FLP Magazine #3: Il panino indigesto

Le lotte dei lavoratori Mc Donald’s dagli Stati Uniti al resto del mondo. E la vertenza è globale.

Non succede solo da Mc Donald’s. Succede da Walmart, succede nei magazzini di Amazon, succede un po’ in tutta la retail industry, il settore che oggi negli Stati Uniti d’America offre il maggior numero di posti di lavoro: negli anni ’70 c’era la General Motor, oggi ci sono i grandi magazzini.

Cosa succede? Lo sfruttamento dei lavoratori e la spinta al ribasso dei loro diritti e del loro costo, allo scopo di mettere sul mercato un prodotto di scarsissima qualità, ma dal prezzo incredibilmente basso. Un cane che si morde la coda, dato che quel prodotto è destinato proprio a quelle classi che hanno a disposizione salari limitati. Classi il cui diritto alla salute è negato, sia nel momento in cui lavorano sia in quello in cui consumano.

Sul piano del lavoro infatti in questi settori il part time è la forma contrattuale dominante, e a ciò si aggiungono turni variabili, la cui comunicazione avviene all’ultimo momento, pause lavoro praticamente assenti a fronte di un ritmo produttivo da fabbrica dickensiana. E poi il sistematico sabotaggio di qualsiasi forma di organizzazione sindacale, realizzato con licenziamenti, ma anche con trasferimenti da uno store all’altro, con l’assegnazione di turni disumani, con il ricorso alla spionaggio del dissenso tramite crumiri, con il ricatto degli immigrati illegali.

Sul piano del consumo invece le merci prodotte sono sofisticate e “adulterate”. Walmart può permettersi prezzi competitivi non solo per i bassi costi del fattore lavoro, ma anche perché le merci provengono molto spesso dalla Cina e la qualità è bassissima, così come lo è la sicurezza del prodotto. Si tratta di un meccanismo ormai diffusissimo e globalmente capillare: con le grandi catene di distribuzione che vanno a sostituire la piccola distribuzione dei negozi, la piccola borghesia  scompare e le differenze di classe aumentano.

Un’ampia fetta di popolazione, che comprende i lavoratori della retail industry (ma non si limita a quelli), sopravvive con stipendi al di sotto del livello di povertà e per farlo compra merci scadenti che rendono la qualità della vita  molto bassa.

Sebbene questa tendenza vada radicalizzandosi, non si tratta di certo di una novità della nostra epoca. Karl Marx aveva già parlato di questo fenomeno ne Il Capitale, non limitandosi a descrivere la spaccatura dell’umanità nelle due classi degli oppressi e degli oppressori, ma descrivendo anche le conseguenze di questo fenomeno sulle merci prodotte, sempre più adulterate:

Il valore della forza-lavoro include il valore delle merci necessarie per la riproduzione del lavoratore e per la perpetuazione della classe operaia. Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora dove è possibile nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore vien dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita del lavoratore, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società. (…) Al lamento per il rattrappimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del sopralavoro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (profitto)?

E Marx prosegue descrivendo alcuni casi di adulterazione studiati da Chevallier, un chimico francese a lui contemporaneo, quali quella dello zucchero, del sale, del latte, del pane, dell’acquavite, del vino, della cioccolata e della farina. Chissà quante ne conterebbe oggi Chevallier nei panini di Mc Donald’s, nelle patatine e nel pollo fritto. Cibo prodotto all’interno di una catena di montaggio globale, che schiaccia verso il basso il costo di produzione: alcune “spie” interne alle aziende sostengono che un singolo panino con hamburger costa a Mc Donald’s circa 42 centesimi. Tuttavia non è questa la sede per un approfondimento di tipo igienico-sanitario sul re dei fast food, basterà accontentarsi del costo del prodotto per farsi un’idea della qualità dello stesso. E d’altronde bisogna riconoscere che il cliente del Mc Donald’s è generalmente consapevole di ingerire un cibo non sano: ciò che lo ha convinto nella sua scelta d’acquisto sono piuttosto il prezzo basso e il sapore. Peccato che la fragranza della carne non sia tanto opera di pascoli montani, quanto dell’inserimento di “profumi” e aromi artificiali prodotti da un’apposita sezione ricerca dell’azienda, sempre all’avanguardia in questo ramo. Così come all’avanguardia è la sezione marketing, che studia il packaging del prodotto e l’arredamento degli store: i contenitori “aderenti” per i panini mirano a farli sembrare più grandi, quelli piccoli delle patatine a farle strabordare e dare un senso di “urgenza” al consumo. Il concept Mc Donald’s è indubbiamente ben studiato e ripreso da molte altre catene di fast food. E la conseguenza è che oggi la parte della popolazione più povera dei paesi occidentali è quella che soffre di obesità, di malattie cardiovascolari, di diabete.

DSC00965Ed è la stessa parte che sopravvive grazie al “debito al consumo”, ossia all’utilizzo di prestiti contratti allo scopo di sostenere le spese di vita quotidiane, non sempre affrontabili con il solo stipendio.

Eppur qualcosa si muove tra i lavoratori di queste grandi catene. Cosa più importante sembra si sia giunti alla consapevolezza che una lotta dei lavoratori contro un’azienda multinazionale, non può che avvenire attraverso una serie di proteste globali convergenti. Le prime sono partite negli Stati Uniti, a New York nell’estate 2012. Qui c’è stato un walk out, ossia una interruzione del servizio concordata tra i lavoratori, che hanno abbandonato il posto di lavoro e sono scesi nelle strade in presidio. A novembre nuove proteste e poi l’anno successivo nasce la campagna Fight for fifteen che focalizza la protesta non solo sul generico miglioramento delle condizioni di lavoro, ma anche sull’aumento della retribuzione: negli Stati Uniti la paga di un “McJob” si aggira intorno agli 8 $ l’ora, e la protesta vorrebbe portarla a 15. Potrebbe sembrare fin troppo ambiziosa la richiesta del quasi raddoppio del costo della forza lavoro, ma bisogna ricordare che negli Stati Uniti il welfare è più ridotto rispetto all’Europa, in particolare la sanità non è pubblica, e sebbene oggi la riforma realizzata da Barack Obama obblighi i datori di lavoro a pagarla ai propri impiegati full time, questo ha solo generato la proliferazione di contratti part time. Negli Usa la paga minima federale è di 7,25$ l’ora, mentre secondo il Bureau of Labour Statistics quella media è di 12,71. Quindi gli impiegati dei fast food sono tra le categorie di lavoratori peggio retribuite.

Ma non è così dappertutto. Il movimento Fight For Fifteen parla ad esempio di come la situazione in Australia sia ben diversa. Nella terra dei canguri gli impiegati dei fast food ricevono in media 17,98$ australiani all’ora, che corrispondono a 16,38 $ americani. Inoltre hanno malattie e ferie pagate, nonché la sanità pubblica. Forse non è un caso che l’Australia sia il Paese occidentale che ha avvertito in maniera minore la crisi, ma comunque non è l’unico che riesca ad offrire condizioni di lavoro migliori di quelle statunitensi.

Per quel che riguarda il lavoro nei fast food si potrebbero delineare tre diversi standard nel mondo: al primo posto per la qualità ci sono Paesi come la Danimarca, la Norvegia, la Svezia e la stessa Australia nelle quali i lavoratori sono organizzati attraverso grandi “Unions”, ossia strutture sindacali. Le paghe arrivano ai 20 $ all’ora e le condizioni di lavoro sono abbastanza buone. Recentemente anche in questi Paesi si sono tenute proteste contro il colosso delle patatine, ma sono state indette per solidarietà verso i lavoratori di altre parti del mondo. A seguire vengono gli altri Paesi europei e dell’America Latina più ricchi, dove le condizioni di lavoro peggiorano e persiste un alto livello di turn over dei lavoratori, nonostante per molti quello al Mc Donald’s non rappresenti più un impiego di passaggio. Infine ci sono i Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Gli Stati Uniti rientrano nella seconda categoria, ma a quanto pare ad un livello basso della stessa, dato che lo stipendio degli impiegati deve essere in grado di pagare l’assicurazione sanitaria. Inoltre la massiccia presenza nella filiera di immigrati, spesso clandestini, rende i lavoratori ulteriormente ricattabili dalle compagnie.

La protesta sviluppatasi negli Stati Uniti si è propagata nel resto del mondo, producendo iniziative in più di 100 città. La mobilitazione è stata preceduta dall’incontro internazionale 1st Iuf International Fast Food Workers Meeting tenutosi il 5 e il 6 maggio a New York, e organizzato dallo IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associationism) ossia il sindacato mondiale della filiera alimentare. In questa occasione varie delegazioni internazionali hanno avuto l’opportunità di confrontarsi e decidere delle linee comuni per la protesta. Il primo appuntamento fissato è stato per il 15 maggio scorso: in questa occasione si sono tenute mobilitazioni, presidi, proteste e cortei in circa 100 città in tutto il mondo. 33 paesi tra cui Pakistan, Marocco, Brasile, Nigeria, Sudafrica, Belgio, Giappone, India, Indonesia, Irlanda, Argentina, Thailandia, Malawi e Corea del Sud.

Anche in Italia ci sono state proteste: a Roma, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Bologna e altre ancora. Nel nostro Paese la paga oraria per il livello più diffuso della catena, il quarto, è di 7,6 € l’ora, e nonostante sia più bassa di quella statunitense, al netto dei servizi sociali pubblici, è comunque migliore. Tuttavia questa categoria di lavoratori si trova ad affrontare in questo periodo il problema del venir meno del CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) Turismo, comunicato da Fipe, la Federazione nazionale delle aziende dei pubblici esercizi di cui fa parte anche McDonald’s. Inizialmente il recesso sembrava previsto per l’1 maggio 2014, ma poi è stato rimandato al 31 dicembre 2014. Se le aziende del settore dei pubblici esercizi non saranno più vincolate a tale modello, si aprirà la possibilità di una nuova contrattazione al ribasso dei diritti dei lavoratori, se non della creazione di una sorta di regolamento aziendale a cui attenersi.

USA | Proteste a Delaware del 23 Maggio 2014 (da Flickr tcd123usa)

USA | Proteste a Delaware del 23 Maggio 2014 (da Flickr tcd123usa)

Inoltre nel corso del 2014 in Campania si sono tenute alcune vertenze legate alle specifiche problematiche dei punti Mc Donald’s locali ed in particolare in opposizione all’italiana  Napoli Futura. Questa azienda è partner al 50% di Mc Donald’s Italia nella gestione di 9 ristoranti campani: due ad Afragola, due a Pompei, due a Napoli, uno a Casoria, uno a Salerno e uno a Nocera. In teoria la partnership permetterebbe a Mc Donald’s Italia di lavarsi le mani riguardo la gestione del personale, così come delle proteste che questa genera, scaricate totalmente su Napoli Futura. In questo caso le contestazioni nel napoletano sono partite a seguito dell’annullamento unilaterale da parte dell’azienda degli accordi sottoscritti precedentemente col sindacato UILTuCS. Senza tale tutela sarebbero diventati più semplici i trasferimenti dei lavoratori da un ristorante all’altro. Dal momento che in questo territorio la maggior parte degli impiegati Mc Donald’s sono  donne con figli e non più studenti, il trasferimento molto spesso si traduce nelle automatiche dimissioni del lavoratore ed è quindi un potenziale strumento di ricatto, se non un modo per ridurre il personale senza addossarsene il licenziamento. Sono gli stessi lavoratori a sospettarlo: in questo modo si possono eliminare in maniera “pulita” gli impiegati con maggiori scatti di livello ed anzianità di servizio, per sostituirli con giovani meno pretenziosi e dal contratto breve, permettendo così un notevole risparmio nei costi della forza lavoro. A questa prospettiva parte del personale è però insorta: il 7 febbraio passato per tre giorni c’è stato lo sciopero dei lavoratori della Napoli Futura a cui ne sono seguiti altri due il 23 e il 30 marzo. L’assenza di una parte del personale ha messo in crisi l’azienda, che nel corso delle giornate di protesta è stata costretta a chiudere il Mc Drive ed ha suscitato solidarietà tra molti clienti. Alla fine il quarto sciopero programmato per l’1 aprile è stato annullato: l’azienda Napoli Futura ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative insieme ai sindacati e all’Assessorato al Lavoro della Regione Campania. Mc Donald’s invece era assente e invisibile come solo una multinazionale esperta sa essere in questi casi. L’accordo ha prodotto la garanzia di tutela rispetto ai livelli occupazionali nei 6 tra quei 9 ristoranti in cui i dipendenti erano a rischio licenziamento. Una vittoria che dovrebbe portare speranza tra i lavoratori costretti a subire: se c’è unità e tenacia è ancora possibile difendere i propri diritti e le proprie posizioni. Anche se voglioni farci credere il contrario.

 

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