FLP Magazine #2: Piero Manzoni. Ritratto di un rivoluzionario dell’arte

Un’intervista a Flaminio Gualdoni per conoscere meglio una mostra dedicata a Piero Manzoni e per esplorare i tratti di una vita da artista

 

Walter Sickert è balzato agli onori della cronaca grazie ad un libro di Patricia Cornwell, che identifica in lui l’omicida più famoso di sempre: Jack lo Squartatore. Il mito che si fonde con la vita, verrebbe da dire. Già, perché nella vita fu uno dei rappresentanti di spicco dell’Impressionismo inglese e proprio agli inizi del XX secolo, diceva: “L’importanza che dobbiamo attribuire ai risultati di un artista o ad un gruppo di artisti può essere misurata dalla risposta a questa domanda: hanno realizzato cose tali che sarà impossibile d’ora in poi, per quelli che li seguiranno, comportarsi come se essi non fossero mai esistiti?”

La domanda vale oggi più che mai e di certo, dopo aver visto la grande retrospettiva su Piero Manzoni a Palazzo Reale di Milano, la risposta sembra ovvia.

Piero Manzoni ha vissuto una vita intensa, ma breve. Nato il 13 luglio del 1933 a Soncino, nel cremonese, muore dopo soli 30 anni di infarto, nel suo studio a Milano, in quella Milano dove ha sempre vissuto e operato, per le strade di Brera, dove il tempo sfuggiva di mano senza essere mai perso, tra una lezione in accademia e un bicchiere di vino con gli amici al Bar Jamaica, lo storico ritrovo di intellettuali e artisti. Per lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte del secondo dopoguerra ha avuto a disposizione solo sei anni, un tempo incredibilmente ridotto per qualsiasi altro artista e invece per lui no. Pochi anni sono bastati a mettere in discussione e a sovvertire completamente il ruolo dell’artista, con il relativo significato dell’opera d’arte. Il suo carattere deciso e intraprendente lo porta a compiere continui viaggi in Europa, alla ricerca di quei protagonisti delle neoavanguardie con i quali avrebbe instaurato grandi sodalizi: dal Gruppo Zero al Gruppo Nul, fino a Yves Klein, legato dallo stesso modo di intendere un’opera: “Un documento dell’avvenimento di un fatto artistico” secondo Manzoni e “le ceneri dell’arte” secondo Klein. Così Manzoni continua: “La tela deve essere carne viva, versione diretta, scottante e inalterata della più intima dinamica dell’artista” e ancora “Un quadro vale solo in quanto è essere totale”. Viene da sé comprendere come la sua opera più irritante, scandalosa e popolare, “La merda d’artista”, cugina diretta della “Fontana/Orinatoio” di Duchamp, sia in realtà non una provocazione, come banalmente la si è più volte definita, ma presenza pura e senza sublimazioni dell’artista. È una parte di esso, una sua reliquia, è carne viva e dunque pagata a peso d’oro, come le opere successive “Fiato d’artista”, “Uova sculture” e anche le fiale mai realizzate del suo sangue. Ciò che apre una distanza concettuale tra lui e gli artisti del suo tempo è il completo disinteresse a farsi portatore di un’ideologia culturale, come gli informali, gli astrattisti, i neodada, i pop. Lui rifugge da questo, non utilizza materiali extra pittorici come metafora del presente o per abolire dei codici stabiliti, ma come una ricerca dello “stupore immacolato dei sensi”, che scaturisce da un semplice oggetto tra gli oggetti: il quadro o la scultura.

Il crescente interesse del pubblico e della critica per l’artista si era già attestato nel 2004, con la pubblicazione del Catalogo Generale, ma è solo nella mostra a Palazzo Reale curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo – anche curatrice della Fondazione Piero Manzoni – inaugurata il 26 marzo e aperta fino al 2 giugno, che possiamo conoscere e capire l’intero percorso dell’artista. Sono 130 le opere esposte, accompagnate da foto, lettere e filmati inediti, dagli esordi delle “Opere nucleari”, sotto l’influenza di Enrico Baj e Lucio Fontana, ai primi “Achromes” del 1957. Quadri senza colore, senza titolo, perché non esprimono nulla, se non la propria candida presenza di tela e gesso, di feltro, di piume, di ghiaia di pane; quadri di “una materia allucinante, porzione di un gran vuoto bianco”, per dirla con le parole del poeta Antonio Porta. Continuando la visita si arriva alla serie delle “Linee”, prodotte tra il 1959 e il 1961, in cui l’artista traccia su fogli di carta linee di diverse lunghezze, che poi arrotola e sigilla in cilindri di cartone etichettato. Si arriva ai “Corpi d’aria”, alle “Basi magiche”, che trasforma in sculture viventi” chi vi sale sopra e dunque meritevoli di essere firmati dal Manzoni stesso, fino al “Socle du Monde”, dove poggia il mondo intero. In quest’opera dalla forma così semplice risiede la sua genialità: l’inaccessibile, l’invisibile, diventa visibile grazie ad un atto di fiducia dello spettatore. Credere cioè che tutto è possibile, anche sostenere il mondo intero su un piedistallo, perché è l’artista stesso a dirlo: “Non ci si stacca dalla terra correndo o saltando; occorrono le ali; le modificazioni non bastano, la trasformazione deve essere reale”.

Flaminio Gualdoni ci racconta il “suo” Manzoni, quello vero.

L’articolo continua su First Line Press Magazine a questo link (pag. 43-45)

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