FOCUS/Africa: L’Egitto del dopo Mubarak “un Paese estremamente problematico” intervista a Massimo Campanini

Andrea Leoni

Per la seconda puntata dei focus sull’Africa, parliamo dell’Egitto (che in vista delle elezioni avremo modo di seguire meglio) e lo facciamo con la voce autorevole di Massimo Campanini. Professore associato di Storia dei Paesi islamici presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento è autore, tra gli altri, dei libri “Storia dell’Egitto contemporaneo” e coautore (con Karim Mezran) de “I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo”. L’Egitto festeggia l’anniversario della rivoluzione tra processi contro Mubarak e i suoi scagnozzi, con la svolta di Morsi e la nuova Costituzione, e la politica dei Fratelli Musulmani, in un contesto dove anche i copti e i salafiti rivendicano il loro spazio.

Qual è la situazione politica dell’Egitto?

L’Egitto che sta venendo fuori dalla rivolta antimubarakiana del 2011 è un Paese estremamente problematico nel senso che inizialmente rimanevano poco chiari quali fossero effettivamente le forze in campo: i giovani, le donne, i professionisti, gli operai, i contadini che hanno occupato originariamente Piazza Tahrir non avevano un inquadramento politico sufficientemente chiaro organizzato e articolato da poter portare delle istanze realmente costruttive. Per cui su questo sfondo di sostanziale incertezza politica sono emerse quelle forze, segnatamente i Fratelli Musulmani, che godevano precedentemente di una organizzazione e si erano fatti le ossa nella politica di opposizione al regime di Mubarak. Per cui, la comparsa sulla scena dei Fratelli Musulmani non poteva essere considerata da tutti i punti di vista una novità o un’elemento di sorpresa, l’importante era rendersi conto, capire se i Fratelli Musulmani sarebbero stati in grado di governare, di tenere le redini di governo del Paese e quindi di imporre un’autentica svolta, sia negli strumenti di gestione del potere, sia per quanto riguarda la prospettiva a lungo termine di trasformazione istituzionale e costituzionale dello Stato. A me pare che inizialmente i Fratelli Musulmani avessero tenuto una posizione di una certa pragmaticità, avevano smarcato la loro posizione nei confronti dello Scaf, del Consiglio Supremo delle forze sarmate, che aveva a suo modo gestito e controllato la transizione del post-Mubarak anche se il conflitto tra queste due forze ad un certo punto è diventato piuttosto evidente e piuttosto acuto perché io ho sempre avuto l’impressione che le forze armate desiderassero modificare taluni elementi e taluni aspetti del regime di Mubarak senza però effettivamente voler modificare il quadro di fondo e quindi cercando di mantenere una certa continuità e una certa stabilità nelle strutture interne del regime. Non fosse altro perché l’esercito è sempre stato un protagonista della vita politica e bisogna aggiungere anche della vita economica egiziana, per cui evidentemente l’esercito aveva interesse a una transizione che non fosse particolarmente dolorosa, una transizione che avrebbe comunque conservato e mantenuto i privilegi di cui le forze armate godevano all’interno del Paese. Questa tendenza, indubbiamente conservatrice delle forze armate e un tentativo da parte dei Fratelli Musulmani di diventare egemoni all’interno del quadro politico egiziano doveva obbligatoriamente arrivare a un momento di confronto e di scontro, c’è stato nel 2012 dopo l’elezione di Morsi alla presidenza della Repubblica, ci sono stati dei momenti di tensione molto forti tra i Fratelli Musulmani, che avevano vinto le elezioni precedentemente, e le forze armate. Una tensione, un conflitto che apparentemente si è risolto a favore dei Fratelli Musulmani visto che il presidente Morsi è riuscito a raccogliere nelle sue mani gli elementi fondamentali del potere e quindi ha cambiato idea dell’esercito, ha defenestrato il maresciallo Tantawi, ha messo degli altri esponenti negli ambiti del potere militare, quindi questo conflitto sembra esseri risolto a favore dei Fratelli Musulmani, a favore del presidente Morsi. Però il fatto di essere arrivati a questa chiarificazione politica con l’esercito ha probabilmente convinto i Fratelli Musulmani che avrebbero potuto spingere sull’acceleratore le trasformazioni abbandonando quelle che erano state le loro prese di posizione pragmatiche dell’inizio e accelerando il processo di trasformazione diciamo “islamista” dello Stato. Probabilmente in questa ottica deve essere considerata sia il tentativo di Morsi di sottoporre il potere giudiziario al controllo dell’esecutivo e quindi di raccogliere nelle sue mani la sostanza dei tre poteri il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario del Paese. Sia poi naturalmente quando ci sono state le vibranti e indubbiamente decise proteste dell’opposizione laica nei confronti delle scelte dei Fratelli Musulmani del tentativo che Morsi ha perseguito è stato quello di accelerale il processo di approvazione della Costituzione e quindi di fare della Costituzione un veicolo uno strumento di affermazione del potere dei Fratelli Musulmani. Tenendo conto che, secondo me, questo è il grande quadro generale di evoluzione del processo rivoluzionario del post-Mubarak, esistono sul campo diversi elementi che vanno tenuti in considerazione: in primo luogo il fatto che coloro che hanno occupato piazza Tahrir nelle grandi giornate della rivolta della cacciata di Mubarak del 2011 non sono più gli stessi, voglio dire che secondo me c’è stata una composizione e ricomposizione di coloro che sono scesi in piazza anche perché l’elemento di spontaneità delle rivolte anti-Mubarak in quella sorta di democrazia diretta che sembrava venire su dal basso in questi tumulti in queste organizzazioni, in queste pseudo organizzazioni perché come dicevo prima questi tumulti non erano effettivamente organizzati dal punto di vista partitico, queste si sono completamente modificate già per ristrutturare il popolo egiziano ha cerato di organizzarsi. Quindi c’è stata una modificazione da partecipazione di piazza che ha anche parallelamente modificato il significato e la composizione delle persone che protestano, poi bisogna tenere in conto il valore dell’opposizione laica e secolare nei confronti dei Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista è difficile, secondo me, valutare esattamente cosa sia e quanto sia la forza degli elementi e degli attori che ci sono in campo, perché dobbiamo considerare che quello che accade al Cairo e ad Alessandria è diverso da quello che accade nelle campagne, cioè vuol dire l’Egitto urbano l’Egitto avanzato che usa internet, che ha utilizzato i social network e i grandi mezzi di comunicazioni di massa anche per mobilitare le piazze è diverso dall’Egitto profondo delle campagne ed è soprattutto che in questo humus dell’Egitto profondo delle campagne che organizzazioni come i Fratelli Musulmani possono pescare più facilmente il loro appoggio popolare. Questo potrebbe essere problematico, nel senso che la fratellanza musulmana è stata un’organizzazione di carattere urbano però il sottofondo dell’anima egiziana è tendenzialmente sottofondo religioso e conservatore, per cui se ci sono delle forze, degli elementi che appaiono all’interno del tessuto urbano e che provocano una dialettica tra i Fratelli Musulmani e le forze laiche d’opposizione, questo tipo di conflitto e questo tipo di dialettica si ripercuota e si riproduca identicamente in quello che appunto mi sembra giusto e potenziale chiamare Egitto profondo. In buona sostanza quello che voglio dire è che non sono sicuro del fatto che le forze laiche di sinistra abbiano un effettivo appoggio popolare tale da poter contrastare l’appoggio popolare di cui godono i Fratelli Musulmani che sono stati da sempre un’organizzazione religiosa che ha lavorato dal basso e lavorando dal basso ha cercato una organizzazione progressiva della società prima di intervenire allo Stato islamico. E da questo punto di vista intervengono degli altri elementi di variabilità di cui ne sottolineerei soprattutto due: da una parte c’è il fatto che secondo quello che dicono gli osservatori che hanno studiato il documento, la Costituzione recentemente approvata non garantirebbe l’espressione della pluralità delle minoranze, del dissenso in maniera sufficientemente democratica. Non ho studiato nei particolari la Costituzione, ma in ogni modo, bisogna dire che certamente è una Costituzione ispirata interamente dai Fratelli Musulmani è potenzialmente una Costituzione che va verso l’accentuazione dell’aspetto religioso dello Stato. Questo vuol dire che il richiamo alla Sharia sia un richiamo in sé particolarmente significativo, nel senso che il fatto che la Sharia fosse la fonte fondamentale dello Stato era una clausola che appariva in una Costituzione del 1971 fatta approvare da Sadat e rimasta in vigore all’epoca di Mubarak, quindi da questo punto di vista non è che in sé il richiamo alla Sharia potrebbe essere genericamente un richiamo particolarmente significativo, bisogna poi vedere nella pratica dei fatti come il riferimento religioso si tradurrà in una concreta attività legislativa che è ancora un punto di domanda, perché la Corte Suprema ha sciolto il Parlamento egiziano quindi bisognerà celebrare delle nuove elezioni e vedere se i Fratelli Musulmani riotterranno la maggioranza o se altre forze politiche avranno l’autorità, la possibilità, la consapevolezza di affermare il loro progetto politico. Su questo punto di vista, secondo aspetto su cui volevo soffermarmi è quello che sembra l’aspetto potenzialmente più interessante cioè che l’Egitto appare oggi, molto più rispetto alla Tunisia e molto più ancora rispetto alla Libia o allo Yemen, come un interessantissimo laboratorio politico dove si possono scrivere, riscrivere o ristrutturare i grandi elementi teorici e pratici di una nuova versione della democrazia, per dire, in salsa islamica. E da questo punto di vista bisognerà vedere se i Fratelli Musulmani saranno in grado di divenire una forza egemonica, cioè in termini gramsciani, di divenire una sorta di elitè di blocco storico che riesce a organizzare e a strutturare insieme i dirigenti diretti, gli intellettuali e le masse. Dal punto di vista puramente teorico della loro ispirazione dottrinale i Fratelli Musulmani hanno una potenzialità di questo genere, bisogna vedere se saranno in grado di tradurla in concreta prassi politica ed è a questo che dovrebbe servire anche l’istituzione del nuovo partito politico “Giustizia e Libertà” che è il braccio politico che i Fratelli Musulmani hanno recentemente fondato. Un altro aspetto di questa ottica che riguarda questa possibilità o questa capacità che i Fratelli Musulmani posso avere per diventare una forza egemonica, una forza dirigente all’interno del sistema Paese dell’Egitto è i rapporti che si sapranno instaurare sia con i Copti, cioè con l’importante minoranza cristiana che vive in Egitto, attorno al dieci, dodici per cento della popolazione egiziana è cristiana, sia nei confronti delle altre forze politiche islamiste, per esempio penso evidentemente soprattutto ai salafiti che premono da destra per un’ulteriore e radicale islamizzazione dello Stato. È possibile che tra Fratelli Musulmani e salafiti si inneschi una rivalità per il controllo, per l’egemonia all’interno delle ingerenze politiche islamizzanti dell’Egitto, per il momento sembrano in vantaggio i Fratelli Musulmani, i salafiti, secondo la maggior parte degli osservatori internazionali, hanno scarso appoggio popolare, i salafiti sono molto ben organizzati e capaci di occupare la scena e possono essere un elemento di grave turbativa per un cammino diciamo democratico dell’Egitto in un vengano salvaguardati i diritti delle minoranze e i diritti del dissenso. Quindi ci sono diversi elementi problematici la cui evoluzione potrà essere verificata solo con l’avanzare del tempo.

Quale potrebbe essere, alla luce anche degli ultimi colloqui tra i ministri degli Esteri (russo ed egiziano), il ruolo che l’Egitto può giocare in un contesto internazionale e soprattutto rispetto alla sua importanza politica nel mondo islamico?

Innanzi tutto bisogna considerare il fatto che dal punto di vista demografico, dal punto di vista economico, dal punto di vista della tradizione politica, dal punto di vista della cultura l’Egitto è il Paese fondamentale del mondo arabo. E questo ruolo pivotale, diciamo così, dell’Egitto all’interno del mondo arabo non potrà che essere ulteriormente accentuato dal nuovo protagonismo che l’Egitto potrebbe, e che di fatto sta cercando di iniziare all’interno delle relazioni internazionali dell’area. Bisogna considerare che nell’epoca di Mubarak, il prestigio internazionale dell’Egitto era molto diminuito perché Mubarak si era appiattito sulle posizioni americane, era una sorta di cagnolino obbediente delle direttive politiche americane nell’area, soprattutto per esempio nei confronti di un atteggiamento morbido nei confronti di Israele e di un contenimento delle rivendicazioni palestinesi nei confronti di Israele, l’Egitto aveva sotto Mubarak perseguito gli stessi fini della politica americana che erano fini favorevoli a Israele e penalizzanti nei confronti delle rivendicazioni palestinesi. Questo tipo di modifica verrà sicuramente modificata da un successivo governo, io penso analogamente sia se si tratti di un governo dei Fratelli Musulmani sia se si tratta di un governo maggiormente laico, secolare, interprete delle forze di sinistra a cui facevamo accenno prima. Per cui è assolutamente da aspettarsi un maggiore riequilibrio delle forze in campo e con un atteggiamento non dico più intransigente, ma meno morbido nei confronti di Israele e con un occhio maggiormente aperto alle rivendicazioni palestinesi e ai difficili equilibri all’interno dell’area. È chiaro che a questo punto un rinnovato ruolo di protagonismo dell’Egitto nel Medio Oriente ha oramai dei contraltari abbastanza consolidati e basti pensare sia al nuovo corso turco quindi al protagonismo che Erdogan e i dirigenti turchi stanno cercando di svolgere nella politica del Medio Oriente, soprattutto fino a quando non si sarà risolta la grave situazione di instabilità nella Siria e poi anche dell’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita ha cercato fin dall’epoca della cosiddetta Guerra Fredda araba degli anni 60 di opporsi all’egemonia egiziana e l’Arabia Saudita alimenta e difende quelle tendenze di carattere conservatore della politica internazionale, voglio dire: non è detto che gli interessi geopolitici sauditi possano convergere con quelli egiziani. I sauditi sono islamisti, però anche un governo filo-islamista diretto dai Fratelli Musulmani in Egitto non è detto che abbia le stesse opinioni politiche di quelle dell’Arabia Saudita. Per cui è verosimile che nel triangolo delle tre potenze principali del vicino Oriente arabo cioè della Turchia (che non è araba però ci intendiamo su quello che vogliamo dire), l’Egitto e l’Arabia Saudita ci possano essere dei confronti che comunque secondo me in prospettiva dovrebbero diminuire o comunque tenere maggiormente sotto controllo l’aggressività e l’arroganza israeliana. Certo c’è la variabile Iran, però quest’anno abbiamo le elezioni politiche del presidente in Iran e quindi vedremo chi sostituirà il presidente Mahmoud Ahmadinejad alla guida della Repubblica Islamica, vedremo quale tipo di politica anche l’Iran prenderà: se modificherà il suo atteggiamento di confronto, o di scontro, abbastanza provocatorio. Questo tipo di variabile si inserisce in un quadro internazionale complesso ma certamente il ruolo che l’Egitto che potrà svolgervi è da protagonista e questa direzione che le posizioni di Morsi si sono mosse, ma è chiaro che anche se ci fosse stato un laico e non Morsi alla guida della presidenza gli effetti sarebbero comunque gli stessi.

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