Francia, le ferite aperte della guerra d’Algeria

Domenico Musella

Se vi capita di passare per Parigi, fate un giro verso il pont Saint-Michel. Se cercate un po’ troverete, un po’ nascosta su un muretto basso prima delle scale che scendono verso uno dei quais, una piccola targa. Commemora laconicamente «i numerosi algerini uccisi nella sanguinosa repressione della manifestazione pacifica del 17 ottobre 1961». Il sindaco Delanoë (prossimo all’uscita di scena: nella prossima primavera si vota nella capitale francese, ndr) l’ha voluta nel 2001, con una descrizione che rappresenta effettivamente i soli aspetti ufficialmente chiariti di questo triste episodio. Fino allo scorso 17 ottobre questo freddo rettangolo metallico è stato anche l’unico riconoscimento ufficiale da parte di un’autorità francese della strage di 51 anni fa. Poi è arrivato François Hollande e ha dichiarato in un altrettanto freddo comunicato stampa che «la Repubblica riconosce con lucidità quanto accaduto» e che «il Presidente rende omaggio alle vittime».

Proviamo a ricostruire con poche parole cos’é successo in quella data. Siamo in piena guerra d’Algeria, il conflitto per l’indipendenza da una potenza coloniale più lungo della Storia, che ha visto fronteggiarsi per ben otto anni (1954-1962) la Francia e le forze ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). Si combatte non solo sull’altra sponda del Mediterraneo ma anche nella Francia «metropolitana» (ricordando che l’Algeria all’epoca non era propriamente una colonia, bensì un dipartimento dello Stato transalpino, a tutti gli effetti suolo francese). Il Fln è presente anche a Parigi e dintorni, dove sono tanti i residenti algerini. Le autorità di polizia decidono un coprifuoco riservato solamente alla popolazione algerina, che ovviamente non ci sta e spinta dal Fln decide di ribellarsi. Viene così organizzata una grande manifestazione da svolgersi nelle vie più grandi della capitale francese, deliberatamente pacifica, senza né armi, né urla, né striscioni, né bandiere. Solo decine di migliaia di algerini (la forbice delle varie stime va dai 15.000 ai 30.000 manifestanti) che silenziosi camminano contro il coprifuoco e per la fine della guerra. Una violenza cieca e folle si abbatte però sui manifestanti nei pressi di place Saint-Michel: le forze dell’ordine non si limitano a disperdere la folla ma manganellano, aprono il fuoco su chi sfila, secondo varie testimonianze addirittura gettano persone dai ponti nella Senna. I morti, secondo le ricostruzioni di alcuni storici, sarebbero stati almeno un centinaio, ovviamente tutti algerini. I feriti è impossibile contarli e numerosi sono stati anche gli scomparsi. [Qui potete vedere il trailer del film-documentario di Yasmina Adi uscito nel 2011]

Una storia dimenticata

Da quella sera in poi un silenzio pressoché totale ha avvolto la vicenda. Un gruppo del Comitato per la Pace in Algeria provò a lasciarne una traccia qualche giorno dopo, apponendo su un muraglione che dà sulla Senna la scritta «Ici on noie les Algériens» (Qui si annegano gli Algerini), prontamente cancellata. Una nuova manifestazione indetta il successivo 1° novembre per vendicare la strage fu anch’essa repressa con la violenza. In 51 anni poco o nulla si è fatto. Dalle istituzioni nessun riconoscimento ufficiale prima di quello di Hollande. Nel 1999 su volontà del Primo Ministro Jospin si è sdoganata ufficialmente in Parlamento l’espressione «guerra d’Algeria» (fino ad allora nei documenti si era parlato solo di «avvenimenti») e si è avuta una limitata apertura di alcuni archivi. Sono spuntati fuori i primi numeri sui morti, molti di più dei 3 per regolamenti di conti interni agli algerini che furono dichiarati dal prefetto di polizia Maurice Papon, colui che diede materialmente l’ordine agli agenti di reprimere la dimostrazione. Sono fuoriuscite situazioni strane, come l’esageratamente alto tasso di decessi con la motivazione di «crisi cardiaca» registrato nell’ospedale di Nanterre nella sola notte tra il 17 e il 18 ottobre 1961, un tentativo di insabbiare già da allora le violenze di Stato.

I conti con la memoria

Nel 2002 all’Assemblea Nazionale viene presentata una proposta di legge per istituire una giornata della memoria per le vittime civili e militari della guerra d’Algeria e dei combattimenti in Tunisia e in Marocco. La data scelta è il 19 marzo, che si riferisce alla firma nel 1962 degli accordi di Évian che segnarono l’inizio della fine della guerra e successivamente l’indipendenza dell’Algeria. Approvata non senza un polverone di polemiche dalla maggioranza socialista, la proposta viene insabbiata per dieci anni e non passa all’esame del Senato prima della fine di ottobre 2012. La nuova maggioranza ha approvato ad inizio novembre il testo, istituendo la giornata. Il 51esimo anniversario, il riconoscimento della repressione del 17 ottobre 1961 e la discussione su questa proposta di legge hanno però infiammato gli animi.

L’Ump (Union pour un Mouvement Populaire), il partito di centrodestra che proprio in queste ore ha in atto una crisi al suo interno per l’esito incerto delle primarie, si è detto fortemente contrario, ha votato contro la proposta di legge e farà ricorso alla Corte costituzionale. Stessa cosa valga per larga parte dei centristi, oltre che per il Fronte Nazionale dei Le Pen. Quello che si condanna è l’atteggiamento di repentance (pentimento) che tale giornata rappresenterebbe, a maggior ragione perché il 19 marzo sancì l’accettazione dell’indipendenza dell’Algeria e perché scontri e violenze continuarono anche dopo quella data. Inoltre Hollande, che si recherà in visita ufficiale ad Algeri a dicembre, è accusato di aver spinto strumentalmente su questo provvedimento proprio in questo periodo. Aldilà delle posizioni in Parlamento un enorme dibattito è in corso nella società e nei media francesi. Nel 51esimo anniversario della repressione, il Collettivo 17 ottobre 1961 ha manifestato a Parigi proprio sul pont Saint-Michel, chiedendo scuse ufficiali, l’apertura completa degli archivi, una commissione indipendente d’inchiesta sul massacro, il perseguimento penale dei responsabili ancora in vita e l’inserimento nei programmi scolastici di questo avvenimento storico.

Le ferite aperte e il colonialismo

Si sa, riconciliarsi con il proprio passato e mettersi in discussione non è mai semplice. Anche per l’Italia possiamo citare un elenco lughissimo di questioni storiche ancora aperte, che vanno dalle Foibe fino alla cruenta repressione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, passando per le stragi di Stato degli anni di piombo. In Francia, la questione della guerra d’Algeria è molto delicata e, come dimostra la querelle sulla commemorazione e il riconoscimento della strage del 17 ottobre 1961, ancora irrisolta e attuale. Si ha paura di far luce su un periodo storico che è alla base della stessa struttura statale in vigore oggi, la Quinta Repubblica. Non si vuole contestare il padre della patria de Gaulle che, al potere in quella circostanza, non può non figurare tra i responsabili della repressione insieme ad altri alti dirigenti. I socialisti e la sinistra non sono esenti da colpe, per non aver rotto il silenzio da subito ed aver appoggiato quella sorta di “divieto” di ricostruire bene una Storia scomoda per la grandeur dello Stato, ma che potrebbe rappresentare invece una grande occasione di giustizia e riconciliazione.

E non è una mera questione di libri di Storia, tutt’altro. Tabù e questioni irrisolte del periodo coloniale, ad esempio, sono uno dei sottintesi, dei “non detti” che ancora pesano, ad esempio, sulla piena integrazione della comunità musulmana nell’Esagono, problema che periodicamente rispunta con le polemiche sulla laicità, sul cibo halal, sulle vignette di Maometto etc. Il colonialismo, o meglio il postcolonialismo, sono ancora d’attualità anche, ad esempio, nei rapporti con il Maghreb e con il continente africano. Non dimentichiamo il grande supporto dato dall’establishment francese a Ben Ali, dittatore oggi deposto di una sua ex colonia, la Tunisia. Non dimentichiamo che nell’Africa subsahariana, e non solo, la Francia ha grandissimi interessi economici e politici, che denotano un rinnovato atteggiamento da potenza coloniale. Molti despoti della regione sono al potere grazie all’appoggio di Parigi (e anche di altre potenze europee). La tanto osannata autosufficienza energetica della Francia è possibile solo grazie ad una politica praticamente coloniale in Niger, dove si estrae l’uranio necessario per le centrali nucleari. E si potrebbe andare ancora avanti. Il non capire la Storia, il non fare giustizia è causa di guerre, razzismo, colonialismo e altri mali dell’umanità: in Francia, come altrove, faremmo bene ad impararlo.

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  • alpino

    Grazie per questa informazione. Sull’argomento consiglio di vedere un film bellissimo di Michael Haneke, Cache (Nascosto), del 2005.

    • FirstLinePress

      Grazie a te per la segnalazione! Cercheremo e vedremo il film senz’altro.