[Fotogallery] Il villaggio degli zabbaleen: il trattamento dei rifiuti a mani nude. Affari anche per una compagnia italiana

Lorenzo Giroffi

Qui la prima parte del reportage dal Cairo

Continuo ad annaspare col fiato ed a cercare l’angolo d’azzurro di cielo più vicino al mio capo, per fingere di evadere da questa cappa di suoni, sguardi curiosi ed infastiditi. In questo scenario assolutamente piano, cerco di scrutare in alto, oltre i palazzi dalle finestre che accolgono i sacchi di spazzatura e quelli ancora più in alto dai vestiti stesi, dai balconi colorati e le dimore che vivono al di là di questa fabbrica della spazzatura. Radio con le antenne arrugginite, ma le casse ben funzionanti, fanno rimbombare comunque musica, per battere il tempo delle giornate di questo posto.

Ci sono torri altissime in legno, poche e lontane tra di esse: svettano su tutto il villaggio. Un ragazzo, mentre passeggiamo e passiamo da un lato all’altro della strada, per fa passare i mezzi pieni di sacche, mi si avvicina, dopo aver notato il mio sguardo verso l’alto. Mi chiede qualcosa come dieci pound egiziani, così da visitare la torre e soprattutto avere una vista panoramica sul Cairo: come se fosse un’attrazione quell’ammasso di legno traballante, issato su cumuli di rifiuti. Accetto perché sono curioso di capire dall’alto quale sia la prospettiva. Mi accompagna uno sciame di ragazzini, su per questa scala che s’incastra nel centro della torre, per percorrerla fino alla sua estremità.

Zaino, telecamera e piedi troppo grandi per i gradini sgangherati di questa scala. Ignorando il vuoto sotto, arriviamo su, dove il ragazzo che mi ha adescato cura un allevamento di piccioni. Ci sono voliere e tavole non proprio stabili. Prima di guardare il panorama penso al fatto che la mia visita possa terminare con il crollo goffo di questa torre ed una morte tragicomica tra la spazzatura da riciclare.

Il silenzio ed il cielo da quassù possono essere afferrati. I monti stendono il Cairo, che mi si prospetta piena di tetti, strade ombrate, polvere ed un incredibile odore di quotidiano orizzonte, mentre se spingo il mio collo a strapiombo c’è la routine lavorativa che ormai mi sembra assolutamente normale: una donna dal foulard rosso nei capelli ruota le sue mani tra spazzatura e speranze, mentre un cane è tramortito su una montagna di buste.

È una meraviglia che sa di finzione guardare questo panorama. Ripercorro la scala al contrario e scendo.

Chiedo nuovamente delucidazioni a Bakhit Mettry, dell’organizzazione non governativa “Environment A.P.E.”, del ruolo delle compagnie private estere che hanno trovato accordi finanziari con l’Egitto per la gestione dei rifiuti.

 Nella sostanza gli zabbaleen, dato che non sono aiutati dalle autorità egiziane, raccolgono e riciclano grazie ad accordi stipulati con le compagnie straniere?

<<Le compagnie spagnole FCC ed Urbaser Enser, assieme all’italiana AMA Arab Environmental Company, entrarono nel bel mezzo della privatizzazione del sistema di raccolta dei rifiuti. Naturalmente la nostra comunità si sentì tagliata fuori ed a quel punto legittimata a compiere boicottaggio verso le compagnie private che arrivarono qui per compiere tale lavoro. Dopo qualche anno però queste ditte, che avevano ottenuto l’appalto, dovettero concedere anche agli zabbaleen un subappalto, in grado di coordinare il ciclo dei rifiuti. È un accordo informale, che però integra la nostra comunità all’interno del sistema, collaborando con tali società, a seconda delle zone della città, nella raccolta, nello smaltimento e nel trattamento. Le imprese pagano a noi un subappalto, che non comprende assicurazioni sociali o mediche, ma che assicura un lavoro ed un buon business a tutte le famiglie>>.

Incredibilmente l’altalena di sensazioni ancora non si è fermata. Bakhit vuole mostrarmi l’ennesima contraddizione di questo posto. La cornice di tali monti, oltre a contenere il villaggio, i suoi odori, sudori e lavoro dalle considerazioni ambigue, tra il buon senso del riciclaggio e lo sdegno per le condizioni lavorative, custodisce anche la chiesa più grande del Medio Oriente: il monastero di San Simone.

Ci lasciamo il lavoriccio alle spalle, imbocchiamo l’ennesimo viale, che questa volta però è organizzato oltre ogni canone di ordine, tra ghiaia ed addirittura bidoni della spazzatura.

La minoranza copta qui è maggioranza, anche se dentro questo spiazzo silenzioso, che sembra un miracolo rispetto a qualche passo dietro, ospita pure bimbe musulmane, che giocano a palla facendo svolazzare nell’aria il loro velo. La struttura enorme contiene anche un anfiteatro che può ospitare fino a ventimila persone. Tutto ricavato dalla cava di una montagna, con bombe esplose, secondo la leggenda, nel primo giorno di Ramadan del 1975, per provocare chi in tutto il resto del Paese è maggioranza.

Immagini sacre, scritte bibliche: tutto incavato nella montagna. In una pulizia che oltre a rilassarmi mi pone domande.

Mi riparo nell’anfiteatro per qualche minuto. In attesa di ritornare a combattere con la strada, mettermi alla ricerca di un essere che somigli ad un tassista e smettere di fare domande su cosa possa essere lecito e cosa giusto. Gli zabbaleen riciclano. Lo fanno così, ma è il loro lavoro, la loro sussistenza. Le compagnie estere invece, che stringono affari e che godono della conoscenza di questa comunità, potrebbero forse cooperare, affinché il lavoro sia sempre qualcosa di dignitoso e non di viscidamente necessario.
 Mokattam potrebbe essere un posto dove i rifiuti smettano di essere un problema, visti i numeri elevatissimi di recupero del materiale. Questo bisogna farlo tutti assieme, non sulla pelle di chi lavora con la spazzatura.
Di seguito la fotogallery completa
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