FLP Magazine #1: Rompere il muro dell’occupazione

Il campo profughi palestinesi di Aida: la resistenza all’apartheid e ad altre barriere…

I palestinesi lo chiamano jidār al-faṣl al-ʿunṣūrī ovvero «muro di separazione razziale», molti israeliani invece גדר הביטחון «barriera di sicurezza». Sostanzialmente è un muro di cemento che si estende lungo il territorio palestinese in Cisgiordania per circa 700 km, costruito dopo la seconda intifada, per la retorica sionista serve a “proteggere lo stato di Israele dagli attacchi kamikaze dei palestinesi”, mentre per i palestinesi, per qualsiasi persona di buonsenso, è uno dei molti esempi di come lo stato occupante, raggirando ogni convenzione internazionale, attui una politica razzista e colonialista: un muro dell’apharteid, come non ha esitato a definirlo anche Roger Waters in un’intervista apparsa il 18 settembre scorso sul giornale israeliano Yedioth Ahronoth.

È proprio all’interno di uno di questi muri che sono scoppiati violenti scontri che continuano da giorni: il campo profughi di Aida Camp, due chilometri a nord di Betlemme. Uno dei tanti campi in cui molti palestinesi si sono ammassati nel 1950 credendo fosse una sistemazione provvisoria dopo essere stati cacciati dalle proprie case. L’escalation degli scontri è stata registrata il 18 marzo quando un pezzo del muro è stato fatto crollare e la torre dalla quale i soldati israeliani sorvegliano è andata in fuoco (anche se non era la prima volta).

L’evento ha avuto un forte valore simbolico, spiega a First Line Press Bilal che lavora all’interno del campo di Aida: «I giovani si sono organizzati molto bene per buttare giù il muro. Si sono preparati per fare un grande buco nel muro affinché i giornalisti puntassero i riflettori non solo per il 30 di marzo [giornata della Terra palestinese, ndr], non hanno esitato ed hanno organizzato quest’azione per far sì che si potesse mandare un messaggio al mondo: che si dicesse che in Palestina ogni giorno si soffre l’occupazione e non solo il 30 di marzo o il giorno della Nakba, anche perché qui ci sono ancora profughi di 65 anni che aspettano di ritornare a casa».
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