FOCUS/ Conflitti, (r)esistenze ambientali e beni comuni [terza parte]

Alessandro Paolo

Abbondano nel dibattito socio-ecologico attuale alcune proposte moderate e riformiste che eccellono per ridicolaggine, se non per raccapriccio, altre che, invece, pur non spingendosi troppo in là nella creatività antagonista, ci consentono di calzare lo stivale chiodato della realtà con il sandalo consunto dell’utopia. Per la terza parte del nostro speciale di approfondimento (la prima parte del Focus si è concentrata sui movimenti di resistenza ambientale; la seconda parte sulle possibilità che la Costituzione italiana offre alla giustizia ambientale e ai beni comuni) scaturito dalla partecipazione al seminario Presenti possibili: resistenze ambientali ed altri modelli di sviluppo, quindi, sintetizziamo gli interventi di Marica Di Pierri e Gustavo Gómez.

 

Marica Di Pierri lavora per l’associazione A Sud, nata dieci anni or sono, che prova a rendere visibili gli strumenti di cui disponiamo per accompagnare processi di resistenza ambientale, a vantaggio soprattutto di quelle comunità che con i propri corpi e le proprie intelligenze si oppongono a vere e proprie ingiustizie. A Sud ha aperto alcuni anni fa un Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, un’assoluta scommessa. «Un centro che studia una categoria di conflitti assolutamente poco conosciuta e poco utilizzata, ma che in realtà parla della storia del nostro paese, di quello che sta avvenendo drammaticamente negli ultimi anni, cioè di tutti quei casi in cui le comunità cercano di difendere il diritto a decidere della propria vita, del proprio territorio, contro decisioni che vengono prese sulle loro teste. Ed è sempre più vero che questa nuova fase che viviamo è un’epoca crudele, violenta, in cui i territori sono letteralmente sotto attacco».

Dovendo dare un nome a questo fenomeno, afferma Marica, «Razzismo ambientale ci sembra il più appropriato: scegliere alcune comunità, alcun territori e decidere arbitrariamente che sono sacrificabili. E se questo noi, come associazione, lo abbiamo scoperto dieci anni fa lavorando in America Latina dove era più evidente, questo fenomeno è diventato qui e adesso altrettanto evidente. La differenza è che mentre lì alcuni processi hanno avuto più tempo per evolvere, noi siamo ancora un po’ indietro, ma gli spunti che ci arrivano al riguardo dalle comunità latinoamericane sono molto importanti».

I temi unificanti rispetto all’estrema molteplicità di dinamiche in cui si articolano i conflitti ambientali in giro per il mondo sono sostanzialmente due. Uno è sicuramente la democrazia, perché alla base di tutti i problemi che ci sono sui territori c’è sempre un vuoto di democrazia, cioè la violazione del diritto delle comunità a decidere della propria vita. Altro elemento unificante è la salute, perché gran parte di questi conflitti incidono violentemente sul diritto alla salute delle popolazioni. La sfida è portare avanti un ragionamento e un lavoro di mobilitazione insieme a tutti i comitati che faccia proprio della salute il canale attraverso cui far capire alla gente quanto è urgente agire su questo elemento. «Parlando con gli attivisti campani e, in particolare, con chi milita nel presidio antidiscarica di Chiaiano, Mugnano e Marano – sostiene la Di Pierri – ci siamo resi conto che ciò che avete vissuto e continuate a vivere da tempo sulla vostra pelle vi ha portato molto avanti in questa riflessione».

 

In questo contesto appena presentato si inserisce il ragionamento di Gustavo Gómez, una personalità che viene dall’Argentina, un procuratore ambientale (in Italia probabilmente non ne esistono) che lavora da anni al fianco di comunità che portano avanti cause contro i crimini ambientali. Oltre ad essere procuratore ambientale di Tucumán, Gómez è anche tra i principali difensori non solo di una normativa penale ambientale, ma soprattutto dell’idea di qualificare una certa tipologia di delitto ambientale come crimine di lesa umanità. Come A Sud, ha sostenuto la campagna per l’istituzione di una Corte Penale Interazionale sui Crimini Ambientali (qui un’interessante intervista al proposito), ma è chiaro che una campagna di questo tipo non può non passare per le comunità locali, non può non essere sentita propria dai territori e soprattutto da territori come Chiaiano, sede del workshop, che hanno ben chiaro che quando parliamo di disastri ambientali ci riferiamo in realtà alla giustizia sociale, perché è ormai assodato che la questione sociale e la questione ambientale non possono più considerarsi separatamente.

Il procuratore Gómez lancia con ironia una provocazione: «Diciamo sempre in America Latina che la giustizia è troppo importante per essere lasciata in mano agli avvocati». Con questo egli ha inteso dire quanto sia cruciale comprendere che non è possibile ottenere giustizia se il cittadino comune non partecipa in maniera concreta alla sua amministrazione. È importante soffermarsi, per Gómez, sulla distinzione tra legge e applicazione della legge.

«L’Italia ha un’ottima Costituzione, così come una buona normativa in materia ambientale. L’ordinamento italiano prevede delitti ambientali che magari molti di voi neanche conoscono – dichiara il magistrato – . Credo che proprio questo sia il problema: le leggi in Italia e in America Latina sono come questa fioriera vuota qui sul tavolo, non si sa a cosa servano, però esistono. Dobbiamo dar senso alla fioriera, dobbiamo far sì che la legge sia applicata al caso concreto». Un problema molto grave per la cittadinanza di Napoli è che, come altrove nel mondo, si fatica ad applicare la legge al caso concreto, commenta Gómez.

«Voi, come molti in America Latina, non sapete come fare in modo che il testo costituzionale si applichi alla fattispecie particolare, proteggendovi ad esempio dall’acqua avvelenata che sgorga dal rubinetto di casa vostra. È su questo punto, quindi, che credo debba concentrarsi lo sforzo di sensibilizzazione e di autoformazione: apprendere a rivendicare dinnanzi alla giustizia l’applicazione della Costituzione e della legge. Non delegate questo compito agli avvocati, fatelo voi».

Concentrandosi su uno spazio legislativo particolarmente utile, il capitolo sui delitti ambientali che figura nel Codice Penale Italiano, si apprende che esso consente di fare una denuncia per delitto ambientale dinnanzi a un procuratore. In molti risponderebbero che è impossibile, che qui la giustizia non esiste, sebbene ovunque si commenti in questo stesso modo. Come fare la differenza? Suggerisce il procuratore argentino:

«Quando una sola persona sporge una denuncia per delitto ambientale il procuratore e il giudice non le danno molta importanza; viceversa, se tutti noi presenti qui in questo momento ci organizzassimo ed ogni giorno della settimana ciascuno di noi separatamente si impegnasse a fare una denuncia per delitto ambientale, in un mese il procuratore si ritroverebbe con centinaia di cause simili. E questo, in termini di peso sulla burocrazia di una procura è qualcosa di estremamente grave, che non può essere ignorato e a cui non può eludersi risposta».

Altro aspetto importante che è necessario tenere in debita considerazione è che già il solo fatto di ricevere denunce in quantità così consistenti induce una preoccupazione notevole in chi inquina. Inoltre, dietro qualunque crimine ambientale c’è sempre un funzionario pubblico corrotto. Non bisogna, dunque, limitarsi a smascherare il delinquente che inquina, ma occorre anche denunciare penalmente per inadempienza dei suoi doveri il funzionario pubblico che è complice dell’inquinamento.

Gustavo Gómez illustra poi perché in alcuni casi i delitti ambientali sono da considerarsi delitti di lesa umanità.

Per farlo, utilizza l’esempio dell’Argentina, dove una compagnia che gestisce una sola miniera a cielo aperto consuma in un’ora cinque milioni di litri d’acqua e tanta elettricità quanto quella che consuma l’intera città di Napoli. Inquinano tutta quest’acqua di cui poi si riforniscono intere popolazioni, che di conseguenza si ammalano. La gravità di questa contaminazione dell’acqua rappresenta il primo elemento di un delitto di lesa umanità. Il secondo elemento di un delitto del genere è il suo carattere sistematico, teso a lucrare sulla salute di intere popolazioni. In America Latina esiste un piano preciso per l’accumulazione di profitti attraverso la devastazione ambientale. Il terzo elemento per definire un delitto di lesa umanità consiste nella complicità per azione o per omissione dello Stato affinché questo delitto si compia.

Nel caso argentino, la presidente della nazione, Cristina Kirchner, è proprietaria di un gigante dell’industria mineraria. Sostiene la distruzione delle foreste a fini estrattivi, appoggia le monocolture di soia e, come se non bastasse, sta facendo pressione affinché la Chevron si installi in Argentina per estrarre petrolio e gas con il metodo del fracking (qui un sito sul tema e a questo link un nostro articolo sull’utilizzo di questo procedimento in Colorado e su di un referendum).

I tre suddetti elementi che definiscono un delitto di lesa umanità non sono un’invenzione, ma si trovano sanciti nello Statuto di Roma del 1998 che istituisce la Corte Penale Internazionale. Apporre a un atto la definizione di crimine ambientale significa né più né meno consultare la normativa italiana in materia ambientale, identificare questi tre elementi e stabilire quando il caso è così grave da non poter essere più considerato un delitto comune.

A conclusione dell’intervento Gómez racconta un aneddoto, riguardante un caso specifico da lui vissuto in Argentina, emblematico di quanto anche i procuratori come lui apprendano moltissimo dai cittadini comuni:

«Venne una volta al mio ufficio un gruppo di vicine colpite dall’inquinamento provocato dalle ciminiere di una fabbrica di zucchero. Mi invitarono a casa loro, ci andai e durante la visita notai che la cenere si era accumulata in ogni angolo, spazzavano e tornava a depositarsi dappertutto. La cenere, ovviamente, si trovava anche nei polmoni di quelle persone. Avevano parlato con diversi avvocati, intrapreso azioni civili e costituzionali, ma invano. Decisero, quindi, di sporgere denuncia penale per il delitto di contaminazione dell’aria, previsto dalla nostra legge. Come di prassi, in seguito alla denuncia svolsi le indagini insieme alle forze di polizia, provai l’inquinamento e presentai il caso al giudice federale incaricato. Sfortunatamente, però, il magistrato era amico del proprietario della fabbrica e la causa venne accantonata in un cassetto. Le vicine cominciarono a prendersela con me, al che io dissi loro molto chiaramente che il giudice era amico dell’impresario e che, per questo, non aveva alcuna intenzione di avanzare con la causa. Mi chiesero, quindi, “dottore, la cenere cosa rappresenta in tutto ciò?”, al che un avvocato di norma risponde “il corpo del reato”. La cenere era, in quel caso, come un’arma che sparando uccide qualcuno. “Rediga per noi una nota con l’intestazione in bianco da compilare  – mi proposero –  affinché possiamo presentare al giudice la prova del delitto, ovvero la cenere che raccogliamo nelle nostre case”. Non erano più di venti donne, però queste venti donne, che vivevano peraltro a cento chilometri dall’ufficio del giudice, si misero d’accordo per presentarsi ciascuna a turno una volta al mese dinnanzi al giudice con un documento che certificava la consegna del corpo del reato raccolto il giorno precedente: un sacco contenente due chili di cenere. Nel mio paese il corpo del reato non può essere gettato nella spazzatura. In un mese, quindi, il giudice ricevette quaranta chili di cenere nel suo ufficio. Questi, allora, mi telefonò dicendomi “queste sono le tue idee rivoluzionarie della giustizia”. Io mi difesi, non era stata una mia idea, al che il giudice minacciò di inviare la polizia per intimidire le donne. Queste ultime, tuttavia, non ebbero paura e il mese successivo il magistrato si vide recapitare altri quaranta chili di cenere sulla scrivania. A quel punto, il giudice chiamò il suo amico e lo ammonì che quella storia doveva finire, che non poteva più continuare a ricoprire e avvelenare quelle povere donne di cenere. Lo sottomise a una causa penale, lo processò e nel quadro di una istituzione giuridica che si chiama “aprobaciòn”, si giunse ad un accordo tra le vittime e il delinquente in base al quale questi fu obbligato a mettere dei filtri alle ciminiere e a pagare un indennizzo alle vicine, nominate formalmente responsabili di controllare il proprietario della fabbrica affinché non inquinasse più l’aria. La causa, in definitiva, non arrivò ad una condanna penale, né all’incarceramento, ma servì per risolvere un problema dinnanzi al quale tutti gli altri sistemi costituzionali e amministrativi avevano fallito. Gli imprenditori hanno paura del carcere e questa eventualità basta a far sì che si impegnino a risolvere l’inquinamento che provocano».

Infine, un invito del procuratore Gómez ad approfittare degli spazi che i cittadini hanno riscattato, come la Selva Lacandona – Fondo “Amato Lamberti” che ospita il workshop, per preparare un caso penale e denunciare il delitto di inquinamento. Bisogna che le comunità locali costruiscano casi concreti per poter difendere l’ambiente con la legge penale: dal suo punto di vista, l’unica strada percorribile per salvare il nostro pianeta.

 

[È notizia degli ultimi giorni che un gruppo di 52 tarantini ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla vicenda Ilva, ravvisando una violazione del diritto alla vita e dell’obbligo da parte degli Stati membri dell’Unione di tutelare la salute pubblica: un primo passo nella direzione auspicata da Gustavo Gómez]

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