[Fotogallery]FOCUS/Africa: Il Comitato di Pace di IRA Mauritania, difesa nonviolenta e lotta anti-schiavitù

Domenico Musella

Non distogliamo l’attenzione dalla Mauritania e per questo intervistiamo Ivana Dama, attivista italiana e portavoce europea di IRA Mauritania, l’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abrogazionista.

 

A questo link trovate una suggestiva fotogallery a cura dell’Ufficio per l’Italia di IRA Mauritania

 

Ivana, tu che sei tornata da poco da una missione nel Paese, cosa ci racconti della situazione lì in questo momento?

Ho effettuato questo breve viaggio da sola nel Paese, in particolare nella zona di Atar a nord-ovest, e sono dovuta essere molto accorta a non far trapelare i miei spostamenti poiché dal momento del primo arresto di Biram Dah Abeid e di altri attivisti dell’IRA, nel 2010, sono un bersaglio diretto dei servizi segreti mauritani per la mia attività di volontaria, come accade per altri attivisti. Attraverso facebook e le email ricevo minacce, come ad esempio foto e frasi che mi accusano di essere una spia di Israele! Ci importunano soprattutto adesso che IRA sta provando ad ottenere un riconoscimento istituzionale per uscire dalla clandestinità, cercano di scoraggiarci. Per fortuna abbiamo il sostegno di Amnesty International Italia, che ci ha aiutato tantissimo per la nostra tutela, oltre che per la liberazione di Biram nel 2012. Questo ci permette nonostante tutto di continuare a impegnarci, perché comunque quello che rischiamo noi “difensori dei difensori di diritti umani” lavorando da qui in uno stato “libero” non è nulla in confronto a coloro che stanno sul posto, e che rischiano davvero la loro vita continuamente.

Nel Paese c’è fermento, anche grazie all’attività dell’IRA. Con l’impegno anti-schiavitù si è risvegliata anche la coscienza dei lavoratori, da qualche tempo il movimento sta appoggiando anche la lotta degli operai del porto della capitale Nouakchott che lavorano in condizioni disumane, senza servizi come l’infermeria, per meno di 1 euro al giorno. Questo perché l’IRA si occupa non solo dell’etnia harratin in catene, ma porta avanti una battaglia di civiltà tout court. Il 27 aprile c’è stata una giornata di commemorazione ad un anno esatto dal rogo dei libri del codice malikita (a sinistra una foto di Biram Dah Abeid in quell’occasione, di cui abbiamo parlato qui, ndr), con una manifestazione pubblica nel quartiere K10. C’è ancora la necessità di spiegare il perché di questo gesto provocatorio e disperato, che è stato seguito da una durissima campagna mediatica che tacciava l’IRA di apostasia. Proprio per questo reato Biram e gli altri attivisti hanno subito il carcere, oltre a torture psicologiche e fisiche, che mi hanno raccontato direttamente e che sono avvenute soprattutto quando li hanno spostati nella prigione più piccola, lontano da Nouakchott.

Qualche mese fa è stata organizzata una carovana, un tour di due mesi in giro per tutta l’estesissima Mauritania, sempre per spiegare alla gente le ragioni dell’IRA, che dopo il famoso rogo il governo ha bollato attraverso la televisione, e soprattutto la radio, come un movimento di pericolosi miscredenti da condannnare a morte. Tant’è vero che nei primi giorni di incontri nei villaggi, la gente dubitava del messaggio di Biram e dei volontari, accogliendoli con grida del tipo “Al patibolo!”. Questa iniziativa è servita comunque a far conoscere questa lotta di giustizia: da un anno a questa parte la situazione è sicuramente migliorata. E questo lo dobbiamo anche al grande lavoro dei giovani del Comité de Paix, che organizza queste iniziative pur non avendo mezzi.

 

Ci parli di questo Comitato di Pace che sei andata a sostenere? Come nasce, perché, cosa fa?

Il Comitato di Pace per la difesa dell’IRA e di Biram nasce in maniera del tutto spontanea intorno a tre o quattro giovani legati a Biram Dah Abeid, il primo personaggio pubblico del Paese che ha parlato alla gente di consapevolezza del diritto e di legge, il primo a usare il termine diritti umani. Questi ragazzi del suo quartiere, incuriositi e attirati da un personaggio che non era “famoso” ma era sicuramente carismatico e molto colto, pur avendo studiato in ritardo e con tutte le difficoltà derivanti dall’essere figlio di una schiava affrancata, hanno cominciato a incontrare e conoscere meglio Biram. Dopo le sue denunce sulla schiavitù, a causa delle quali è stato estromesso e marginalizzato dallo Stato, per una cui commissione dei diritti umani ha anche lavorato, Biram Dah Abeid ha cominciato la sua attività anti-schiavista con l’IRA e questi ragazzi hanno deciso di accompagnarlo fisicamente nelle varie attività, come quelle di denuncia e di affrancamento di persone ridotte in schiavitù. Loro sapevano che questo genere di attività erano ad alto rischio, e a partire da due anni fa (poco prima del primo arresto del 2010) hanno deciso di affiancare Abeid e compagni. Si sono dati dei turni per sostenere queste attività dando una testimonianza concreta di vicinanza, come per dire “non siete soli”. Man mano il Comitato si è diffuso anche nelle università, i giovani si sono progressivamente organizzati, anche se finora non si sono mai formalizzati, a differenza dell’IRA che invece ha uno statuto, pur lavorando clandestinamente. Ad ottobre 2013 ci dovrebbero essere le elezioni e si spera che un’opposizione che guardi realmente ai diritti umani, come quella che si sta costruendo anche attorno alla partecipazione di massa dell’IRA, acquisti consensi e possa aiutare nella legalizzazione del movimento, impossibile sotto il regime attuale. In caso di riconoscimento ufficiale dell’IRA, che nonostante il grande seguito e le richieste di molti simpatizzanti che vorrebbero diventasse un partito ha la ferma intenzione di restare un grassroots movement, verrà legalizzata anche la struttura del Comité de Paix.

 

Al di là della difesa personale di Biram, della famiglia allargata e dell’IRA, quali sono le altre attività di questo comitato?

Loro si definiscono i “muscoli del movimento”, fanno un po’ di tutto. Organizzano le azioni dell’IRA, fanno per esempio da autisti e guardie del corpo non armate, portano cibo alle vittime della schiavitù affrancate, curano l’aspetto burocratico… Hanno messo su squadre di simpatizzanti, praticando uno sport di pace che piace molto ma che è difficile praticare. Sono impegnati come il resto del movimento nel recupero degli affrancati, nel loro reintegro nella società dopo la schiavitù, che passa ad esempio per l’alfabetizzazione, anche degli adulti, che restituisce dignità e diffonde la pace. Ma sono anche l’anima e il megafono dell’IRA. Molte idee partono da lì, e ultimamente stanno diffondendo la lotta abolizionista creando anche momenti di socializzazione, che si realizzano ad esempio anche con tornei di calcio. Pur facendo un grande lavoro sono molto umili, e mi fa sempre piacere parlare di loro anche se non me lo hanno mai chiesto, anzi hanno quasi vergogna! Il loro lavoro sul campo, poi, a quanto mi diceva Yacoub Diarra, che è presidente del Comité, sta dando i suoi frutti. Da qualche settimana stanno ricevendo visite da molti giovani di vari quartieri di Nouakchott che chiedono come fare per aprire gruppi locali di IRA. Vogliono essere informati, ed è qualcosa di straordinario: ragazzi dall’esterno che spingono per partecipare ad un movimento nonviolento che di fatto è ancora clandestino.

 

Il Comitato si è mai trovato in situazioni di minaccia armata o aggressione? Come intervengono praticamente in questi casi, da gruppo nonviolento?

Sì si sono spesso trovati in situazioni di bagarre e sono stati spesso aggrediti dalle forze dell’ordine, incassando colpi di manganello e gas lacrimogeni. Ma hanno sempre risposto incrociando le mani dietro la schiena, reclamando il rispetto della legge. Proprio recentemente, nel quartiere Ksar di Nouakchott, mentre facevano una manifestazione pacifica fuori al commissario dove avevano presentato il dossier che denunciava una maîtresse, una schiavista, in quell’occasione sono stati aggrediti con dei lacrimogeni e quattro di loro sono stati tenuti per un giorno e mezzo in carcere, ammanettati. Ma non hanno mai cercato lo scontro, né hanno mai voluto utilizzare le armi, sono un movimento di pace. Tra l’altro, l’Ira non ha neanche assolutamente accesso a fonti di finanziamento tali da potersi permettere armi, nonostante il governo e l’intelligence stiano facendo un lavaggio del cervello ai mauritani diffondendo la notizia che l’IRA sarebbe finanziata da Israele, qualcosa di assurdo, conoscendo le politiche di apartheid di Tel Aviv. Questo ti fa capire inoltre che nei servizi segreti e al potere c’è gente incompetente, ignorante e corrotta. Tornando al Comitato, la nonviolenza è un aspetto importante, è il loro metodo di lotta, e chiedono a noi sostenitori all’estero una formazione e materiali sulla pratica nonviolenta, rispetto alla quale cerchiamo di supportarli.

Coerentemente con questa linea di lotta pacifica, sottolineano sempre che non stanno portando avanti un discorso di tutela della sola etnia harratin, quella vittima dell’apartheid e che subisce la schiavitù. Loro sono per i diritti e la libertà di tutti, anche dei (pochissimi) arabo-berberi al potere privi di diritti, che sarebbero i “nemici”. Una delle critiche rivolta a loro è che vorrebbero impossessarsi del potere, cercando per loro, il 40% della popolazione, dei privilegi. E invece loro ripetono sempre che lo scopo è rendere libera e giusta la Mauritania nel suo insieme, non solo per i nero-africani, perché la Storia deve insegnare a non ripetere gli stessi errori del passato, a non riproporre divisioni, a non passare per lo scontro. Anche perché scindere etnie e religioni e metterle contro fa il gioco del potere. Anche per questo hanno scelto di chiamarsi “Comitato di Pace”.

 

Quali sono le prospettive di questo Comitato?

C’è ancora tanto da fare, e gli attivisti ci chiedono ancora molto supporto da parte di noi che siamo all’estero, anche a livello di presenza fisica. Ci chiedono di tornare presto, e numerosi. Continuano assolutamente a rimanere fedeli alla linea della nonviolenza. Non hanno strumenti, vorrebbero studiare e stare al passo coi tempi, ma non hanno praticamente neanche finanziamenti se non da qualche simpatizzante. Soprattutto, hanno voglia di costruire ponti. La clandestinità e l’invisibilità li costringono al silenzio, e un potere corrotto, sia quello religioso che quello governativo, li perseguita e li opprime. Tuttavia la situazione lentamente sta cambiando, si sono resi conto di stare sulla linea giusta, basata su una strategia che inoltre è indolore per tutti perché nonviolenta. Continuano ad essere minacciati, continuano a essere bersagliati dai media locali, sono costretti a lavorare segretamente come se fossero dei terroristi. C’è bisogno di parlare tanto ancora di loro e che si faccia qualcosa insieme. Anche solo andarli a trovare significa dare un messaggio al governo attuale, dimostrando che non si ha paura ad andare nel Paese. Aver paura fa il gioco del governo schiavista che viola le norme del diritto internazionale.

Infatti, una delle cose su cui punta molto il movimento abolizionista è fare pressione affinché organismi come l’Unione Europea rivedano gli accordi internazionali con la Mauritania. I soldi destinati dai programmi europei di fatto scompaiono, vanno di fatto ai poteri forti che praticano la schiavitù e la legittimano. Gli stessi libri bruciati sono rivisitazioni strumentali del diritto islamico, che non hanno niente di sacro, in cui hanno scritto che per andare in paradiso bisogna stare a sentire il maître, obbedire ai voleri del padrone. Questo non ha nulla ha che fare con l’islam e il Corano, ma ha giustificato i cinque mesi di prigione che hanno dovuto scontare gli attivisti IRA. A riprova di quanto la schiavitù non c’entri nulla con l’islam, tra i prigionieri torturati c’era anche un imam, peraltro portatore di handicap. Ci tengo a dire che gli attivista dell’IRA sono musulmani praticanti che lottano per il recupero del vero islam, che è un islam di pace e nulla ha a che vedere con lo schiavismo.

È interessante che molti giovani anche arabo-berberi si stanno avvicinando all’IRA, consapevoli di quello che fanno i loro padri e i loro nonni. Inoltre, si stanno facendo spazio nel movimento, oltre ai giovani, anche le donne. E questo è un fattore molto importante. Il tema centrale resta l’istruzione. Tra le loro richieste c’è l’apertura di scuole, che non siano solo coraniche, per avere una formazione multidisciplinare. Collegato a questo, un ostacolo per la comunicazione è la lingua: la maggior parte parla solo il dialetto arabo hassaniyya, solo alcuni conoscono il francese, ancora di meno sono quelli che parlano inglese. Stanno cominciando ad accedere alla rete con telefonini di ultima generazione e ad affacciarsi sui social network, che per loro sono un enorme spazio di libertà che può farli uscire dall’isolamento, lì ancor di più che nei Paesi delle cosiddette “primavere arabe”. Fondamentale è dar loro fiducia.

 

Come procede questa attività di supporto dall’estero, ci sono passi avanti?

Nei primi di maggio si assegnerà un importante premio per i difensori diritti umani a Dublino, ed il presidente dell’IRA Biram Dah Abeid è tra i finalisti (il 3 maggio, come abbiamo riportato, è risultato vincitore del premio, ndr). In quell’occasione verranno presi contatti per continuare a far pressione  all’estero, saranno presenti diverse personalità internazionali. Fonte anche di finanziamento per vittime affrancate, ottica di comunità. La comunità internazionale sta venendo a conoscenza della situazione della Mauritania, e questo grazie all’attività dell’IRA nel mondo. Tutti noi volontari abbiamo rischiato tanto, ma ne è valsa la pena. In particolare la nostra sezione italiana si differenzia per il fatto che, diversamente da altre sezioni europee, non ha nessun volontario mauritano. La diaspora non è forte in Italia, e questo mostra ancor di più che facciamo la nostra attività in maniera disinteressata. C’è stato un bel lavoro di squadra, la mossa chiave per l’IRA è stata quella di uscire dalla Mauritania: facendo conoscere quella realtà e creando ponti si sta quasi raggiungendo l’obiettivo “basta schiavitù”. L’omertà non avrebbe portato a niente. Torno a ribadire che è importante che noi europei andiamo lì, anche per portare a nostra volta informazione. Anche perché molti di loro vogliono venire in Europa perché ne vedono con la televisione e i media solo con il lato positivo. Sognano la libertà, ma molto spesso, visto il trattamento che riserviamo da noi ai migranti, si trovano a subìre una doppia violazione dei loro diritti: vittime di razzismo su tutte e due le sponde del Mediterraneo.

 

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