro tiene a sottolineare il doppio atto di resistenza della donna palestinese: da una parte la resistenza all’occupazione israeliana come ogni cittadino palestinese di qualsiasi sesso, età, ruolo sociale; dall’altra parte la resistenza all’occupazione che significa dover portare avanti una famiglia, che significa anche convivere con la morte di un caro, di un fratello, di un marito o di un figlio. “Le donne sono sempre in mezzo alla lotta: si sono impegnate nei partiti, nei movimenti, nelle semplici manifestazioni. Ricoprono gli stessi ruoli fianco a fianco con gli uomini per far sì che la lotta sia ancora più partecipata veramente da tutti quanti” e questo anche attraverso soltanto la memoria, la cultura dei palestinesi: “questa è una reale forma di resistenza”.

Le donne qui sono emancipate, sostiene il ministro, e basta vedere l’elenco di donne che occupano posti chiave anche all’interno della società palestinese “e ciò grazie anche al lavoro di Yasser Arafat e dell’Autorità Nazionale Palestinese”. Le donne sono a capo di vari ministeri, sono le segretarie di partito, sono le dottoresse, sono giudici o avvocatesse di spicco e anche maestre.

 

Qui un bel documentario sulle donne palestinesi

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