FLP Magazine #1:Quando lo Stato è un muro per i referendum: Quarto, il commissariamento e l’acqua pubblica

Ci sono posti che vivono in funzione di un evento, positivo o negativo che sia, portandosi dietro costantemente la sigla di un’annata.

Il terremoto del 1980 è la base della storia recente di Quarto, Comune alle porte di Napoli, in quella che è l’area flegrea, perché il lato vulcanico della Campania. Prima che l’essenza tellurica di questo territorio tuonasse col disastro sismico dell’80, questo posto era noto per la distesa di campi coltivati ed il lavoro incessante dei contadini. Poi il cemento, la migrazione dei terremotati dei grandi centri in quest’area, la costruzione di interi quartieri residenziali, agricoltori non più a seminare, ma a vendere i propri terreni ed una nuova generazione che si è proliferata: in pratica la nuova Quarto parte dalla generazione degli anni 80-90, rendendo il Comune uno dei posti abitati, in proporzione al territorio, da più giovani in Europa.

Leggendo le passate righe a molti sarà sorta l’equazione: terremoto/ricostruzione/cemento/affari di camorra. Quarto non è venuta meno a tale catena, basti pensare che qui operava un cementificio gestito dal clan camorristico dei Nuvoletta. Una ragnatela d’interessi collusi che ha portato a sciogliere, per ben due volte, l’amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose. Ad oggi è ancora così. Ci sono i commissari prefettizi a reggere il Comune. Un presidio della legalità di Stato, che, nella matassa da sbrigliare, composta da appalti, vecchi interessi e bramosità, si è scontrato con diverse coscienze civili della città. Si tratta della gestione del territorio, unita all’ondata di compartecipazione del referendum del giugno 2011. Per intenderci ed appellandolo genericamente, quello in merito, tra i tanti servizi pubblici, alla gestione dell’acqua. Tanti i meccanismi ed i cavilli che non hanno permesso la realizzazione del reale desiderio di 25 935 372 di italiani. Sarebbe interessante un’analisi sulla fase di scrittura dei punti referendari, che, essendo stati redatti per un sistema abrogativo, hanno lasciato aperture a piccoli spiragli dentro i quali poi crepe istituzionali ed effettive inefficienze gestionali hanno fatto insinuare un sistema di concessioni (molto simile al passato), che ancora ha poco a che vedere con l’acqua come una cosa prettamente pubblica. In pratica il referendum ha negato la possibilità di trarre l’adeguata remunerazione del capitale investito dal servizio idrico integrato, ma nella sostanza ciò ancora non ha voluto significare zero profitto.

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