FOCUS/ Conflitti, (r)esistenze ambientali e beni comuni [seconda parte]

Domenico Musella

A questo link la prima parte del Focus

 

Proseguiamo con il nostro approfondimento sulle tematiche dei conflitti relativi all’ambiente, delle resistenze possibili e dei beni comuni, sempre partendo dal workshop Presenti possibili: resistenze ambientali ed altri modelli di sviluppo.

Questa volta sintetizziamo le utili riflessioni di Paolo Maddalena, giurista e vice presidente emerito della Corte Costituzionale, in merito agli strumenti già a disposizione nella Costituzione Italiana per difendere il territorio, sottrarlo allo sfruttamento e alla devastazione per interesse privato e per fare in modo che esso ritorni ad appartenere realmente alla popolazione e sia utilizzato per il bene comune.

Si tratta di enormi potenzialità e diritti che la Carta del 1948 riporta in maniera chiara, ma che volontariamente non sono mai state pienamente messe in atto, né sviluppate. Cominciare a conoscerle è necessario: la riappropriazione del nostro territorio passa attraverso la riappropriazione della nostra Costituzione.

Una Costituzione posta nel dimenticatoio e sconosciuta ai più (soprattutto ai governanti), rispetto alla quale – sottolinea Maddalena – negli ultimi decenni ha preso il sopravvento una spietata mentalità neoliberista. Il giurista inquadra infatti il suo ragionamento sulla Costituzione nel più ampio contesto attuale, in cui il vero problema, il “nemico principale” per i cittadini è la speculazione finanziaria, cui è strettamente legata la speculazione ambientale.

Proprio questo tipo di mentalità e di modello economico sono riusciti a far diffondere collettivamente una menzogna, e cioè che la proprietà privata sia la principale (se non unica) forma di appartenenza. La Carta costituzionale, che delinea i fondamenti della nostra società e vita civile, dice in realtà tutt’altro, ed esserne consapevoli è indispensabile per difendere ambiente e territorio contro la speculazione e mettere in atto nuove forme di convivenza.

Tra i passaggi della Costituzione interessanti per il nostro tema c’è l’articolo 42:

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Non potendo qui fare un’attenta analisi giuridica, ci limitiamo a cogliere i punti fondamentali di queste parole, che è bene tornino ad essere presenti anche nei mezzi d’informazione.

Innanzitutto l’articolo comincia con la proprietà pubblica. I costituenti non hanno indugiato nell’approvare questo primo comma, ma dai resoconti della Costituente e soprattutto dalla Storia si comprende che in quel “pubblica” è insito il concetto di proprietà comune, collettiva. Stiamo parlando dei beni demaniali, sempre esistiti, che garantiscono che il territorio venga conservato e sia fruibile da parte di tutti perché è di proprietà, appunto, di tutti.

Va detto che il Governo Berlusconi ha (con il decreto legislativo 85/2010) recentemente trasferito questi beni dallo Stato alle alle regioni, sostanzialmente affinché queste li “valorizzino” (in termini speculativi) e li vendano poi a privati. Tra questi c’è tutto il demanio marittimo e idrico: sorgenti, fiumi, laghi (oltre a coste, spiagge, porti etc.) che il referendum sull’acqua pubblica non ha toccato, occupandosi solo delle reti di distribuzione, ma che di fatto, con la cessione agli enti locali e il passaggio ai privati, lede quanto deciso da milioni di cittadini nel 2011.

Per quanto riguarda la proprietà privata, che con la cultura borghese ottocentesca e poi il pensiero unico neoliberista è diventata una sorta di intoccabile dogma, l’articolo parla chiaro: essa ha senso, ed è riconosciuta e garantita dalla legge, solo per la sua funzione sociale e per la sua accessibilità a tutti. In caso contrario, costituzionalmente non dovrebbe esistere. Evidentemente, quello che accade oggi, con una proprietà dei privati che è esclusiva e distruttiva, danneggia l’ambiente e ne limita l’accesso alle comunità, è una palese violazione della Costituzione.

A questo proposito va considerato anche il testo dell’articolo 41:

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

 

Taranto, Bagnoli, il sottosuolo della Campania invasa dai rifiuti, il petrolchimico di Marghera, l’Eternit…. potrebbe essere infinito l’elenco di casi di iniziativa economica privata che “contrastano l’utilità sociale” e “recano danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Tutte le leggi e i provvedimenti, e anche il codice civile, andrebbero letti alla luce di queste parole dei padri costituenti, sottolinea Paolo Maddalena.

 

Sulla base di tutto questo, allora, che strumenti abbiamo per difendere il nostro territorio dalla speculazione ambientale e resistere alla sua devastazione?

 

Innanzitutto comprendendo che ci appartiene. Perché una qualsiasi comunità politica, non solo lo Stato ma anche la regione, la provincia, il comune è fondata proprio sul fatto che le persone che la compongono hanno la sovranità sul bene che gli appartiene. Questo significa che hanno la capacità di regolamentare l’appartenenza e la gestione di ciò che hanno in comune, in primo luogo del territorio in cui vivono (il latino terrae torus, “letto di terra”).

A maggior ragione se l’essenza della nostra Repubblica nata nel 1946 è sostanzialmente “comunitaria”, più che liberale, e valorizza quindi la comunità politica, l’insieme del popolo. Tant’è vero che la proprietà privata è garantita dalla legge, e non dalla Costituzione, né dalla Repubblica.

Si obietterà, a questo punto, che tra la volontà dei cittadini e la riappropriazione dei beni comuni ci sono le istituzioni, la burocrazia, la pubblica amministrazione.

Ancora una volta la Costituzione ci viene in aiuto, sottolinea il giurista: c’è il quarto comma dell’articolo 118:

Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.

 

Ovvero, i cittadini italiani, in caso di inerzia della pubblica amministrazione, possono agire in via sussidiaria per il bene comune e nell’interesse generale. Anche perché, chiamando in causa anche l’articolo 3 dei principi fondamentali della Costituzione:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 

Quando abbiamo nei nostri territori terreni abbandonati, o anche immobili sfruttati da imprese e poi lasciati deperire nelle città, dopo aver anche sfruttato anche i lavoratori, se le richieste di risolvere il problema fatte all’amministrazione non hanno seguito, possiamo sostituirci alla pubblica amministrazione nella gestione di questi beni, con pieno diritto sancito dalla Costituzione.

In questo modo, gruppi di cittadini, parte costitutiva della comunità politica, possono così concretizzare questa “partecipazione all’organizzazione sociale, politica ed economica del Paese”, rispetto alla quale la pubblica amministrazione ha sì la precedenza, ma quando quest’ultima è inerte il cittadino è senza dubbio legittimato ad agire nell’interesse di tutti.

Tutte quelle esperienze di riappropriazione fatte nell’interesse generale, come nel caso dei luoghi di cultura occupati, dei terreni come appunto la Selva Lacandona – Fondo Lamberti di Chiaiano che sperimentano una gestione da parte del quartiere, sono perciò pienamente difese e tutelate dalla Costituzione, anzi, ne costituiscono la concretizzazione più piena. E a dirlo è un ex vicepresidente della Corte Costituzionale, non un sovversivo interprete del diritto.

In particolare rispetto ai terreni agricoli, persino il codice civile, la cui redazione risale al Regno Sabaudo, prevede che le terre abbandonate per oltre un biennio possano essere riprese per la ricchezza nazionale.

Inoltre, se nei casi di sopra gruppi di cittadini possono sostituirsi senza problemi alle istituzioni, ancor di più hanno il diritto di chiedere, attraverso l’azione popolare, provvedimenti urgenti di difesa del territorio, nell’interesse generale, ai giudici e alla magistratura.

 

La via della resistenza ambientale e della riappropriazione del territorio, inteso come “bene comune”, è, per Paolo Maddalena, l’unica soluzione per la nostra sopravvivenza nella situazione attuale. Il nostro sostentamento e il nostro benessere dipendono innanzitutto dalle risorse della terra, e non, come invece ci fanno credere, da una finanza rapace che ingoia tutto ed acquista debiti su debiti anziché produrre ricchezza.

Ancora una volta, quindi, si ritorna sul problema della finanziarizzazione dell’economia, il nocciolo della “crisi” attuale. Alla borsa e alla finanza internazionale, basate sul gioco e sulla scommessa, anche sui debiti “sovrani” (che in quanto “sovrani” non potrebbero essere toccati) e sulla fine di Stati come i PIIGS, è stata data vera e propria valenza giuridica. I giudizi degli investitori non dovrebbero essere vincolanti giuridicamente per le economie degli Stati, e invece tutti i giorni si sta a pensare a come “reagiranno i mercati” di fronte ad una tale scelta.

Lo scellerato Fiscal compact, l’impegno che anche l’Italia ha sottoscritto di dare priorità assoluta al pareggio del bilancio statale, impone di destinare per il pagamento del “debito” 50 miliardi all’anno per 20 anni, sottratti ai servizi e agli investimenti per la collettività. In un periodo di recessione in cui sarebbero fondamentali per la nostra sopravvivenza.

Si aggiunga che il battere moneta, storicamente prerogativa delle comunità politiche, gli Stati, è totalmente in mano a banche private, e che Stati in posizione dominante, come la Germania, hanno un proprio tornaconto a giocare su indici come lo spread e sul cattivo andamento delle altre economie.

Di fronte a tutto questo, per evitare di sacrificare sull’altare del debito pubblico anche l’ultima cosa che ci resterà di proprietà, ossia il territorio, è necessario – rileva Maddalena – informarsi e resistere. Innanzitutto chiarendo i problemi fondamentali, che non stanno in questioni secondarie come le diarie dei parlamentari e le auto blu (che distraggono e sviano dall’essenziale) ma in un sistema economico che dà eccessivo spazio alla finanza, nella quale hanno un peso rilevante anche le mafie. In secondo luogo, ridimensionando i nostri stili di vita, abbandonando il consumismo e i bisogni artificiali e dando spazio a quelli essenziali: la sopravvivenza ma anche il pieno sviluppo della persona umana (che passa anche per la cultura). E, inoltre, lottando, con la coscienza dei nostri diritti, per la difesa e la nuova creazione di “beni comuni”.

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