FLP Magazine #3: Tregua Electrolux

Conclusa a caro prezzo per gli operai la vertenza simbolo la vertenza simbolo della crisi industriale italiana. Ma cosa succederà dopo il 2017?

Non è ancora mezzogiorno quando, davanti ai cancelli della portineria nord, si cominciano a vedere gli operai in divisa blu che si affrettano a varcare i cancelli e a timbrare il cartellino per l’inizio del secondo turno in fabbrica. Qualche minuto dopo, quelli del primo turno attraversano di nuovo i varchi per tornarsene a casa.

Siamo a Porcia, un piccolo comune a tre km da Pordenone. Qui si trova uno degli stabilimenti italiani dell’Electrolux, multinazionale svedese che, come recita il sito internet aziendale, è “uno dei leader mondiali nel campo degli elettrodomestici per uso professionale, con una vendita di oltre 40 milioni di prodotti ogni anno, a clienti in 150 Paesi del mondo”.

In questo piccolo paese del Friuli Venezia Giulia si producono in particolare lavatrici mentre negli altri impianti di Forlì, Susegana (Treviso) e Solaro (Milano) a farla da padrone sono frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura.

Electrolux lotte

La vignetta di Hobo

Oggi, 19 maggio, è un giorno particolare e delicato: all’interno della fabbrica i rappresentanti sindacali hanno tenuto le prime assemblee per spiegare in dettaglio ai lavoratori gli accordi discussi quattro giorni fa presso il Ministero dello Sviluppo Economico e successivamente approvati dal Governo a Palazzo Chigi, con la firma dello stesso premier Matteo Renzi. Seduti al tavolo delle trattative c’erano vari ministri e viceministri, i segretari generali di Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm, i presidenti delle quattro Regioni in cui hanno sede le fabbriche Electrolux ed i vertici dell’azienda.

L’umore degli operai che staccano dal primo turno non è alle stelle, molti di loro sono così arrabbiati da non volersi fermare neanche per raccontare com’è andata la prima assemblea.

«Non ho partecipato all’assemblea, è da molti anni che non lo faccio», spiega un’operaia. Chiedo il perché. «Perché non so ancora per quanto siamo stati venduti», è la risposta. In lei, come in tanti altri, prevale la rassegnazione. Un gruppo di tre operai ghanesi afferma di aver assistito alla spiegazione degli accordi, per loro è meglio quanto è stato deciso, piuttosto che rimanere senza lavoro, oppure continuare con uno stipendio ridotto. Il Ghana era fino a pochi anni fa il Paese di maggior provenienza dei lavoratori di origine straniera dell’Electrolux di Porcia: sembra che l’azienda si recasse nello stesso Paese africano per cercare lavoratori. Porcia e il territorio del pordenonese rappresentavano infatti un polo d’attrazione per tutti, in quanto sede delle più grandi industrie italiane nel settore manifatturiero. Quella che è diventata oggi Electrolux ha una lunga storia di radicamento in Friuli: nel 1916 Antonio Zanussi fondò un’azienda a conduzione familiare che portava il suo nome. Sotto la guida del figlio Lino nel secondo dopoguerra, la Zanussi ottenne fama a livello mondiale nel settore degli elettrodomestici, per poi essere acquistata nel 1984 dal gruppo svedese.

I suoi lavoratori, nel corso delle proteste degli ultimi sette mesi, esibivano lo striscione “Noi siamo la Zanussi”, per ricordare, forse con un po’ di nostalgia, il grande valore che questa fabbrica ha rivestito per Porcia e per l’intero nord-est italiano: in tanto tempo non si era sviluppata solo la manifattura, anche il design industriale creativo aveva fornito opportunità d’impiego a numerose persone.

Negli ultimi anni però, l’azienda sta trattando male i suoi operai e nelle sue logiche di profitto non ci mette nulla di sentimentale. La recente vertenza, soprattutto per quanto riguarda Porcia, è diventata infatti l’emblema della crisi industriale del nostro Paese, ottenendo anche parecchia risonanza nei principali media.

Il gigante svedese si è ritrovato dunque in perdita e per non delocalizzare i suoi stabilimenti in Polonia e in altri Paesi, in cui aveva fatto investimenti, non sempre saggi, chiedeva una serie di provvedimenti che, tra gli altri, prevedevano la riduzione del 40% del salario, fino ad arrivare alla possibilità di chiudere lo stabilimento di Porcia. Tutto questo per tagliare il costo del lavoro, rendendo di nuovo competitivo il prezzo del prodotto finito e portandolo ai livelli delle aziende della multinazionale all’estero.

Alla fine, ciò che è stato firmato a Roma, dopo molti mesi di mobilitazione e presidio permanente da parte degli operai, in sit-in davanti alla fabbrica di Porcia ed alle altre fabbriche italiane Electrolux, contempla: l’aumento della produttività per alcuni impianti; la riduzione del 60% dei permessi sindacali; il taglio di 5 minuti di pausa durante i turni, scongiurando però almeno la chiusura; la diminuzione dei salari. L’accordo rappresenta probabilmente solo una pausa, un compromesso che permetterà di andare avanti fino a tutto il 2017, salvo eventuali ed ulteriori sorprese. Ma cosa accadrà in seguito?

«Per garantire il futuro, abbiamo voluto fortemente tutte le garanzie del Governo e della Regione Friuli Venezia Giulia», mi spiega Gabriele Santarossa, membro della RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) della UILM (Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici) di Porcia.

«Questo perché non facciamo affidamento sulle garanzie di Electrolux, che condiziona sempre qualsiasi suo impegno all’andamento del mercato. L’impegno del Governo serve, visto che è prevista una sorta di verifica semestrale sulla tenuta degli accordi, con la presenza anche della Regione. Ci sembra la forma massima di garanzia ottenibile in questo momento; infatti, anche se il mercato non reggesse in maniera adeguata, l’azienda si deve comunque adoperare per mantenere l’occupazione. Electrolux ha assunto l’impegno formale di creare 150 posti di lavoro, reintegrando a Porcia lavorazioni che adesso sono in Polonia, in Cina o altrove. In alternativa ha promesso di condurre al suo interno un’azienda non ancora specificata, che dovrebbe rioccupare queste persone. C’è ancora riserbo a riguardo e su questo abbiamo chiesto un’ulteriore tutela da parte del Governo. Contiamo che questi impegni funzionino».

Gabriele, oltre a far parte della RSU dal 1991, è a sua volta un operaio di linea, che lavora sulle catene di montaggio dove vengono assemblate le lavatrici. Mi racconta cosa tutto questo significhi quotidianamente.

«Di norma vengono prodotti in totale 642 pezzi al giorno, se si fanno turni di 8 ore con un determinato regime di pause. I pezzi diminuiscono quando i turni sono di sei ore. Un operaio di linea quindi ripete gli stessi movimenti per più di 600 volte al giorno.

La produzione di una tale quantità di pezzi può causare danni alla salute, in particolare all’apparato muscolo-scheletrico, come confermano molti operai che, essendo da molti anni in fabbrica, hanno dovuto subire operazioni ai tendini. I 5 minuti che verranno sottratti alle pause, come previsto dagli ultimi accordi, hanno sicuramente un peso significativo in questo senso. Dal 5 maggio abbiamo ripreso con i turni di sei ore. Essendoci poco lavoro, l’azienda può cambiare regime dalle 8 alle 6 ore e viceversa  con un preavviso di una settimana. Se aumentassero le richieste produttive, non è escluso che si torni alle 8 ore. Gli straordinari sono ormai un ricordo di almeno 5-6 anni fa».

La riduzione dei turni a sei ore rappresenta la concretizzazione del famoso “contratto di solidarietà”, strumento utilizzato dalle aziende italiane in momenti di difficoltà, che permette loro di distribuire il lavoro, ma anche di ottenere incentivi da parte del Governo.

operai porcia - foto 3

Operai all’uscita del primo turno di lavoro nello stabilimento Electrolux di Porcia. 19 maggio 2014

«Qui la produzione riguarda solo le lavatrici. Una delle innovazioni che dovrebbe portare volumi aggiuntivi è un nuovo modello di lavasciuga che monta un componente particolare, la pompa di calore. Così si evita di asciugare la biancheria utilizzando la resistenza che consuma una grande quantità di energia. Stando alle dichiarazioni di Electrolux, il modello dovrebbe essere uno dei primi del suo genere ad essere immesso sul mercato, e dovrebbe aiutare la ripresa. Essendo poi un prodotto ad alto valore aggiunto – quindi ad alto margine di guadagno, stiamo parlando di apparecchiature che costano più di mille euro -  si creerebbe quindi un’opportunità per lo stabilimento di Porcia».

L’azienda ha fatto anche delle mosse sbagliate, investimenti all’estero che non si sono rivelati troppo oculati. Gabriele ce li racconta.

«Electrolux comprò qualche anno fa, pochi mesi prima della rivoluzione, il gruppo egiziano Olympic. Dalle notizie che ci arrivano, in quel luogo lo stabilimento non sta funzionando come ci si aspettava. Non si può dire che i vertici Electrolux siano stati dei grandi strateghi. Si è anche investito in Ucraina per puntare al mercato russo. In questo modo si intendeva bypassare i costi doganali. Poco tempo dopo sono state chiuse le frontiere e quindi è stato impedito anche l’accesso a quel mercato. Sono tutti investimenti che comportano perdite di milioni di euro. Qualcuno afferma anche che Electrolux abbia scatenato gli eventi dell’ultimo periodo per ottenere soldi dal Governo italiano, al fine di compensare le perdite subite in Egitto ed Ucraina, ma bisogna dire che non sono voci confermate.

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Porcia (Pordenone) Presidio ai cancelli della fabbrica. 1 Maggio 2014. Non è presente nessun operaio, perchè tutti si sono recati alla manifestazione per la Festa dei Lavoratori, indetta dai sindacati nella vicina Pordenone

Non dico che viviamo con maggior soddisfazione il fatto che si sia riusciti a raggiungere una tregua, perché io la chiamo così. Tuttavia lo considero un momento necessario per riprendere fiato e riflettere su quello che stiamo facendo. Riflettere insieme ai lavoratori, perché con loro abbiamo condiviso un percorso faticoso. In totale penso che abbiamo fatto almeno un mese di scioperi, a un certo punto ho cominciato a perdere il conto. Abbiamo chiesto un impegno enorme a tutti quanti. Tregua… ma nel frattempo sicuramente Electrolux continuerà a mettere in atto i suoi piani. Immagino che fra tre anni, se non cambia qualcosa di sostanziale nel sistema economico generale, ci troveremo a fare i conti con nuove condizioni che verranno poste. Né il sindacato, né i lavoratori potranno essere da soli a gestire tali sfide, perché con le promesse di Electrolux non si fa strada. Avevamo già sottoscritto a marzo dell’anno scorso un accordo che doveva garantire almeno fino al 2017 alcune condizioni, per poi constatare che, neanche dopo sei mesi, quegli impegni non erano stati mantenuti. Una delle azioni più importanti è stata quindi riuscire a coinvolgere il Governo ai massimi livelli sulla gestione di questo tipo di problemi. Non è più possibile lasciare i lavoratori da soli, perché così non possiamo che subire quelle che sono scelte considerate inevitabili. Il fatto che un’azienda debba andare a produrre dove ci guadagna di più rappresenterebbe un dato scontato per una certa mentalità. Così facendo, allora si dà anche per scontato che in Italia non ci siano più posti di lavoro, che la manifattura scompaia. O si cambia questo modo di pensare, che rappresenta anche un paradigma utilizzato dai politici e dagli esperti di economia, oppure non ci sono alternative per la parte più debole dell’attività lavorativa in Italia.

Trovo un risultato straordinario il fatto che siamo riusciti a respingere l’attacco sul salario. C’erano state anche dichiarazioni dei politici a riguardo che affermavano che era giusto fare dei sacrifici per salvare il lavoro. Se avessimo accettato un condizionamento di questo genere, nella diga si sarebbe aperta una falla, in cui si sarebbero infilate tutte le aziende italiane. Già con i livelli di salario attuali gli operai del nostro Paese sono ai minimi livelli in Europa. Se poi accettiamo anche la proposta di ridurre ulteriormente i salari per salvare l’economia, allora acconsentiamo anche alla riduzione in schiavitù di migliaia di italiani. Credo che questa sia l’utopia di qualche industriale e politico italiano, che vede con nostalgia gli anni in cui si poteva svalutare la lira riuscendo a rendere i prodotti Made in Italy competitivi; non potendo più svalutare la moneta, ora si svaluta il lavoro degli operai. La perdita della consapevolezza di essere una “classe”, un gruppo, diventa così un elemento di debolezza anche nelle lotte che sosteniamo».

 Nei giorni che sono seguiti alla mia visita, i 1200 operai dell’Electrolux di Porcia hanno espresso il loro parere sugli accordi di Roma in un referendum tenutosi in fabbrica. Il 79% ha optato per il sì, che è prevalso anche negli stabilimenti di Forlì, Susegana e Solaro. Lacrime e sangue, dunque, per un compromesso che dovrebbe essere il migliore possibile. Le conseguenze però ricadono sempre sulle spalle dei lavoratori e la conferma viene non solo dall’Italia, ma anche dalla Francia: proprio in questi giorni presso lo stabilimento di Revin sono in corso tensioni tra operai ed Electrolux.

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