Giancarlo Basili:«Il cinema secondo me»

Giancarlo Basili è considerato lo scenografo ufficiale del nuovo cinema italiano. Il suo talento è quello d’immortalare in una scena una storia intera, talmente vera che lascia l’amaro in bocca ammettere che è solo un’illusione.

A lui si sono affidati  Ferreri, Bellocchio, Avati, Salvatores, Moretti, Giordana, Amelio, Luchetti, Mazzacurati, Kiarostami; film come Nirvana, Il Caimano, Palombella Rossa, Io non ho paura, Enrico IV, Paz, Romanzo di una strage, La giusta distanza, Il portaborse, L’Intrepido, Anni Felici portano tutti la sua firma. Non sono realizzati in un teatro di posa, per via dei costi troppo alti e ostile lui stesso ad una certa ricostruzione in studio, ma con un approccio neo-realista sono nati sulla strada dove le vecchie archeologie industriali, i paesi chiusi e i “nonluoghi” cari a Marc Augé sono intrisi di un’apparente naturalezza. Sembra lui stesso un attore, ha uno sguardo indagatore, tipico di chi è abituato ad osservare, occhi vividi, ombreggiati dai capelli color del latte. Accenna alla sua formazione all’Accademia di Bologna nel pieno della contestazione del ’69, con le lezioni sospese, le università occupate e il lavoro di aiuto scenografo nel laboratorio del Teatro Comunale diretto dal maestro Cochi Fregni. Nel 1979 insieme a Leonardo Scarpa apre un laboratorio di scenografia, lavora anche per Ronconi e Strehler ed è proprio in quel momento che alla sua porta bussa Marco Ferreri per Chiedo Asilo. È la sua prima “visione” – questa è la parola che più utilizza  – realizza Goldrake, un robot di nove metri in polistirolo così ben fatto da sembrare reale tanto da lasciare stupefatti sia il regista, che il protagonista, Roberto Benigni, nel vederlo avanzare per le vie di Corticella.

L’incontro con Basili avviene nel “Centro di documentazione scenografica G. Basili – Polo Museale di San Francesco”, a lui dedicato e fortemente voluto dal comune di Monte Fiore dell’Aso, nel borgo marchigiano che gli ha dato i natali. Nel museo ci sono ricostruzioni di set scenografici, back stage fotografici, bozzetti, disegni, video e testi inediti che raccontano decenni del nostro cinema e svelano i segreti di un professionista.

 Come nasce la scenografia per un film?

<<Il progetto nasce sempre dalla sceneggiatura, di solito leggo il copione una sola volta e poi lo chiudo per non lasciarmi condizionare dalla scrittura. L’approccio è subito creativo, faccio dei sopralluoghi con fotografie, riprese video, seleziono poi degli itinerari ben precisi, dopo di che riadatto il tutto in base alla sceneggiatura. Riprendo in mano il testo e comincio a leggermi pagina per pagina nel dettaglio. Per La stanza del Figlio abbiamo scelto Ancona dopo aver visto con Nanni tutti i paesi della costa, serviva una piccola città che fosse attaccata al mare e lo abbiamo raccontato in un minuto e mezzo, nella scena iniziale del film quando lui corre, scritto da copione “in una spiaggia”. Anche per Palombella Rossa abbiamo visitato molte piscine prima di scegliere quella di Acireale, l’abbiamo riadattata prendendo dei particolari da quelle che più ci avevano colpito. E ancora, tutto il paese dove vive il ragazzino di Io non ho paura è finto, inventato, collocato in una distesa di grano, del pozzo esiste solo il buco, dentro è tutto ricostruito a spicchi in modo che potesse entrare la macchina da presa. Questo è il mio cinema, che è nato poi con Nirvana>>.

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