FLP Magazine #3: Lavorare per resistere

Quando il lavoro diventa uno strumento per affermare la propria identità sociale, politica e nazionale. La storia di un insegnante della propria lingua: il basco.

Al giorno d’oggi, spesso e volentieri, lavoro è sinonimo di sfruttamento, alienazione, mancanza di garanzie e di diritti, oppure in alternativa, di spasmodico inseguimento della sola sussistenza, ma alle condizioni appena elencate.

Fortunatamente, non tutto il mondo è paese e ci sono ancora delle eccezioni. Come ad esempio quella di Carlos, un uomo sulla quarantina dai tratti somatici straordinariamente somiglianti a quelli di Lenin. Scambiandoci quattro chiacchiere, oltre all’aspetto fisico, mi accorgo ben presto che anche nelle idee politiche e sociali è simile al rivoluzionario russo. Carlos è un basco di Donostìa, nome basco di San Sebastian e come ogni basco che si rispetti è dotato di una determinazione e di una tenacia fuori dal comune. Ho avuto la fortuna di conoscerlo tramite amici comuni durante il mio primo viaggio in Euskal Herrìa. È stato il primo basco con cui mi sono rapportato direttamente e mi ha fatto capire la tempra del suo popolo, che, sebbene inizialmente “ruvido”, una volta fatta breccia nel loro cuore, sarai sempre uno di famiglia. Le sue grandi passioni sono la politica, la Real Sociedad (la squadra di calcio locale) e l’indipendenza del suo popolo.

euskadi1E’ proprio in nome di quest’ultimo che si sviluppa la sua attività lavorativa: Carlos insegna la lingua basca, l’euskera, agli adulti presso l’Istituto AEK (Alfabetatze Euskalduntze Koordinakundea); una scuola popolare che “si occupa della normalizzazione dell’euskera” come ama ripetere Carlos, perché il mantenimento in vita di quest’idioma è una delle principali battaglie condotte dal popolo basco per affermare la propria diversità, la propria autodeterminazione e la propria ostinazione a lottare fino alla fine per la loro causa; proprio come quegli scogli su cui si infrangono le onde dell’oceano nella Baia di San Sebastian, che resistono a millenni di corrosione. Nello stesso modo il popolo basco ha resistito nel corso degli anni alla messa al bando dell’euskera da parte del regime franchista, durato ininterrottamente almeno fino alla metà degli anni’60. Popolo che resiste alle ondate di violenza e repressione che ciclicamente si abbattono sulle organizzazioni indipendentiste e sulla popolazione in generale, così come riesce a resistere e a protrarre il suo spirito indomito resistendo a tutte le tendenze della globalizzazione.

 

Da quanti anni insegni Euskera?

 

<<Sono già 20 anni che insegno agli adulti. La mia organizzazione, AEK – Insegnamento di Euskera agli adulti – è attiva circa da 40 anni, sotto diverse forme>>.

 

Cosa significa, per te, insegnare Euskera?

 

<<Per me è un atto d’amore verso la mia lingua, il mio paese, Euskal Herria, e verso la mia famiglia. I miei nonni conoscevano l’Euskera ma non lo parlavano con i figli, quindi andò perdendosi negli anni. Mio fratello e io lo abbiamo imparato e reintrodotto in famiglia. È una cosa della quale andiamo molto fieri. D’altra parte questo è un impegno serio nei confronti del mio Paese, che ti dà anche la possibilità di aprirti al mondo, di vivere un’altra realtà: la nostra.

 

Pensi che il lavoro che stai svolgendo sia più importante per la conservazione di una memoria storica, del passato, o come impulso verso il futuro?

 

<<Come dicevo prima, la lingua per me ha un legame forte con il passato, con la mia famiglia, con l’ambito sentimentale. Però l’Euskera è una lingua viva, che è andata modernizzandosi e che oggi guarda al futuro. D’altro canto, non possiamo costruire una nazione senza il suo tratto distintivo, identitario, che è la lingua basca. Gli stessi baschi si riferiscono a se stessi come euskaldunak, che letteralmente significa “coloro che possiedono l’Euskera” e quando parlano della loro terra la chiamano Euskal Herria, “il paese dell’Euskera”. Tutto gira attorno alla lingua, la ultima pre-indoeuropea che resta in Europa, la più antica>>.

Credi che fare un lavoro nel quale credi e che ti piace, ti conferisca un privilegio, considerando la situazione che viviamo oggi, con un costante aumento della disoccupazione?

 

<<Ovviamente sono un privilegiato. Sono molto orgoglioso e considero il mio come un “lavoro militante” anche se la paga è davvero bassa>>.

 

Quante persone partecipano ai corsi? C’è ancora molta gente che parla Euskera? Anche i giovani mantengono viva la tradizione?

 

<<Per darti un’idea concreta, con cifre reali, dovrei avere sottomano i dati. Sono già tanti anni che lavoriamo per recuperare la lingua. Oggi, il 35 per cento della popolazione conosce la lingua. Quelli che poi la usano sono meno. Uno dei nostri obiettivi è proprio questo: chi conosce la lingua, inizi ad utilizzarla. In ogni caso, il cammino verso una situazione normalizzata è ancora lungo. C’è stato un genocidio culturale e ancora oggi Spagna e Francia si oppongono all’uso dell’Euskera. Dobbiamo continuare nella nostra lotta>>.

 

Qual è la relazione che hanno o che hanno avuto istituti simili con le istituzioni locali e nazionali? Il governo di Madrid ha mai creato problemi?

 

<<Come dicevo, continua a ostacolarci>>.

 

Come vedi la situazione attuale nel Paese Basco? Quali credi che siano le prospettive per il futuro?

 

<<Personalmente, come indipendentista della sinistra rivoluzionaria, vedo che la società basca non crede in un futuro all’interno della Spagna. Per questo motivo vuole ottenere il suo diritto a decidere. È un principio democratico: l’autodeterminazione. Abbiamo imboccato la strada giusta e sono ottimista>>.

 

In un mondo nel quale si vogliono abbattere le barriere tra gli Stati e creare organismi sovranazionali, quale può essere il motivo della lotta per l’affermazione e la indipendenza di Euskal Herria?

 

<<Non vogliamo l’Europa del capitale. Vogliamo una Europa della gente e dei lavoratori. Il capitale vuole tenere tutto sotto controllo e sottomettere i cittadini. Vogliamo avere una nostra dimensione come popolazione e non sottometterci al capitale e alle multinazionali>>.

 

Facci un saluto in Euskera per i nostri lettori:

 

<<Besarkada iraultzaile bat. Gora herriak! (Un abbraccio rivoluzionario. W Il popolo!)>>

 

 

 

Bookmark the permalink.