Freedom Flotilla. Un processo kafkiano al Tribunale di Istanbul

di Luca Tincalla @lucatincalla

Due settimane fa mi è arrivato un messaggio da Manolo Luppichini. La settimana prossima arrivo in Turchia, c’è il processo Freedom Flotilla a Istanbul e l’IHH (İnsan Hak ve Hürriyetleri İnsani Yardım Vakfı), il gruppo di attivisti turchi che era a bordo della MV Mavi Marmara, mi ha invitato a deporre. Conoscevo per caso un traduttore? Il mio turco non era poi così male, mi sono proposto di aiutarlo. 

Una settimana dopo Manolo è arrivato. Mi ha mandato un messaggio nel quale diceva che il processo Freedom Flotilla sarebbe cominciato il giorno dopo, il 10 di ottobre, presso il Tribunale di Istanbul (Istanbul Adalet Sarayı) e che lui avrebbe parlato alle dieci e trenta, forse dopo, sicuramente non prima. Prenditela comoda, ha detto, l’IHH ha trovato un traduttore. Bene, ho risposto. Mica tanto, il tizio fino a un giorno fa faceva la guida turistica, o giù di lì. E dentro di me mi sono augurato che non fosse un tizio tipo quello che l’inverno prima era stato chiamato in una trasmissione dove si parlavano delle liaison tra il caso italiano di Gladio e quello turco di Ergenekon, poiché allora il tizio-traduttore non aveva tradotto nulla e la scena muta aveva lasciato basiti sia l’ospite italiano sia i mecenati turchi che l’avevano assunto. 

E così sono andato al processo. Il Tribunale di Istanbul è uno dei più grandi al mondo, diciotto blocchi con un minimo di quattro e un massimo di diciannove piani, con un’area di 343.000 metri quadrati. Un mostro. Come la legge che in teoria è uguale per tutti e poi sapete bene come va a finire ’sta storia. Mentre attraversavo il ponte che collega la linea di trasporto urbana al tribunale, comunque, mi sono accorto che l’atmosfera non era proprio delle migliori. E questo non aveva niente a che vedere con la perturbazione, un anticipo d’inverno, che da nord affliggeva Istanbul da giorni. Difatti questa perturbazione era dovuta a un manipolo di “rivoltosi” che manifestava contro l’intervento militare in Siria e contro le idee imperialiste del primo ministro. Così c’era scritto, più o meno, nel loro unico striscione. Già, saranno stati una ventina al massimo e la polizia (in tenuta antisommossa) contava minimo il doppio delle unità più un Toma pronto per ogni evenienza; ecco la perturbazione. Sono passato oltre fischiettando, ho attraversato il metal detector posto all’entrata del tribunale spogliandomi di tutti i miei averi e, senza suonare, sono entrato nel braccio della legge. Dura lex sed lex, il lesso è duro ma è pur sempre lesso, un urlo di un poliziotto mi ha fatto ricordare che gli oggetti che avevo posto sul nastro trasportatore me li potevo anche riprendere. Meno male. 

Al banco informazioni ho chiesto dove si trovasse l’aula del processo Freedom Flotilla. Che? ha risposto l’impiegato. Freedom Flotilla, ho ripetuto scandendo bene le sillabe. Che? Le navi che sono state assaltate a largo di Israele, ho provato a spiegare. Ah, ha detto lui, la MV Mavi Marmara. Sì, quella era una. Il processo Mavi Marmara si trova al secondo piano. In che aula? ho domandato con un sorriso. Boh. Ho ringraziato lo zelante impiegato e, dopo vari sbagli di piano e sezioni, sono arrivato al secondo piano, quello giusto. E sono entrato nell’aula sette, quella del processo Mavi Marmara. Ma che fine avevano fatto le altre cinque navi della Freedom Flotilla? Perché qui il processo era per una nave sola? Con queste domande in tasca mi sono appoggiato al muro, non c’era una sedia disponibile, l’aula era gremita come si stesse giocando un derby. 

Manolo, ho saputo presto, aveva già rilasciato la sua dichiarazione. Alle nove e mezza, per essere precisi, era stato il primo a parlare. Mi ha fatto segno di avvicinarmi al banco dei testimoni, io mi ero fermato tra i facinorosi del pubblico. Sei sicuro che posso? gli ho chiesto con un’occhiataccia. Vieni, mi ha risposto basculando quattro dita. Com’è andata? ho chiesto sottovoce dopo aver fatto uno slalom speciale tra il pubblico devoto. Bene, il traduttore ha fatto pochi disastri o almeno ne ha fatti di meno in italiano che in inglese. Cioè? Ascolta con le tue orecchie. 

Adesso alla sbarra c’era Kenneth O’Keefe un’attivista irlandese-palestinese che era a bordo della MV Mavi Marmara. Ken stava raccontando quello che era successo e il traduttore non sempre riusciva a cogliere quel che diceva. Certo che le dichiarazioni erano terribili. Per esempio: “Ci hanno attaccato, via mare e via aerea, quando il muezzin a bordo chiamava alla prima preghiera. I soldati israeliani si arrampicavano sulle fiancate della nave o scendevano alla cieca con delle funi dagli elicotteri. Dopo aver preso le armi ad alcuni soldati israeliani avremmo potuto ucciderli, ma non l’abbiamo fatto per non sederci dalla parte del torto. I feriti, sia nostri sia i loro, li abbiamo curati un’infermeria improvvisata. Io stesso ho separato le armi dai proiettili, non ho buttato a mare niente e le ho nascoste in posti diversi. Ero convinto che tutto dovesse servire come prova. Un giorno, forse, ci sarebbe stato un processo per pirateria e aggressione in acque internazionali”. 

Dopo Ken ha parlato un altro attivista al quale gli israeliani avevano sparato dall’elicottero. Come ricordo aveva un polmone perforato e una storia da raccontare, terribile il pezzo quando i soldati israeliani lo prendono ferito da terra, gli infilano dei fucili sotto le ascelle e lo costringono a camminare. E poi è suonata la campanella, l’intervallo, perché il nastro con il quale si stava registrando “Metti anche tu una giornata in procura” era finito ed era arrivato il momento di fare una pausa. Gli altri testimoni sarebbero stati sentiti dopo un’ora e ci sarebbe stato il momento clou del ricordo delle nove persone che nella MV Mavi Marmara avevano perso la vita, così almeno ho capito nel parlottare tra i vari avvocati che partecipavano al processo. 

E così, con Manolo, Ken e la scorta degli attivisti dell’IHH, siamo usciti dall’aula. E, nell’uscire, non ho potuto fare a meno di notare che le donne velate sedute nelle prime file, presumibilmente le vedove, avevano un contegno incredibile. Imperturbabile. Impassibile. Forse in tre anni avevano metabolizzato il dolore della morte dei loro cari, forse si erano aggrappate alla fede, in ogni caso a me la loro calma olimpica metteva una grande paura. Pensieri.

Nello spiazzo davanti al tribunale i canti di protesta erano finiti e i venti attivisti si erano ridotti a quattro gatti; questi, tuttavia, rimanevano eroicamente circondati da una quarantina di poliziotti. Ho guardato le persone con le quali ero uscito, tutti sembravano far finta di nulla tranne Manolo che con gli occhi cercava di farmi domande che non ho mai saputo. Ken che fino a un minuto fa si era battuto fieramente per la libertà… come faceva a non vederli? A non sentirli? Ma possibile che l’attivista Ken non si rendesse conto della scena? Può darsi che a distrarlo siano stati due palestinesi in doppiopetto blu – con sorrisi falsi come il gatto e la volpe – che gli hanno chiesto se voleva partecipare a un processo in Palestina contro lo Stato di Israele. A Manolo gli è andata peggio poiché è stato solo intervistato da un’emittente, Hispania tv, alla quale ha frantumato per errore la telecamera alla fine dell’intervista, e dal giornale turco Zaman, e così finalmente ho fatto da traduttore. In entrambe le interviste Manolo ha posto l’attenzione sulla Palestina, dimenticata tra le parole del processo, e ha detto che aveva paura delle (false) scuse che Israele aveva fatto alla Turchia per mettere a tacere tutto, poiché il rischio era quello che si travisasse il motivo, quello vero, per il quale la Freedom Flotilla era partita: per aiutare le persone che vivevano nella Striscia di Gaza. 

Siamo andati a mangiare, il lauto pranzo a base di polpette e spremute d’arancia è stato gentilmente offerto dai potenti mezzi dell’ONG, cioè l’IHH. La cosa interessante è che finalmente ho potuto conoscere delle donne velate che parlassero altre lingue fluentemente. Già. In generale non era così, per me, poiché (quasi) tutte quelle che avevo conosciuto fino allora parlavano solamente il turco o al massimo l’inglese in maniera maccheronico (come si dice in Turchia); e la cosa sorprendente è stata che la maggior parte di queste diceva di essere curda. Poi Manolo è  tornato al casermone ed io sono andato a guadagnarmi il pane quotidiano. 

In un mondo ideale non ci sono le guerre. Non ci sono differenze tra le donne e gli uomini. Non ci sono né poveri e ricchi né classi sociali. In un mondo ideale. Ma anche nel nostro mondo particolare, quello di persone che combattono per dar voce a chi non ce l’ha, per aiutare chi è diverso, e tante altre belle cose a partire dal diritto alla vita di ogni individuo, ci sono forti discriminazioni. La più forte – che non è così ovvia – è che nel partecipare a una lotta, si seleziona e se ne scarta una possibile altra. Certo non si può partecipare al dramma universale della vita umana, ma in questi giorni mi sono accorto di come partigiani si possa essere, inconsapevolmente. L’ho scoperto da quando ho cominciato a partecipare con la testa, al posto che con la pancia; ma questo non significa che non si deve partecipare istintivamente, tutt’altro, è una questione di tempo e di scelta. In effetti, è un po’ il cane che si morde la coda questo ragionamento, ma il fatto è che c’è sempre un capo e una coda e non bisogna mai scordarsi di usarli entrambi; e pace agli uomini di buona volontà se la punizione di Dunga non scenderà come una spada di Damocle sulla testa del portiere ma colpirà un difensore in barriera.

Se l’IHH ha sostenuto la Palestina l’ha fatto per i suoi motivi, erano così nobili e puri? Perché poi non sono diventati tutti dei çapulcu e non hanno sostenuto la democrazia nel loro paese? Perché, come dice Manolo, si dà spazio al processo Mavi Marmara e non si parla più del motivo per il quale si era fatto rotta per la Striscia di Gaza? Dov’è la testa e dov’è la coda? Domande. E la risposta, globale, è l’indifferenza. La mancata compartecipazione. Credeteci. 

L’avete visto con i vostri occhi, se avete partecipato, alla manifestazione di Roma in questi giorni. Dove chi non ha una casa, chi ha un lavoro precario, chi ha la pelle di un colore diverso, chi è diverso è stato trattato come un sovversivo – a priori – da quelli che siedono in Parlamento. Da quelli che hanno creato ad hoc una campagna di disinformazione sui media mainstream; è così molte persone si sono trincerate in casa per paura dei blecche blocche, tricche e ballacche, o come diavolo si chiamano. Povera Italia. Giornalisti di Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa & Co. la rete vi ringrazia ancora una volta per la vostra performance, certo, ma sempre un po’ meno degli abitanti di casa Pound, stoicamente protetti da un manipolo di eroi, i poliziotti. Bah. I migranti dovevano partecipare già annegati? Quelli che non hanno una casa già sfrattati? E quelli senza lavoro già trapassati? Finché non si spegnerà la tv e non si accenderà il cervello, la vedo dura. Molto dura. Durissima. Perché è ancora alla scatola parlante che l’italiano medio si attacca come a una ghiandola mammaria. Ma come dice Pippo: “Finché c’è mouse c’è speranza”.

C’è una bellissima frase che ha detto Ken, il contesto era la resistenza e la partecipazione, voglio dividerla con voi. “Ho imparato a fare qualcosa per dare valore alla mia vita senza aspettarmi ricompense”.

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  • Francesca Riolo

    Complimenti per questo bellissimo e lucidissimo articolo, che mi dà molto da riflettere. Ulteriormente da riflettere.
    Grazie